L’indipendenza di Kate Hepburn

Avrebbe compiuto 102 anni, oggi, Katharine Hepburn. Era nata il 12 maggio del 1907 ad Hartford, nel Connecticut. Eppure ancora oggi, cent’anni dopo la sua nascita, e a quasi sei anni dalla sua morte (avvenuta il 29 giugno del 2003), resta il simbolo di una donna eccezionalmente moderna, non soltanto al passo coi suoi tempi, ma in anticipo su questi. Combatté le battaglie in cui credeva, nella vita privata, in quella professionale e in ambito culturale, politico e sociale. E lasciò, da questo punto di vista, un’eredità che disperdere sarebbe assai più che un peccato.

La sua era una famiglia assai agiata e colta, appartenente all’élite. Un’élite anche intellettuale. Saldamente inserita nella cerchia progressista e liberale dell’East Coast. Il padre era infatti uno dei più famosi urologi americani. E la madre era stata una “suffragetta”, termine con il quale si indicavano le donne che lottavano per l’affermazione dei diritti delle donne, a partire dall’elementare diritto di voto. Entrambi i genitori sostennero Katharine Hepburn nelle sue aspirazioni artistiche e nello sviluppo della propria emancipazione e realizzazione di sé.  aveva cominciato a recitare già da piccola negli spettacoli “femministi” organizzati dalla madre.

Pur essendo una persona introspettiva, più portata a pensieri profondi e più maturo rispetto dei suoi coetanei, all’esterno mostrava soprattutto una forza e una determinazione, che la facevano apparire aspra o, addirittura, arrogante. Più probabilmente era sofferente e arrabbiata. La sua infanzia, infatti, pur caratterizzata dalla piacevolezza, dai vantaggi e dalle prerogative proprie dei privilegiati, fu funestata dalla tragica morte del fratello. Una morte la cui causa non fu mai chiarita (suicidio o incidente), che graverà per sempre sempre come un oscuro macigno sull’animo della Hepburn.

Dopo la laurea al Bryn Mawr, college frequentato dai rampolli dell’upper-class, a ventiquattro anni sposò un agente di cambio Ludlow Smith. Divorziarono dopo soli cinque anni. Anche sul piano professionale quello non fu un periodo felicissimo. Non riusciva a far emergere stabilmente il suo talento. E ne risentiva sia la sua carriera teatrale.

Poi arrivò l’occasione della sua prima prova cinematografica, Febbre di vivere (1932),  accanto ad un gigante come John Barrymore, e sotto la direzione di George Cukor. Come abbiamo visto nella nota 1 del post L’umanità di Spencer Tracy, il fascismo e l’America First si trattò della prima di diverse collaborazioni felicissime tra Cukor e la Hepburn. Fin da questa prima pellicola l’attrice ebbe modo di esprimere una personalità forte. Aspetto che risultò ancora più evidente in La falena d’argento (1933), diretto da Dorothy Azner, una delle rarissime registe dell’epoca. Interpretando un’aviatrice emancipata e ribelle, la Hepburn forniva il ritratto di una figura molto simile a se stessa oltre che alla madre. Il film non fu un successo commerciale, ma le recensioni sulla sua interpretazione  furono positive. Al suo terzo film, la Hepburn ottenne la consacrazione come una delle principali attrici hollywoodiane. La gloria del mattino (1933, di Lowell Sherman) le procurò il suo primo Oscar come migliore attrice. Anche in tal caso  il suo era un personaggio contro le regole, una persona diffidente nei confronti dei dettami non scritti della società e insofferente verso le rigidità dei ruoli tradizionali.

Per tutti gli anni Trenta Katharine Hepburn, incarnò, dunque, nelle sale cinematografiche il simbolo della ragazza moderna e libera. E libera era anche nella vita privata. Tanto da potersi permettere una relazione sentimentale, non condizionata da alcun vissuto di soggezione, con Howard Hughes. Costui, peraltro, l’aiutò quando cominciò ad avere problemi con la casa cinematografica per la quale lavorava, la RKO Pictures. Lasciata Hollywood, la Hepburn era tornata al teatro, ottenendo la parte della protagonista nella nuova commedia di Philip Barry, “Scandalo a Filadelfia”. Comprendendo come la parte fosse perfetta per lei, Hughes le comprò i diritti cinematografici. Portando sullo schermo il ruolo dell’ereditiera capricciosa protagonista di Scandalo a Filadelfia (1940), prodotto dalla MGM, interpretato con Cary Grant e James Stewart (che vinse l’Oscar come attore non protagonista) e diretto dall’amico George Cukor, il successo commerciale le arrise nuovamente.

Due anni più tardi avvenne l’incontro della sua vita, quello con Spencer Tracy. E rispetto alla loro storia d’amore si rimanda al post L’attualità e la verità di Indovina chi viene a cena, sempre pubblicato su Corsi e Ricorsi, limitandosi a ricordare che Tracy rappresenterà per venticinque anni non solo uno straordinario partner artistico di Katharine Hepburn, ma anche il grande amore della sua vita.

Se sono ancora moltissimi i ruoli memorabili portati ancora sullo schermo prima dei cinque anni di sospensione per assistere Tracy, gravemente malato, vale la pena porre in rilievo come spicchino in particolare quelli che la videro a confronto con partner maschili di splendida bravura. Da La Regina d’Africa (1951, di John Huston), al fianco di un grande Humphrey Bogart (premiato con l’Oscar), a Improvvisamente l’estate scorsa (1959, di J.L. Mankiewicz), accanto a Montgomery Clift.

Poi arrivò Indovina chi viene a cena (1967, di Stanley Kramer), con cui i due attori ritornarono davanti alla macchina da presa, nonostante le terribili condizioni di Tracy (che morì pochi giorno dopo la fine delle riprese). Il film procurò alla Hepburn il suo secondo Oscar.

Ma l’anno dopo ne arrivò un altro, il terzo, grazie a  (1969, di Anthony Harvey) di nuovo per un ruolo di donne forte e combattiva, Eleonora d’Aquitania, che interpretò duettando con un attore di classe inarrivabile come Peter O’Toole, nella parte di Enrico II.

Quattro Oscar vinti e dodici nomination in quasi cinquant’anni di carriera sono un record che nessun altra star ha mai registrato, ma un primato è costituito anche dalla validità e dalla varietà delle sue collaborazioni con attori come quelli citati e con altri di non minore forza scenica o levatura artistica: da Laurence Olivier a Burt Lancaster, da Yul Brynner a John Wayne, da Paul Scofield ad Henry Fonda. Accanto a Fonda e a sua figlia Jane Fonda, Kate Hepburn recitò infatti in Sul lago dorato (1981, di Mark Rydell), che fruttò tanto a lei quanto al suo partner cinematografico l’Oscar come migliore attore.

Ma la sua carriera non esprime che una parte, la più visibile, della natura anticonvenzionale di Katharine Hepburn. Anche il costante riserbo con cui ha tutelato la sua privacy denunciava la forza e l’indipendenza di questa donna, rispetto agli schemi comportamentali tipici delle celebrità. Al contrario di molte altre validissime attrici dell’altro ieri, di ieri e di oggi, la Hepburn non giocò mai la carta della propria bellezza, ma sempre quella della propria personalità. Se è già visto nei post sopra citati il suo impegno politico progressista e controcorrente (per esempio, antifascista e antinazista, antimaccartista, antirazzista), ma, soprattutto, cercò di infondere nelle donne il coraggio di avere fiducia in se stesse e di non lasciarsi condizionare dal ruolo imposto loro da una società testardamente maschilista. Del resto, affermò:

Se rispetti tutte le regole, ti perdi tutto il divertimento.

Alberto Quattrocolo

 

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