John Garfield “eroe proletario” distrutto dalla paranoia dominante.

John Garfield per milioni di spettatori cinematografici era l’incarnazione della rivolta dell’uomo frustrato contro un sistema che lasciava troppe persone indietro. Garfield aprì la strada a Marlon Brando, James Dean, Paul Newman, Albert Finney, Richard Harris, e Steve McQueen. Ma fu un modello anche per attori successivi come Robert De Niro, Al Pacino e Dustin Hoffman, fino a Sean Penn e oltre. A differenza di James Dean, però, egli era “il ribelle con una causa”. Sopravvissuto alla Grande Depressione del 1929, aveva fatto proprio gli ideali della giustizia e della libertà. Perciò fu perseguitato dai “cacciatori di streghe” che lo afferrarono il 23 aprile del 1951 e non lo mollarono più.

John Garfield, un figlio del ghetto

John Garfield era il suo nome d’arte, quello vero era Jacob Julius Garfinkle. Era nato a New York il 4 marzo del 1913. Suo padre David Garfinkle (1881 – 1942), ebreo della Crimea, arrivato negli Stati Uniti neanche un anno prima, era andato a vivere nell’East Side di New York, nell’affollato quartiere di Rivington Street, abitato prevalentemente da immigrati poverissimi. Dal suo matrimonio con Hannah Margolis (1881 – 1920), originaria dell’Ucraina, erano nati due: figli Jacob Julius, per tutti Julie, e cinque anni dopo Michael (Max).

La perdita della mamma

La madre morì due anni dopo [1]. Mentre Max riusciva grosso modo ad adattarsi a tutto, anche al fatto che l’anno seguente lui e il fratello fossero affidati a dei famigliari del padre, dopo il suo matrimonio con la lituana Dina Cohen, Julie, invece, traduceva il suo dolore in rabbia. Era affetto da una balbuzie ingombrante e traboccava di collera, che traduceva in violenza. Si mise nei guai con la legge e divenne in breve un capo di una baby gang, venendo espulso da diverse scuole [2].

L’affetto e la solidarietà di Angelo Patri

Nel 1926 al futuro divo teatrale e cinematografico John Garfield capitò un colpo di fortuna. Il padre lo iscrisse alla Publich School 45, nel Bronx. Era un istituto per ragazzi difficili, gestito dall’immigrato italiano Angelo Patri. Questo salernitano, che si ispirava a Maria Montessori, si affezionò subito Julie, aiutandolo a sfogare la propria aggressività con la boxe e a superare la balbuzie, facendolo recitare ad alta voce in classe e convincendolo a partecipare ad alcune commedie. Poi lo iscrisse alla Roosevelt High School e in seguito, grazie ad una borsa di studio, alla Heckscher Foundation, dove studiò recitazione e arte drammatica, ed infine all’American Laboratory Theatre, diretto da due meravigliosi artisti, anch’essi immigrati dell’Est, Maria Ouspenskaya e Richard Boleslawsky.

Da Julius Garfinkle a Julius Garfield

Iniziò così la gavetta teatrale. Piccole parti, anche a Broadway, altre più corpose. Iniziavano a notarlo. Ma era inquieto. A 18 anni iniziò a vagabondare per gli Stati Uniti, facendo l’autostop, viaggiando clandestinamente sui vagoni merci, finché giunse ad Hollywood. Ebbe una particina in un musical. Guadagnò qualche soldo, ma rifiutò le offerte di lavoro dell’industria cinematografica. Aveva deciso che il teatro era la sua vera strada. Era il 1934. Aveva cambiato il suo nome in Julius Garfield.

Il Group Theatre

Tornò a New York e qui fu accettato al Group Theatre. Il Group Theatre divenne una casa, una famiglia e un luogo di formazione, anche sul piano intellettuale e politico oltre che artistico [3]. Questo nucleo di attori, registi e commediografi (tra cui Clifford Odets) tentava di introdurre in America i metodi e precetti del Teatro d’Arte di Stanislavskij a Mosca, proponendo uno stile interpretativo, noto come Metodo [4]. Fu con il Group, presso il quale restò per cinque anni, che Julius Garfield si affermò come validissimo interprete teatrale, raggiungendo quella stabilità economica grazie alla quale poté sposare Roberta “Robbie” Seidman, un’attrice con cui era fidanzato da tempo [5].

Julius Garfield un Golden Boy provvisoriamente mancato

In breve, quelli del Group, il pubblico e i critici scoprirono in lui la stoffa del vero attore. Clifford Odets scrisse perfino un dramma pensando proprio a lui, “Golden Boy”. Julius Garfield si sentiva calzare quella parte a pennello e teneva enormemente ad interpretarla. In Joe Bonaparte, il protagonista, un figlio di immigrati italiani, incerto tra i soldi facile della boxe e la carriera di violinista, egli si rivedeva come in uno specchio. La parte, però, venne assegnata a Luther Adler. Amareggiato e deluso, Julius Garfield fece le valigie e andò ad Hollwood, dove, dopo qualche sballottamento tra offerte rifiuti, firmò un contratto con la Warner Bros. ed entrò nel cast di una commedia diretta da Micheal Curtiz, Quattro figlie (1938).

Il bravo attore teatrale Julius Garfield diventa il divo cinematografico John Garfield

La sua performance, sia pure in un ruolo da non protagonista, calamitò l’attenzione degli spettatori e rivelò la forza d’attrazione che la sua carica di sessualità aveva sul pubblico femminile. Il ribelle introverso e arrabbiato aveva un fascino genuino. Non pareva recitare. Ebbe la nomination all’Oscar per il migliore attore non protagonista. Visto il suo successo, la Warner estese il contratto a 8 anni e la moglie lo raggiunse. Quell’anno nacque la loro prima figlia, Katharine. Nel frattempo, però aveva dovuto cambiare nome. Julius Garfield, secondo i capi della Warner, sapeva troppo di ebreo. Il suo nuovo nome fu John Garfield [6].

John Garfield, l’antieroe proletario

Avendo fatto propri gli ideali di cui discutevano nel Group Theatre, prese ad occuparsi con maggiore dedizione alla politica, in particolare appoggiando le lotte per i diritti dei lavoratori e per la causa antifascista. Compatibilmente con i limiti imposti dall’industria dell’intrattenimento, John Garfield cercò di portare la sua sensibilità sociale e politica nei copioni da interpretare. Gli toccarono alcune valide prove in film a sfondo criminale urbano, oltre che in un sequel di Quattro figlie, che però ebbe un successo minore [7]. A quel punto la Warner si convinse ad impiegare John Garfield sistematicamente nel ruolo di ribelle. E ribelle egli lo era davvero. Così, se accettò di lavorare in Dust Be My Destiny (1939, di Lewis Seiler), fu anche perché era una sceneggiatura scritta da Robert Rossen, un autore di cui condivideva molte idee sulle lotte dei lavoratori e sulla devastante diffusione del fascismo in Europa [8].

John Garfield, la star ribelle e impegnata della Warner

La Warner, però, aveva deciso di sfruttare la figura di John Garfield, in ruoli sostanzialmente simili tra loro [9]. Egli alla fine accettò, ma a patto di interpretare una parte di secondo piano in Il lupo dei mari (1940, di Micheal Curtiz). Come nel caso di L’imperatore del Messico (vedi nota 6) non gli interessava, infatti, quanti minuti il suo personaggio fosse presente sullo schermo, ma ci teneva ad interpretare opere che sollecitassero il pubblico a preoccuparsi per la ventata di fascismo che soffiava sull’Europa. E quest’opera, tratta da un romanzo di Jack London, e sceneggiata da Robert Rossen, ne era una trasparente metafora.

Al fianco del governo USA contro il nazifascismo

Dopo due altri noir, di cui uno nuovamente sceneggiato da Rossen, l’attore, come il resto dei suoi concittadini, subì lo shock dell’attacco giapponese alla base di Pearl Harbour il 7 dicembre del 1941 [10]. Cercò di arruolarsi, ma alla visita medica non passò inosservato il vizio cardiaco di cui soffriva, sicché non fu accettato. Deluso ma non rassegnato, John Garfield decise che avrebbe fatto tutto il possibile per sostenere il suo Paese nella guerra contro Hitler, Mussolini e Hirohito, anteponendo questo impegno alla sua carriera. Così, trascorse tutto il 1942 a promuovere la vendita di “buoni di guerra” e ad intrattenere le truppe. Nel frattempo, morì suo padre.

L’impegno antifascista e patriottico sullo schermo

Nel 1943 tornò alla Warner per partecipare ad una grossa produzione, diretta da un grande regista Howard Hawks, Arcipelago in fiamme. Concepito come un film di propaganda si rivelò uno dei migliori film bellici realizzati in tempo di guerra. Subito dopo accettò di lavorare in un altro film di guerra, anch’esso costoso e spettacolare, che raccontava un aspetto dell’operazione Doolittle (di cui abbiamo parlato qui), Destinazione Tokio (1943, di Delmer Daves), la cui sceneggiatura era scritta dallo stesso regista, un liberal dichiarato e da un altro noto progressista, l’apprezzato sceneggiatore Albert Maltz. In entrambi i film di nuovo, non si preoccupò del fatto che non fosse il protagonista. Credeva nel fine patriottico e tanto gli bastava. Inoltre, insistette per interpretare un thriller antifascista. Il passo del carnefice (1943, di Richard Wallace).  Nel ruolo del tormentato reduce della Guerra di Spagna, fu semplicemente straordinario [11]. Quell’anno nacque il suo secondo figlio, David Patton [12].

La fiducia nel domani e il dolore

Nel ’45 tornò a collaborare con Delmer Daves e Albert Maltz (rispettivamente regista e sceneggiatore) per C’è sempre un domani. Venne considerata una delle opere più politicamente mature e sincere prodotte a Hollywood. Il film era ispirato alla vicenda vera del sergente Al Schmidt, un veterano rimasto cieco sul fronte del Pacifico [13]. La sua fu un’interpretazione da brividi. Ancor migliore di quella, pur ottima, fornita accanto a Lana Turner, in Il postino suona sempre due volte, uscito nel maggio del 1946 (di Tay Garnett). Rimuovi immagine in evidenzaSe questo ruolo lo rendeva immortale per milioni di spettatori e per generazioni di cinefili e quella di Al Schmidt lo aveva fatto amare dal popolo americano per la fiducia nel futuro postbellico che la sua interpretazione realistica infondeva, il 1945, fu, invece, un anno terribile sia per “Robbie” Seidman che per lui. Incontrarono il dolore più grande: la morte della loro bambina. Una reazione allergica provocò il decesso della primogenita Katharine, di appena sei anni. Ne furono quasi schiantati. Ma insieme decisero di reagire. Cercarono la vita. L’anno dopo ebbero un’altra figlia Julie.

Da amato e celebrato patriota a individuo sospetto

La fine della Seconda Guerra Mondiale, intanto, segnava l’inizio della Guerra Fredda, la quale negli Stati Uniti assumeva anche una forma particolare, una sorta di capovolgimento radicale. Coloro che negli anni Trenta e durante la guerra al nazifascismo erano considerati alfieri della causa della libertà, di colpo divennero sospetti. Quei progressisti che tante energie, denaro e talento avevano speso e tanto rispetto, onore e celebrità si erano meritati con la loro preveggenza e il loro impegno, ora diventavano oggetto di diffidenza. Progressismo, liberalismo, socialismo erano sinonimi di comunismo, che era sinonimo di sovversione e tradimento (ne abbiamo parlato nel post  Quei Rosenberg fatti sedere sulla sedia elettrica per niente). La solidarietà verso i poveri e gli immigrati stava diventando antipatriottica. Iniziava la “paura rossa”, e con essa quella “caccia alle streghe” che, anche per “merito” di uno dei suoi peggiori rappresentanti (il senatore repubblicano Joseph McCarthy, su cui abbiamo scritto il post A cavallo della paranoia), finì complessivamente con l’essere identificata come maccartismo. Un’oscena sbandata politico-culturale oltre che giudiziaria, che portò gli Stati Uniti fuori dai binari della liberal-democrazia e durò, nella sua forma più liberticida, fino al 1954. Di questo repentino ribaltamento, di questa isterica ricerca del capro espiatorio, anche John Garfield finì vittima.

Ribelle, sì, ma per una causa.

John Garfield non era, però, il tipo da lasciarsi condizionare dal pensiero dominante e liberatosi dal rapporto con la Warner, insieme all’amico Bob Roberts (un altro progressista), fondò una propria compagnia di produzione, la Enterprise Productions, così da poter realizzare dei film che esprimessero idee e valori in cui entrambi credevano [14]. E in cui credevano anche gli attori, i registi e gli sceneggiatori che essi raccolsero attorno a sé. Naturalmente, la cosa fece infuriare gli anticomunisti più paranoici, coloro che si proponevano come i paladini dell’americanismo più puro. John Garfield non ne fu stupito. Dato che per le sue lotte, era già finito nel libro nero di Martin Dies Jr, un democratico, dell’ala conservatrice del partito, che cercava la notorietà proponendosi come uno del più attivi “cacciatori di comunisti”. La Enterprise Productions, infatti, finì subito nel mirino della House Committee on Un-American Activities (HUAC, la Commissione per le attività antiamericane).

L’anima e il corpo di John Garfield

ll primo film della Enterprise Productions fu Anima e corpo (1947), diretto dall’amico Robert Rossen e scritto da Abraham Polonsky. In qualche modo il film rifletteva la vita e i tormenti di John Garfield: vi interpretava un relitto dei bassifondi che usa la boxe per uscire dalla povertà e arriva ad essere campione del mondo, ma all’ultimo incontro si ribella al racket delle scommesse. Rifiutandosi di simulare una sconfitta dice ai gangster:

«Che cosa potete farmi, uccidermi? Tutti dobbiamo morire».

Garfield fu bravissimo, in questo nuovo ruolo di proletario tormentato e ribelle, e il film fu un successo commerciale notevole[15]. Il che suscitò ancor di più le ire dei cacciatori di streghe: Robert Rossen era di sinistra, ma Polonsky era stato un militante comunista ai tempi della Guerra civile spagnola, un sindacalista del Congress of Industrial Organizations (CIO) e il curatore del periodico di sinistra The Home Front. Ma anche gli attori Anne Revere (la madre del protagonista), Lloyd Gough (il manager), Canada Lee (un bravissimo attore afro-americano, impegnato nelle lotte per i diritti civili) e Art Smith erano tutti progressisti (e tutti quanto furono massacrati dall’HUAC).

John Garfield dalla parte dei progressisti

Nel 1948 Garfield partecipò attivamente alla campagna per le elezioni del nuovo presidente, sostenendo il candidato Henry A. Wallace (ne abbiamo fatto cenno nel post A cavallo della paranoia). Costui, uno tra gli ideatori e gli attuatori più convinti delle politiche keynesiane del New Deal, era stato vicepresidente di Franklin Delano Roosevelt, durante il terzo mandato di questi, poi aveva lasciato il Partito Democratico per fondare il Progressive Party, il Partito Progressista. Wallace ottenne, però, soltanto il 2,4% dei voti [16]. Il progressismo era “passato di moda” per gli americani.

La lotta alle barriere invisibili dell’antisemitismo

Consapevoli dell’aria che tirava nel Paese alla Enterprise Productions temevano che stesse per piombare lor addosso la versione istituzionale della caccia alle streghe. Garfield per primo se l’aspettava. Ma se ne infischiò e persuase lo sceneggiatore Abraham Polonsky a scrivere e dirigere un secondo film per la Enterprise. Intanto, il 20 ottobre del 1947, il produttore Jack Warner, davanti alla Commissione per le attività antiamericane, per ingraziarsi la HUAC, arrivò a fare alcuni nomi di sospetti comunisti, che, sottolineò, aveva licenziato. Tra questi Robert Rossen e Clifford Odets. Non osò fare, però, il nome di John Garfield. Sapeva infatti che stava lavorando ad un film che la Twentieth Century-Fox teneva molto a realizzare: Barriera invisibile (1947, di Elia Kazan) [17]. Il protagonista di questo accusa dell’antisemitismo era Gregory Peck (di cui abbiamo ricordato l’impegno politico e sociale e il film Il buio oltre la siepe in questo post). Garfield interpretava la parte di un suo amico, impersonando per la prima volta la parte di un ebreo.

Con Abraham Polonsky contro le forze del male della caccia alle streghe

Il compenso per questo film e i ricavi di Anima e corpo gli consentirono di interpretare e produrre Le forze del male, scritto e diretto da Abraham Polonsky, che uscì il 25 dicembre del 1948. Fu subito un cult-movie. Era un’altra maiuscola prova attoriale per John Garfield, in un noir in piena regola, che proponeva una scoperta denuncia del lato oscuro della società capitalista. I giorni di gloria della Enterprise, però, erano finiti. Assediata dalla Commissione per le attività antiamericane, non riuscì ad avere dalle banche la liquidità necessaria a proseguire e dovette chiudere.

Il cerchio (anticomunista) si stringe e la morte si avvicina

John Garfiel sembrava aver superato indenne il primo assalto dato a Hollywood dalla Commissione per le attività antiamericane. A parte una breve parentesi teatrale, accettò la parte di un rivoluzionario cubano in Stanotte sorgerà il sole (1949, di John Huston), facendo inarcare più di un sopracciglio ai conservatori. Poi, ebbe un infarto mentre girava, diretto dall’amico Jean Negulesco, il successivo La sua donna (1950) [18]. Gli fu prescritto un riposo assoluto, ma non volle saperne. Aveva ancora delle cose da dare e delle cose da dire, prima che i cacciatori di streghe lo bloccassero. Subito tornò al lavoro per interpretare Golfo del Messico (1950, di Michael Curtiz), al fianco di un altro attore nero, Juano Hernandez, che suscitava le antipatie dell’HUAC [19]. Arrivò, infine, il suo trentaduesimo e ultimo film Ho amato un fuorilegge (di John Berry). Scritto sotto falso nome da Dalton Trumbo (dopo essere stato condannato al carcere per non aver voluto rispondere all’HUAC, tornò al lavoro usando dei prestanome per firmare i copioni che scriveva) e diretto da un altro progressista, di lì a poco costretto a fuggire in Inghilterra, era un’evidente metafora del clima paranoico instaurato dal maccartismo.

L’umiliante interrogatorio del 23 aprile del 1951 davanti all’HUAC

Il 23 aprile del 1951, toccò a John Garfield essere sottoposto ad un umiliante interrogatorio pubblico, di 3 ore, davanti alla Commissione. Questa chiedeva ai soggetti convocati se erano o meno comunisti e se conoscevano dei comunisti o dei simpatizzanti. Se si rispondeva no ad entrambi gli interrogativi e non si era creduti, si veniva identificati come testimoni ostili e denunciati. Garfield recitò una parte, quella dell’ingenuo. Del resto le domande che gli venivano poste erano degne di una farsa grottesca. Dovette negare di essere stato su una nave sovietica insieme a Charlie Chaplin e confermare di aver sostenuto il candidato Henry Wallace. Poi finse di non ricordare le numerose iniziative organizzate a sostegno dei rifugiati antifascisti giunti dall’Europa invasa da Hitler e disse che non sapeva se tra le persone che conosceva vi erano dei comunisti o sospetti tali. Funzionò. Non venne denunciato come “testimone ostile”. Ma il suo cuore ne risentì parecchio.

Un Golden Boy tradito

Meno di tre mesi dopo riuscì finalmente a interpretare la parte di Joe Bonaparte nello spettacolo “Golden Boy”. Ma fu proprio l’amico Clifford Odets a fare il suo nome davanti alla Commissione. Il regista Elia Kazan, a suo volto interrogato, confermò:

«John Garfield è un comunista». Non era vero, ma non aveva importanza. Quel che contava era il sospetto.

All’attore non pesava sentirsi accusare di essere comunista, non lo era e lo sapeva. E inoltre non la considerava una colpa. Lo affliggeva il sospetto infamante di essere un traditore della sua patria. Iniziò così a raccogliere freneticamente prove per dimostrare la propria lealtà al popolo e al governo americano e respingere ogni accusa. La sua deposizione era fissata per il 21 maggio 1952 davanti all’HUAC. Quel mattino venne trovato morto. Infarto. Avevo appena 39 anni. Il corteo funebre formatosi spontaneamente lungo le strade di New York, fu il più lungo e affollato dai tempi di Rodolfo Valentino. Oltre 10.000 persone in silenzio John Garfield.

Alberto Quattrocolo

 

[1] David Garfinkle si trasferì con i due bambini di 6 e 2 anni prima a Brooklyn poi nel Bronx.

[2] David, che non aveva la dolcezza di Hannah, crebbe i figli imponendo una disciplina ferrea e cercando di conformarli ai dogmi religiosi (anni dopo John Garfield lo definì «un uomo ignorante, un fanatico religioso»), facendo crescere in Julie il desiderio di ribellarsi ed evadere.

 

[3] I membri del Group, che discutevano anche di arte, letteratura e politica, sostenevano il New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt ed erano di quasi tutti un po’ o molto di sinistra. Alcuni erano addirittura comunisti. Proponevano, quindi, delle pièces che descrivevano le iniquità sociali, le diseguaglianze e la ferite inflitte al proletariato.

[4] Il Metodo venne poi studiato e applicato anche da attori del calibro di Marlon Brando, Eva Marie Saint, Lee Remick, James Dean, Paul Newman (si veda su questa rubrica, Corsi Ricorsi il post Paul Newman, un uomo oggi), Anthony Franciosa, Ben Gazzara, George Peppard, Steve McQueen e tantissimi altri artisti, incluso quel Sal Mineo – di cui abbiamo ricordato la non facile vita nel post Ricordando Sal Mineo: lassù qualcuno lo ama -, nonché da registi quali Elia Kazan.

[5] Nel ’35, ebbe una particina “Waiting for Lefty”, la piéce che impose il Goup Theatre nell’ambito del teatro americano. Poi, ebbe una parte in “Weep for the Virgins” e in “Having Wonderful Time”, che lo preparò al ruolo di protagonista per “Awake and Sing”, scritto da Clifford Odets.

[6] Era un compromesso, ma lo accettò perché il contratto gli garantiva il diritto di scegliere le pellicole da interpretare e la possibilità di continuare a lavorare in teatro.

[7] Il successivo lavoro fu Hanno fatto di me un criminale, 1939, di Busby Berkeley), in cui John Garfield, recitò in una parte che ricordava la sua biografia. Infatti è un pugile accusato di omicidio (commesso dal suo viscido manager, interpretato da Ward Bond), che fugge in Arizona dove etra in comunità per ragazzi sbandati e, grazie a loro, si emancipa dalla mentalità da bullo con cui era cresciuto. Nel successivo Blackwell’s Island (1939, di William C. McGann), è di nuovo in guerra contro il sistema. Questa volta quello della malavita, essendo un coraggioso giornalista che cerca di incastrare un boss newyorchese.

[8] Inoltre, convinse la Warner ad affidargli la parte di Porfirio Díaz, un ruolo secondario, in Il conquistatore del Messico (1939, di William Dieterle). Sapeva che per l’attore protagonista, Paul Muni, per il regista, un tedesco sfuggito alle grinfie dei nazisti in Germania (come Fritz Lang, di cui abbiamo parlato qui) e per lo sceneggiatore John Huston, anch’egli vicino alla causa progressista, quel film era una scoperta metafora dei pericoli del fascismo e della sua intrinseca natura imperialista e guerrafondaia.

[9] Non volendo essere rinchiuso in un cliché, l’attore si ribellò. E subì una sconfitta, perché la casa di produzione gli negò di interpretare per la Columbia la riduzione cinematografica di “Golden Boy”. Nel film, noto in Italia con il titolo Passione (1939, di Rouben Mamoulian), il ruolo di Joe Bonaparte fu affidato al ventunenne, William Holden.

[10] Quando Pearl Harbor venne bombardata, Garfield stava girando un film per la prima volta per un altro studio, la Metro-Goldwyn-Mayer. Si trattava di Gente allegra (1942, di Victor Fleming). Aveva chiesto alla Warner di concedergli questa possibilità perché il film era tratto da un autore che amava molto, John Steinbeck, al quale era politicamente assai vicino, e perché il principale altri interprete era Spencer Tracy. Di lui Garfield pensava che fosse un gigante della recitazione e lo ammirava smisuratamente. Inoltre, come John Garfield, anche Spencer Tracy credeva fermamente nei principi della libertà e dell’uguaglianza (ne abbiamo parlato nel post L’umanità di Spencer Tracy, il fascismo e l’America First).

[11] Il suo ruolo era quello di un americano, che, rientrato traumatizzato negli USA, dopo aver combattuto tra i repubblicani contro le truppe italiane e tedesche alleate del generale Francisco Franco nella guerra civile spagnola, scopre un complotto fascista.

[12] Il secondo nome era lo stesso del generale che stava vittoriosamente conducendo le truppe americane in Africa e in Sicilia (dello sbarco in Sicilia abbiamo parlato qui)

[13] John Garfield aveva letto su un giornale la sua storia e aveva deciso di conoscerlo di persona. Ottenuta la sua fiducia, lo convinse che quella vicenda meritava di essere raccontata, per mostrare i costi umani del conflitto bellico, ma anche la necessità di avere fiducia e lottare per un futuro migliore. Insieme a Maltz persuase la Warner a produrre il film.

[14] Concluse il contratto con la Warner, realizzando altri due film apprezzabilissimi, il noir Una luce nell’ombra (1946) e il melodramma Perdutamente (1946), in cui affiancò la straordinaria Bette Davis entrambi diretti da Jean Negulesco, un altro rifugiatosi negli USA per sfuggire alla persecuzione naziste. Il primo era scritto dal grande romanziere e sceneggiatore William Riley Burnett. Mentre la sceneggiatura del secondo era stata scritto dall’amico Clifford Odets insieme a Zachary Gold.

[15] Il film ottenne tre nomination all’Oscar: Miglior attore protagonista per Garfield, Miglior sceneggiatura originale per Abraham Polonsky e Miglior montaggio per Francis Lyon e Robert Parrish che si aggiudicarono l’ambita statuetta.

[16] Mentre il democratico Harry Truman, che era stato vice di Roosevelt nel suo quarto mandato e gli era subentrato quando il presidente morì il 12 aprile del 1945, batté sonoramente il suo rivale repubblicano.

[17] Barriera invisibile ebbe un successo commerciale sorprendente in America e in Europa e vinse tre Oscar: Miglior film, Migliore regia, Migliore attrice non protagonista (Celeste Holm).

[18] Tratto da “Il mio vecchio” di Ernest Hemingway, il film vede John Garfied nei panni di un fantino corrotto che tenta di cambiare vita per amore del figlio. Garfield risultò così toccante, in questa parte di cinico, tormentato dai sensi di colpa e lacerato dall’amore per il figlio, da commuovere inesorabilmente le platee

[19] Anche questa pellicola era tratta da un romanzo di Hemingway, “Avere e non avere”. Il suo personaggio fu uno dei più complessi e commoventi tra quelli interpretati.

Fonti

AA.VV., Il cinema, Grande Storia Illustrata, Vol. II., Istituto geografico De Agostini, Novara, 1981

AA.VV., Storia del cinema mondiale, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2000.

George Morris, John Garfield, Milano Libri Edizioni, Milano, 1979

Marco Ravera, John Garfield. Il comunista suona sempre due volte, http://www.lasinistraquotidiana.it

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