Jan Palach e la coscienza del popolo

«Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo».

Quelle parole erano state scritte dallo studente cecoslovacco Jan Palach. Il 19 gennaio del 1969, avendo dato seguito alla decisione annunciata, morì nella Clinica di chirurgia plastica dell’Ospedale universitario di Vinohrady’.

Quella troppo breve primavera praghese del ’68, che durò 8 mesi

Finita la Seconda Guerra Mondiale, nel 1948, l’anno in cui Jan Palach venne al mondo, il Partito Comunista Cecoslovacco, che era già parte del governo dal ’46, risultando il più votato alle elezioni, andò al potere.

Vent’anni di regime totalitario

In Cecoslovacchia l’affermazione comunista del 1948 era stata appoggiata da una certa partecipazione popolare, e, per lo più non era stata accompagnata dalla stessa brutalità con cui si erano imposti altri regimi comunisti europei, quali quello in Ungheria. Tuttavia, in breve, anche in Cecoslovacchia il partito comunista procedette verso l’instaurazione di una dittatura, entrando “a pieno titolo” nel gruppo dei paesi dell’Europa centrale e orientale alleati dell’Unione Sovietica, il cosiddetto Patto di Varsavia (che includeva Bulgaria, Germania Est, Ungheria, Polonia, Romania e, fino agli anni sessanta, Albania) [1]. Ma all’inizio del ’68 i cecoslovacchi furono sull’orlo di un cambiamento insperato.

5 gennaio del 1968: Alexander Dubček e “il socialismo dal volto umano”.

Alexander Dubček, il 5 gennaio 1968, venne eletto Segretario generale del PCC al posto di Antonín Novotný [2]. Costui rappresentava l’ala del PCC maggiormente legata al Partito Comunista Sovietico, mentre Dubček era al vertice di una schiera decisa ad abbandonare il modello sovietico, instaurando una nuova forma di socialismo: “il socialismo dal volto umano“. Per conseguire tale risultato Dubček avviò il “nuovo corso“, una politica che introduceva elementi di democrazia in tutti i settori della società, pur continuando a preservare per il PCC il ruolo di partito unico. Si concedevano, quindi, nuovi diritti ai cittadini, in virtù di processi di un decentramento parziale dell’economia, pur mantenendo un sistema economico collettivista, e di democratizzazione [3]. E, mentre tutto ciò accadeva, in quei primi mesi del ’68, il consenso popolare interno cresceva sempre di più, incluso quello degli operai, insieme all’entusiasmo di tantissime altre persone nel mondo [4]. Cresceva, però, anche la preoccupazione dei vertici politici degli altri membri del Patto di Varsavia, Unione Sovietica in primis.

L’intervento sovietico

Il progetto di Dubček agli occhi della dirigenza sovietica costituiva, però, una seria minaccia all’egemonia dell’URSS sui paesi del blocco orientale e, quindi, alla sua stessa sicurezza, poiché la Cecoslovacchia si trovava nell’esatto centro dello schieramento del Patto di Varsavia. La dirigenza sovietica, quindi, tentò dapprima attraverso gli strumenti politico-diplomatici di bloccare o ridurre la portata delle riforme cecoslovacche, poi, non riuscendovi, ricorse alle armi. E nella notte fra il 20 e il 21 agosto (ne abbiamo parlato qui) un contingente di 600.000 soldati e 7.000 mezzi corazzati penetrò nel Paese, giungendovi dalla Germania Orientale, con la complicità dell’esercito cecoslovacco, che, obbedendo alle direttive segrete del Patto di Varsavia, era invece prevalentemente schierato lungo i confini con la Germania Occidentale [5]. È difficile oggi immaginare lo sconforto e la desolazione, l’amarezza e la paura, la delusione e la rabbia, l’angoscia e il senso di perdita che vissero i cecoslovacchi. Emigrarono nell’Europa occidentale, in pochissimo tempo, 70.000 persone, che divennero poi 300.000. Erano soprattutto cittadini con un alto livello culturale e una qualifica professionale elevata.

L’uomo ha il dovere di lottare contro il male che sente di poter affrontare” (Jan Palach, 17 gennaio 1969)

Jan Palach avrebbe potuto far parte di coloro che sloggiarono dalla Cecoslovacchia per cercare una vita migliore in Occidente, ma restò. Aveva da poco compiuto vent’anni quando i carrarmati sovietici entrarono a Praga.

Uno studente impegnato

Dopo la maturità, Jan Palach voleva studiare storia alla Facoltà di lettere e filosofia dell’Università Carolina di Praga, ma pur avendo superato gli esami di ammissione, fu escluso per l’elevato numero di candidati. Frequentò, allora, il corso di laurea in economia agraria alla Vysoká škola ekonomická (VŠE) di Praga, sostenendo 16 esami in due anni e riuscendo, contemporaneamente a fare un viaggio di lavoro in Kazakistan nel ’67, ad organizzare un lavoro estivo nei pressi Leningrado e a fondare nel ’68 il Consiglio accademico degli studenti della VŠE. Già attento alla politica, tanto da distribuire clandestinamente dei testi battuti a macchina, tra cui una lettera di Alexandr Solženicyn), nella primavera del ‘68 non lesinò la sua partecipazione al nuovo corso. E verso la metà di agosto, appena rientrato nella sua cittadina natale di Všetaty (a 40 km da Praga), reduce da un altro lavoro estivo nell’URSS, ebbe la soddisfazione di apprendere che il suo passaggio alla Facoltà di lettere e filosofia era stato approvato.

Lo shock collettivo dell’invasione e le prime manifestazioni di protesta di Jan Palach

Quattro giorni dopo le truppe del Patto di Varsavia occupavano la Cecoslovacchia. Corse a Praga e dopo alcuni giorni tornò a Všetaty, dove il massimo che poté fare fu scrivere sui muri, insieme agli amici, degli slogan contro l’occupazione sovietica. Dopo aver ottenuto, in premio per il suo impegno nell’organizzare i lavori estivi, la possibilità di andare oltrecortina, in Francia, a collaborare per la vendemmia, iniziò a frequentare la Facoltà di lettere e filosofia. Ma non desistette sul fronte dell’impegno politico. Partecipò a manifestazioni e propose di occupare la sede centrale della Radio Cecoslovacca. Voleva trasmettere un appello radio alla proclamazione dello sciopero generale, finalizzato a rivendicare l’abolizione della censura.

La preparazione dell’ultima protesta

La proposta di Palach probabilmente non fu neanche discussa. Verosimilmente, fu anche per questa ragione che decise di organizzare un’altra forma di protesta, ispirata all’esempio dei monaci buddisti del Vietnam del Sud, che sceglievano di immolarsi per protestare contro la repressione del governo di Diem, appoggiato dagli USA. Il 15 gennaio 1969, andò al funerale di uno zio e il 16, di mattina, andò alla casa dello studente di Spořilov dove scrisse una brutta copia e poi altre quattro versioni, quasi identiche, di una lettera che firmò come “Torcia umana n°1. Una era indirizzata a Ladislav Žižka, suo compagno di studi della Vysoká škola ekonomická, un’altra al leader studentesco della Facoltà di lettere e filosofia, Lubomír Holeček, la terza all‘Unione degli scrittori cechi. Inserì la quarta lettera nella sua cartella sul luogo della protesta.

Le rivendicazioni di Jan Palach

Nelle lettere Jan Palach sosteneva di far parte di un gruppo deciso di auto-immolarsi per scuotere i cecoslovacchi dalla loro passività. E chiedeva, oltre all’abolizione della censura, le dimissioni dei politici filosovietici dalla loro carica, la cessazione della diffusione di Zprávy (Notizie), pubblicato dalla fine dell’agosto ’68, come organo di stampa delle truppe occupanti, e, rivolgendosi al popolo, sollecitava l’indizione di uno sciopero generale ad oltranza a sostegno di quelle rivendicazioni. Se non fossero state soddisfatte entro il 21 gennaio, cioè entro tre giorni, aveva scritto Jan Palach, “altre torce umane” si sarebbero immolate.

Jan Palach, la “Torcia umana n°1”

Jan Palach aveva scritto nelle lettere che, a seguito di estrazione a sorte, gli era toccato l’onore di essere la “Torcia umana n°1”. Così alle 14,30 circa del 16 gennaio di cinquant’anni fa, fornito di due recipienti di plastica pieni di benzina e la cartella sottobraccio, arrivò in Piazza San Venceslao, sempre alquanto affollata, nel pieno centro di Praga, dove si trova il Museo Nazionale. Jan Palach si levò il cappotto vicino al parapetto della fontana, dalla cartella prese una bottiglia con l’etichetta “etere”, che, aperta con un coltello, inspirò. Quindi si cosparse di benzina e accese il fuoco. In fiamme saltò il parapetto e corse verso il monumento di San Venceslao, urtando con un tram in arrivo, il che lo portò a cadere sulla strada davanti ad un negozio di alimentari. Dei passanti con i loro cappotti spensero le fiamme. A loro Jan Palach disse di aprire la cartella che aveva abbandonato alla fontana e di leggere la lettera. Poco dopo fu soccorso da un’ambulanza del Ministero degli interni. Ricoverato alle ore 14.45, quando venne portato nella sua stanza, disse alle infermiere che egli non era un suicida: si era dato fuoco per protesta, come i buddisti in Vietnam.

Cosa ho fatto per gli altri? com’è il mio cuore? qual è il mio obiettivo? quali sono i valori più importanti nella mia vita?

Mentre la clinica veniva presa d’assalto dai giornalisti, Jan Palach ripeteva che il gruppo delle Torce umane non era un’invenzione, rifiutandosi di rivelarne i nomi. Vennero a visitarlo la madre e il fratello – poi ricoverati in una clinica psichiatrica – e la coinquilina dello studente Eva Bednáriková. Costei, interrogata dalla polizia, riferì che a lei e al rappresentante studentesco Lubomír Holeček, Jan Palach chiese di dire, da parte sua, agli altri membri del gruppo di non uccidersi. Jan Palach morì il 19 gennaio 1969, alle 15.30. Nei giorni successivi sia i media cecoslovacchi che quelli esteri erano proponevano centinaia di servizi, reportage e commenti su Jan Palach. E le manifestazioni popolari furono impressionanti sia per il numero degli aderenti che per il valore dei gesti compiuti [6].

Il pastore Jakub S.Trojan sulla tomba di Jan Palach, 25 gennaio 1969 pronunciò queste parole:

«In questo secolo cinico, in cui spesso temiamo gli altri e gli altri temono noi, e in cui spesso ci spaventiamo al constatare la nostra mediocrità, Palach ci ha spinti a porci una domanda che può fare di noi delle persone migliori: “Cosa ho fatto per gli altri? com’è il mio cuore? qual è il mio obiettivo? quali sono i valori più importanti nella mia vita?”»

Quel “fuoco freddo” per spegnere Jan Palach e le coscienze

L’ultimatum che Jan Palach aveva posto scadde senza che alcuna delle sue richieste si traducesse in realtà: almeno altri sette studenti (probabilmente furono di più, forse dieci), tra cui, il 25 febbraio, l’amico Jan Zajíc, si uccisero con il fuoco, ma gli organi d’informazione, controllati dalle forze d’invasione, cercarono di oscurare le notizie. Infatti, l’Ufficio Stampa e Informazione, cioè l’organo di censura del regime, il 20 gennaio 1969 aveva ordinato alle redazioni di pubblicare soltanto le comunicazioni ufficiali, mentre sedici giornalisti stranieri venivano espulsi dal paese. Il 29 gennaio il deputato e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cecoslovacco Vilém Nový propose alla France Presse la sconcertante teoria del “fuoco freddo: Jan Palach, disse, pensava che il liquido che stava utilizzando avrebbe solo generato delle fiamme, senza bruciare (non esistono sostanze simili). E colpevoli del suo suicida gesto erano “gli scrittori e la stampa di destra[7].

Le ultima parole pronunciate da Jan Palach furono:

«Dedicatevi da vivi alla lotta»

Alberto Quattrocolo

[1] Questo regime totalitario, il cui carattere repressivo si era brutalmente palesato durante le “purghe staliniane”, non si era ammorbidito neanche dopo la morte di Stalin (’53), a differenza di quelli di altre repubbliche socialiste, nelle quali, come in URSS, vi era stato un minimo di destalinizzazione (le vicine Ungheria e Polonia). Inoltre la minoranza slovacca pativa una sotto-rappresentanza istituzionale.

[2] Alexander Dubček, che nel ’39 era stato membro del partito comunista clandestino e aveva combattuto come partigiano contro i nazisti, dal ‘63 era divenuto segretario del Partito Comunista Slovacco, che insieme a quello di Boemia e Moravia formava il Partito Comunista di Cecoslovacchia (PCC).

[3] Vennero allentate le limitazioni alla libertà di stampa, di espressione e di movimento. Si svolse un dibattito nazionale sulla trasformazione della Cecoslovacchia in uno stato federale composto da tre repubbliche (Boemia, Moravia-Slesia e Slovacchia), con Dubček favorevole alla suddivisione della Cecoslovacchia in due nazioni distinte: la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca.

[4] Moltissimi, giovani e non solo, all’Ovest come all’Est, vedevano nella Primavera di Praga la dimostrazione che lo status quo poteva cambiare, che sentivano soffiare un nuovo vento di libertà e di uguaglianza nel mondo comunista e in quello capitalista.

[5] I paesi democratici presentarono esclusivamente delle proteste verbali, temendo che prese di posizioni più decise potessero portare ad un’escalation della Guerra Fredda esitanti in un conflitto atomico. I cecoslovacchi furono lasciati soli. Incluso Alexander Dubček, che, arrestato assieme ai suoi principali collaboratori e ai più importanti rappresentanti del nuovo corso, venne portato a Mosca per essere costretto a firmare un patto con il Cremlino in virtù del quale sarebbe rimasto segretario del PCC a condizione di realizzare una “normalizzazione” della situazione politica cecoslovacca. Forte di un sopravvissuto consenso interno e di una persistente opposizione popolare al regime d’occupazione, Dubček, di fatto, conservò un minimo di autonomia dai dettami del Cremlino, che però gliela fece pagare nella primavera del ’69, quando si mostrò esitante nel reprimere le proteste anti-sovietiche. Rimosso dall’incarico, dopo essere stato inviato come ambasciatore in Turchi, fu espulso dal PCC nel 1970. Stabilitosi in Slovacchia, lavorò come manovale in un’azienda forestale, finché nel 1988 il regime gli concesse di venire in Italia a ricevere una laurea honoris causa a Bologna. Quell’anno la Comunità europee gli assegnò il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Dopo la caduta del regime comunista, Dubček, eletto presidente del Parlamento federale cecoslovacco, al fianco del capo di Stato ceco Václav Havel, si batté contro la divisione della Cecoslovacchia. Inoltre, rifiutò di apporre la sua firma alla legge 451/1991, la legge di “lustrazione” che prevedeva un processo di epurazione rivolta a tutti coloro che avevano collaborato con il precedente regime: riteneva non soltanto che si sviluppasse una dinamica pericolosa all’insegna della vendetta, ma anche che venissero ingiustamente colpiti coloro che, erano stati nell’ala dissidente del Partito comunista e avevano subito la repressione dopo il 1968. Morì il 7 novembre 1992, in seguito ad un incidente autostradale avvenuto due mesi prima.

[6] A supporto delle rivendicazioni di Jan Palach un gruppo di giovani si piazzò in una tenda ai piedi della scalinata del Museo Nazionale e per quattro giorni portò avanti lo sciopero della fame. Una processione di alcune decine di migliaia di persone, promossa dall’Unione degli studenti di Boemia e Moravia, partì da Piazza San Venceslao per poi fermarsi davanti alla sede della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università Carolina. Dal balcone di quella facoltà alcuni manifestanti parlarono alla folla. La statua di San Venceslao fu ricoperta di volantini, di ritratti di Palach e di candele. Una guardia d’onore aveva la bandiera nazionale. Alla fontana fu esposta una maschera commemorativa di Jan Palach, fatta dallo scultore Olbram Zoubek.

[7] Sei giorni prima il Primo segretario del Partito Comunista Sovietico, Leonid Iljič Brežněv, e il Presidente del Consiglio URSS Alexandr Nikolajevič Kosygin avevano scritto ad Alexandr Dubček e a Oldřich Černík che Jan Palach era stato una vittima di istigatori. In un’altra occasione Vilém Nový indicò 5 persone colpevoli di avere convinto Jan Palach a bruciarsi vivo: gli scrittori Vladimír Škutina e Pavel Kohout, il rappresentante studentesco Lubomír Holeček, lo sportivo Emil Zátopek e lo scacchista Luděk Pachman. Costoro gli fecero causa per diffamazione, Nový si appellò all’immunità parlamentare, ma i querelanti la spuntarono. Però, nel luglio del 1970, l’autorità giudiziaria scagionò il deputato dall’accusa. Per la corte Vilém Nový aveva avuto ragione a criticare il gesto di Jan Palach, anzi era anche suo dovere farlo. I querelanti furono condannati a rimborsare le spese processuali ed etichettati dal giudice come “nemici del socialismo.

 

Fonti

Maurizio Cecchetti, 19 gennaio 1969 – 2019. Jan Palach: libertà e martirio del fuoco, 13 gennaio 2019, www.avvenire.it

Fedele e P. Fornaro (a cura di), Primavera di Praga. Quarant’anni dopo, Rubbettino, Soveria Monnelli (CZ), 2009

Leoncini (a cura di), Alexander Dubcek e Jan Palach. Protagonisti della storia europea, Rubbettino, Soveria Monnelli (CZ), 2009

www.it.wikipedia.org

www.janpalach.cz/it

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