Irruzione in casa di un Presidente del Consiglio

In quella fine di novembre del 1923, l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Saverio Nitti stava tornando a Roma con la propria famiglia, ma ad accoglierlo trovò una pessima sorpresa: un nutrito gruppo di fascisti, inviati da Cesare Rossi e dallo stesso Mussolini, stava devastando la sua casa con chiaro intento intimidatorio. Per violare la proprietà privata di una persona tanto in vista quanto il Capo del Governo di tre anni prima, gli squadristi dovevano avere ottimi motivi.

Nitti aveva iniziato ad attirarsi le prime aperte antipatie fasciste quando, da Primo Ministro, entrò in tensione con D’Annunzio: l’occupazione di Fiume, che quest’ultimo aveva realizzato nel 1919 dopo aver raccolto intorno a sé una serie di nazionalisti ed ex combattenti, e la conseguente richiesta di annessione al Regno d’Italia provocarono grosse difficoltà al meridionalista. Unitosi a Mussolini e Alfredo Rocco, il Vate organizzò addirittura una campagna di diffamazione incentrata sull’espressione giuliana cagoia, imputando a Nitti di aver rinunciato alla difesa degli interessi nazionali.

 

 

 

 

 

Più avanti, dopo essersi allontanato per un paio d’anni dalla politica, commise l’errore di accettare la proposta di Mussolini e D’Annunzio di formazione di un governo di ‘concentrazione nazionale’: non si avvide subito del pericolo portato dal partito fascista. La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 fu però un segno incontestabile del rischio che l’Italia stava correndo, e questo fu finalmente chiaro anche per l’ex Presidente, tanto che, dopo il primo discorso di Mussolini alla Camera, si rifiutò di concedergli la fiducia, a differenza di altri politici come Giolitti e De Gasperi.

L’aperta contestazione dello status quo gli costò diversi atti intimidatori da parti di gruppi fascisti, cosicché preferì allontanarsi momentaneamente dalla capitale. Tornò nella sua regione d’origine, la Basilicata, dove scrisse e pubblicò molto, fino ad aggiudicarsi diverse candidature al Nobel. A Roma lo aspettava tutt’altra accoglienza, come già si è ricordato. Per questo, neanche un anno dopo, si trasferì con la famiglia a Zurigo e, in seguito al discorso del duce di inizio 1925, che inaugurava la ‘dittatura a viso aperto’ del fascismo, a Parigi.

Qui rimase per vent’anni e la sua casa fu a lungo base di un fervido dibattito antifascista, cui parteciparono nomi come Pietro Nenni, Filippo Turati, Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini.

«Vi sono altre guerre in preparazione. Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo, mira alla depressione di altri popoli».

 

Alessio Gaggero

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