(il)legalità nazionalrazzista

La legalità comunemente intesa e la (il)legalità nazionalrazzista

Da tempo alcune organizzazioni politiche (partiti, associazioni e movimenti) svolgono un’insistente campagna centrata sui temi della sicurezza, del degrado urbano, dell’osservanza della legge, riconducibile costantemente alla tematica dell’immigrazione. A mio avviso, si tratta di un tentativo poderoso di diffondere una particolare concezione della legalità, cioè una (il)legalità nazionalrazzista (al nazionalrazzismo ho dedicato diversi post come: La strumentalizzazione nazionalrazzista degli stupri, La doppia morale nazionalrazzista, Propaganda nazionalrazzista e Welfare, Il nazionalrazzismo come politica del conflitto (razziale), Nazionalrazzismo e socialrazzismo).

Tale campagna sulla (il)legalità nazionalrazzista è svolta con toni e accenti diversi, ma quasi costantemente propone una doppia denuncia: quello del fenomeno migratorio, come generatore di un’illegalità diffusa, e quello delle politiche dell’accoglienza, come complici della crescita dell’illegalità.

Il diritto e la (il)legalità nazionalrazzista

Ma a che tipo di legalità si riferisce il nazionalrazzismo? E, prima ancora, la legalità è sempre un valore?

La risposta a questa domanda non è facilissima. Ma, per semplificare le cose e stare banalmente su un piano di buon senso, direi che si può rispondere così: «dipende».

Cioè, quando si afferma che la legalità è un valore s’intende dire che è un valore l’osservanza della legge da parte dei consociati. Ma il rispetto della legge è sempre un valore?

Dipende da qual è la legge da rispettare.

Infatti: non vi è un granché da discutere quando si pensi alla violazione delle norme che proibiscono e puniscono il furto, la truffa, la rapina, l’omicidio, il voto di scambio, la partecipazione ad un’organizzazione di stampo mafioso, ecc.; mentre è discutibile che il rispetto della legge sia un valore positivo rispetto ad altre situazioni.

Ad esempio, è discutibile che fosse ammirevole l’osservanza della Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco e della Legge sulla cittadinanza del Reich (cioè due “delle leggi di Norimberga”, promulgate il 15 settembre 1935 dal Reichstag del Partito Nazionalsocialista, convocato a Norimberga).

Riusciva difficile all’epoca per molti tedeschi considerare il rispetto di quelle norme come qualcosa di moralmente ed eticamente lecito. Ed è improponibile oggi affermare che la loro osservanza avesse a che fare con la legalità comunemente intesa. Quella a cui ci si riferisce quando si pensa alle leggi che sanzionano la pedofilia, l’evasione fiscale, la corruzione, l’inquinamento ambientale o l’abuso edilizio.

È da reputarsi come positivo l’essere stati rispettosi della legalità, applicando e osservando le leggi razziali fasciste del 1938? Violava il valore della legalità chi cercava di impedirne l’applicazione? Era rispettoso della legalità rispondere alla chiamata alle armi dei bandi Graziani (Ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana) del ’43 e del ’44, che punivano con la morte i renitenti e i disertori?[1]

Quindi, la questione non è il rispetto della legge in sé, ma il rispetto delle leggi conformi a quelli che l’articolo 2 della nostra Costituzione chiama «i diritti inviolabili dell’uomo».

La (il)legalità nazionalrazzista è conforme a tali diritti? E, quindi, in Italia, difende, come afferma di fare, il valore della legalità?

Non esattamente, direi. Credo che, perciò, si possa parlare di (il)legalità nazionalrazzista. E, forse, si potrebbe togliere la parentesi e scrivere esplicitamente: illegalità nazionalrazzista.

Prepotenze e altre condotte all’insegna della (il)legalità nazionalrazzista

Che tipo di legalità, infatti, è quella delle prepotenze violente realizzate da militanti e leader nazionalrazzisti (ma anche da quelli che altrove ho chiamato socialrazzisti)?

Mi riferisco, tra i tanti, troppi, casi, al seguente: il 27 settembre a Roma, la protesta dei militanti di estrema destra, per la consegna di un’abitazione popolare a una famiglia italiana, ma in parte di origine etiope, ha portato al ferimento di tre poliziotti, colpiti alla testa da sampietrini. Sono stati arrestati 4 militanti (per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale) tra cui il leader del movimento di estrema destra “Roma ai romani”, Giuliano Castellino.

La famiglia assegnataria, composta da madre (etiope), padre (italiano) e un bambino piccolo, dopo gli scontri, insultata dagli abitanti, è andata via dal quartiere[2].

Anche ammesso che vi sia l’intenzione di tutelare delle persone disagiate, come gli abitanti abusivi sfrattati, che razza di legalità è quella consistente nello scacciare, con violenza fisica e verbale, a mo’ di linciaggio, altre persone, che versano in analoghe o peggiori condizioni di disagio e che sono, perciò, legittime assegnatarie di alloggi di edilizia popolare?

Soffermiamoci un attimo sul caso del 27 settembre. La signora è di origine eritrea, che gravissima colpa!

Infatti, arriva da un luogo in cui la dittatura di Isaias Afewerki, che dura dal 1993, lo ha reso il secondo stato più militarizzato al mondo. Si tratta , di un Paese, di religione cristiano ortodossa, in cui sono state abolite le elezioni, la libertà di stampa e impedito l’accesso a giornalisti stranieri, dove si applicano torture spaventose ai prigionieri, dove c’è la leva obbligatoria a tempo indeterminato (il che impedisce di espatriare legalmente, visto che nessun uomo può avere un passaporto prima dei 60 anni). Ah, dimenticavo un paio di particolari.

  • È anche il Paese che fu una colonia italiana in cui giunsero oltre centomila immigrati nostri connazionali.
  • È il Paese il cui dittatore poteva contare sulla collaborazione tra gli altri di Pier Gianni Prosperini. Si proprio l’ex assessore di AN della giunta Formigoni che, come ricordava settimane fa Gian Antonio Stella sul Corriere, definiva il dittatore Afewerki «un uomo capace e sagace», un leader dalla «mano ferma e paterna», qualificava come traditori quelli che fuggivano dal Paese e balle quelle sulle torture e le violenze. Prosperini è stato condannato per aver rifornito di  armi e munizioni il regime di Isaias Afewerki, eludendo i controlli internazionali e violando gli embarghi, in cambio di  un’entrata illecita semestrale.

Ah, Pier Gianni Prosperini era anche colui che in ogni occasione ripeteva come un mantra:

«Camèl, barchèta e te turnet a ca’. Capì? Possono restare da noi solo quelli che condividono i nostri valori e rispettano le nostre leggi. Non ti va bene? Camèl, barchèta e te turnet a ca’».

Nel 2009 era stato arrestato per avere incassato una tangente da 230 000 euro su un appalto da 7,5 milioni di euro (richiese un patteggiamento).

La (il)legalità nazionalrazzista e la legge 205 del 1993

In Italia vige una normativa, la legge 25 giugno 1993, n. 205 (e successive modifiche e integrazioni), la cosiddetta “Legge Mancino”, che punisce gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, oltre all’utilizzo di simboli razzisti.

Sulla violazione della legge Mancino, in particolare mediante comunicazioni su internet, era stato intervistato da Famiglia Cristiana, a fine ottobre del 2016, il prof. Giovanni Ziccardi, il quale si era soffermato sulla difficile distinzione tra libertà di espressione e apologia di reato.

Ma per stare ad un livello più cronachistico basta dare un’occhiata alla home page del sito Cronache di ordinario razzismo, per avere una sintesi del mancato rispetto della legge 205 del ’93 e di altre leggi da parte dell’insieme delle organizzazioni che mi sono permesso di definire nazionalrazziste.

Modestamente aggiungo che sono moltissimi i comportamenti e le dichiarazioni di politici, giornalisti e opinionisti che mi paiono contrastare spettacolarmente con quelle norme: se non sempre con il loro testo letterale, invariabilmente con la loro sostanza, la cosiddetta ratio legis.

Tra i comportamenti più plateali vi è il manifesto, proposto da Forza Nuova, con l’immagine raffigurante un uomo nero che aggredisce e tenta di spogliare una donna bianca e sopra la scritta:

Difendila dai nuovi invasori, potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia“.

Il manifesto è una leggera modifica di quello diffuso nel ‘44 dalla Repubblica sociale italiana, raffigurante un soldato statunitense, che per la propaganda repubblichina costituiva l’invasore straniero, intento a strappare con violenza la camicetta di una donna bianca.

Quello citato non è certo il primo “manifesto” palesemente razzista di questo partito: un’altra immagine, visibile il 31 maggio di quest’anno, sempre sulla pagina di Forza Nuova, era quella di Mbayeb Bousso, la studentessa quindicenne che, vestita con un abito tricolore, aveva accolto il Presidente Mattarella a Mirandola. La scritta sotto l’immagine era:

Non è questa l’Italia che vogliamo

Nel testo sottostante si leggeva la “ratio” di tale immagine: contrastare la “sostituzione etnica”. In breve: ce l’hanno e ce l’avevano con il disegno di legge sul diritto di cittadinanza (impropriamente chiamata legge sullo Ius Soli, quando è, invece, soprattutto una legge sullo Ius Culturae).

Piano Kalergi e programmi di (il)legalità nazionalrazzista

Un tema, quello della sostituzione etnica di popolo, caratterizzato da assordanti richiami alle citate leggi razziste del Terzo Reich e del regime fascista italiano, che Matteo Salvini propone con insistenza, da un po’ di anni in qua, intrecciandolo con quello della legalità.

La difesa della legalità e la difesa della razza italiana (fino a qualche anno fa la Lega parlava di razza padana, che andava difesa dai “terroni”, dagli albanesi e dai rumeni), secondo Salvini, sono intrecciate.

Il “Piano Kalergi” una teoria del complotto, a dir poco, estremista, ritiene che sia in atto una cospirazione per effettuare un “genocidio programmato dei popoli europei“, grazie all’immigrazione di massa, onde giungere a “distruggere completamente il volto del Vecchio continente“, a seguito dell’incrocio dei “popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’élite al potere“.

Ne aveva parlato Salvini nel febbraio del 2015, asserendo che dietro c’era l’Unione Europea, poi a maggio in un’intervista a SkyTg24, quindi alla festa leghista di Ponte di Legno del 15 agosto 2016, allorché aveva provocato una reazione dei principali sindacati nazionali di polizia. Perché, avevano reagito?

Non soltanto perché aveva parlato di «un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia da qualche secolo e che qualcuno vorrebbe soppiantare con decine di migliaia di persone che arrivano da altre parti del mondo»[3]. Ma, soprattutto, perché, indossando una felpa della Polizia di Stato, aveva promesso che, una volta andato al Governo, avrebbe difeso la legalità dando mano libera a polizia e carabinieri per “ripulire” le nostre città[4].

Per rimediare ai “mali della società”, Salvini aveva anche incitato a sgomberare gli alberghi in cui erano ospitati i migranti e aveva proposto di caricare questi ultimi su di un furgone e mollarli «in mezzo al bosco a 200 chilometri, così ci mettono un po’ a tornare».

Stava parlando di rifugiati e richiedenti asilo, cioè di coloro cui parla l’art. 10 della Costituzione, stabilendo che vanno accolti, in quanto non è loro concesso l’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Repubblica italiana.

Alla faccia della legalità!

Forse, proprio per non contraddire se stesso, cioè la sua campagna sulla legalità (nazionalrazzista, aggiungo io), il segretario della Lega, poche settimane fa, ha proposto di abolire la legge Mancino e la legge Fiano. Così, l’illegalità nazionalrazzista, sotto questo aspetto, sarebbe a posto, cioè diventerebbe legale.

Sì, lo sarebbe formalmente, ma non sostanzialmente, non potendosi considerare democratico un ordinamento che, non vietandoli, autorizza sia l’incitamento alla violenza e alla discriminazione di matrice razzista, che la creazione e lo sviluppo di organizzazioni fasciste preordinate a sovvertire proprio la democrazia.

 

Mano libera alla polizia come progetto di (il)legalità nazionalrazzista

Sullo stesso registro, e nell’ambito dello stesso discorso tenuto sul palco della Pontida il 17 settembre di quest’anno, si colloca la ripresa dello slogan delle mani libere alla polizia, da parte di Matteo Salvini.

È apparentemente paradossale che il leader di un partito che, si richiama così spesso ai temi della democrazia (soprattutto quando, a Napoli, vi sono manifestazioni antileghiste realizzate da altri, e quando qualifica come antidemocratici provvedimenti giudiziari che riguardano il suo partito, segnatamente le sue casse, o singoli esponenti di questo)[5], della legalità e dei valori occidentali, trascuri il dettaglio che quando le forze dell’ordine hanno le mani libere, quando sono svincolate dalle procedure e dalle regole previste dalla legge, trionfa proprio l’illegalità.

Trionfano le illegalità poste in essere direttamente dalle forze dell’ordine e quelle che, in base al tipo di reato, a chi ne è l’autore o la vittima, non disturbano le forze di polizia e chi politicamente le comanda.

Questo risvolto ce lo insegnano la storia e la cronaca. Basta voltarsi indietro e ripensare ai paesi sotto il dominio comunista, all’Italia sotto il fascismo, alla Germania nazista o alla Spagna franchista, alle dittature centro e sud-americane, oppure guardare ora, verso sud o verso est, oltre l’orizzonte, proprio là dove provengono tanti di coloro contro i quali il nazionalrazzismo cerca di stimolare la paura e la rabbia.

Dare mano libera alle forze dell’ordine significa proporre la cosa più antidemocratica che possa venire in mente, essendo questo proprio il requisito di base dei regimi autoritari e delle dittature. Significa, infatti, lasciare il monopolio dell’uso legittimo della violenza a soggetti che, svincolati dalle regole, agirebbero soltanto in virtù di arbitrari indirizzi politici.

La “politica” della ruspa e la (il)legalità nazionalrazzista

Invece, sono proprio le regole quelle che fanno la differenza tra una democrazia e altri tipi di regimi. Ce l’hanno spiegato, tra gli altri, Cesare Beccaria, gli autori della Costituzione degli Stati Uniti e i padri costituenti italiani, coloro che li hanno preceduti e, poi, politologi come Giovanni Sartori, costituzionalisti come Gustavo Zagrebelski e tanti, davvero tanti, altri.

Recentemente anche Steven Spielberg, con il Ponte delle spie, ce lo ha ricordato. Mi riferisco alla scena in cui l’avvocato James Donovan (Tom Hanks), rivolgendosi all’agente della C.I.A., afferma:

«Io sono irlandese, lei è tedesco, ma cosa ci rende entrambi americani? Una cosa sola, una, una, una: il manuale delle regole. Lo chiamiamo Costituzione e ne accettiamo le regole. È questo ciò che ci rende americani, solamente questo».

Le regole cui si riferisce sono quelle che assicurano il diritto di difesa anche ad una spia del KGB. Dice ancora Donovan:

«Ogni uomo merita una difesa, ogni uomo è importante».

Le regole a cui si riferisce, analoghe a quelle che valgono da noi, non sono compatibili con gli slogan che invocano l’uso della ruspa per spostare degli esseri umani. Perché belli o brutti, buoni o cattivi, onesti o disonesti, sono, appunto, esseri umani. E ogni essere umano è importante.

Come si può teorizzare la tutela del diritto alla sicurezza e alla tranquillità di qualcuno attraverso il mancato rispetto dei diritti inviolabili, dell’umanità, dell’altro? Non si può.

Non si proclama che due torti fanno una ragione, che dei comportamenti scorretti o perfino illeciti autorizzano l’arbitrio e la violenza dello Stato.

Sempreché si voglia vivere in un sistema democratico.

Sempreché, quando ci si definisce patriottici, si abbia in mente non una patria che durò poco più di vent’anni ed ebbe fine il 25/4/1945, ma una patria definita: «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, la cui sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione».

 

Alberto Quattrocolo

[1] Ancora: la legalità è un valore se pensiamo alle leggi degli Stati segregazionisti degli Stati Uniti, all’ordinamento sovietico, alle leggi sudafricane sull’Apartheid, oppure, per venire ai giorni nostri, alle norme introdotte da Erdogan in Turchia e agli ordinamenti repressivi delle libertà fondamentali (dei diritti civili e dei diritti politici) di tanti altri Paesi? L’elenco delle leggi attuali, vigenti in giro per il Mondo, considerate moralmente raccapriccianti potrebbe essere, invero, lunghissimo.

[2] Altri esempi di analoghi abusi e sopraffazioni, cioè di illegalità nazionalrazziste avvenute a Roma, sono:

  • Il 6 dicembre del 2016 , urlando ripetutamente “Non vogliamo negri né stranieri qui, ma soltanto italiani“, un gruppo di manifestanti ha impedito ad una famiglia marocchina (con tre figli, è composta da madre disoccupata e operaio edile con reddito annuo di 12mil), che ha rinunciato a voler abitare lì, di prendere legittimamente possesso dell’alloggio assegnatole e sgomberato alcune settimane prima perché occupato abusivamente
  • A gennaio di quest’anno, alcune decine di militanti di Forza Nuova, CasaPound, “Roma ai romani” e “Alcuni italiani non si arrendono” hanno impedito ad una famiglia, composta da padre, madre e 5 figli di origine egiziana, di prendere possesso dell’alloggio Ater, occupato abusivamente da una coppia di romani (lei 17enne, incinta, lui ventenne precario)
  • Howlader Dulal di 52 anni, di origine bengalese con cittadinanza italiana a fine giugno, è stato aggredito a calci e pugni in largo Ferruccio Mengaroni a Roma, da quattro ragazzi italiani tra i 20 e i 25 anni ai quali stava chiedendo informazioni per raggiungere l’abitazione popolare assegnatagli dal Comune per la sua famiglia. Dulal lavora in un ristorante e viveva con la sua famiglia in un appartamento di 40 metri quadri. Ha due figli, di cui uno disabile ed era nono in graduatoria tra gli aventi diritto all’alloggio popolare.

[3] Il testo citato è soltanto uno degli esempi, insieme alle citazioni precedenti, che mi hanno indotto ad usare l’aggettivo nazionalrazzista in relazione a soggetti, movimenti, forze politiche e altre organizzazioni che propongono una politica basata sull’esaltazione dell’identità nazionale e sulla demonizzazione degli immigrati. Mi pare, infatti, che termini come populista, sovranista, (ultra)patriottico o xenofobo si prestino poco a descrivere questo tipo di organizzazioni, che vogliono diffondere l’idea di una razza italiana (come già faceva il manifesto della razza del 1938), o tutt’al più europea, e che promuovono l’odio verso i migranti, definendoli nemici di quella razza.

[4] Giuseppe Tiani, segretario del SIAP aveva affermato: «non è accettabile che un politico come Salvini possa continuare a permettersi d’indossare la divisa della Polizia di Stato promettendo che se dovesse andare al Governo utilizzerà poliziotti o carabinieri per una sorta di delirante demagogica e pericolosa ‘pulizia etnica’. Corre l’obbligo di ricordare a Salvini che l’ultimo governo di cui la Lega ha fatto parte è quello dei tagli lineari a tutte le Forze di Polizia i cui effetti nefasti paghiamo ancora oggi nonostante l’emergenza sul fronte dell’immigrazione e del terrorismo. Quanto accaduto ieri a Ponte di Legno è un atto gravissimo perché si tenta di manipolare sul piano politico il ruolo delle Forze di polizia che sono terze e rispondono solo agli interessi dello Stato e delle politiche di Governo legittimate dalle procedure democratiche. Si tratta dell’ennesimo atto provocatorio davanti al quale i poliziotti democratici prendono le dovute e doverose distanze».

[5] Non molto tempo fa disse: «La Lega è estremamente preoccupata per il clima in cui versa l’Italia. Renzi sta instaurando un regime staliniano: il Parlamento è comprato, la magistratura schierata e la tv pubblica militarmente occupata. A me l’aria che puzza di Unione Sovietica non piace».

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *