Il superamento della preoccupazione di persuadere il mediatore della validità delle proprie ragioni

Una delle prerogative del percorso di mediazione e, segnatamente del modello “Ascolto e Mediazione” praticato da Me.Dia.Re. è che in esso le parti sono liberate dall’ansia di riuscire ad essere persuasive.

Sia nei colloqui individuali che negli incontri di mediazione, le persone sono sgravate dalla classica preoccupazione secondo cui “dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei avere torto” (Beaumarchais).

Infatti, nello sviluppo del percorso, grazie all’approccio declinato dal mediatore nella relazione con ciascun attore del conflitto, si stabilisce un clima permeato dalla consapevolezza dell’assenza di giudizio.

Il mediatore, quindi, non è vissuto come se fosse una sorta di “giudice che valuta ma non decide”. Cioè, non è visto come un soggetto che: da un lato, valuta i comportamenti, le azioni e gli atteggiamenti tenuti dalle parti nello sviluppo del loro conflitto e giudica chi di loro ha agito o pensato bene o in maniera adeguata e ci invece no; dall’altro, non decide esplicitamente e non condanna o assolve chi ha torto o ragione, ma implicitamente e indirettamente darà maggiore sostegno e favorirà la parte che saprà dimostrargli di essere stata colei che nella relazione conflittuale ha saputo agire con maggiore equilibrio, lealtà, nobiltà d’animo, fedeltà a principi condivisibili universalmente, ecc.

Questo tipo di percezione degli attori del conflitto rispetto al mediatore, questo loro rapportarsi con tale professionista, come se fosse imprescindibile convincerlo della congruità delle proprie reazioni conflittuali alle ingiustizie commesse dalla controparte, sussiste, certamente, al momento del primo incontro. Ma, poco per volta, questa dimensione, generativa di un atteggiamento performante e, invero alquanto stressante, viene meno. Gradualmente è sostituita da una condizione maggiormente rilassata.

E tale transizione si verifica, in particolare, nell’ambito dei colloqui individuali – cioè, separati – con i singoli mediati. L’assenza dell’altro, che, ove fosse presente, sarebbe pronto a ribattere punto su punto ogni affermazione, la consapevolezza di avere quello spazio di ascolto interamente per sé stessi, associati alle modalità relazionali del mediatore, de-tendono le istanze di tipo persuasivo-performante, sicché, la persona svolge di più la comunicazione su un piano di dibattito interno. In breve, mette a confronto le proprie posizioni, idee, frustrazioni, esigenze, ferite, angosce e sofferenze con quelle dell’altro – o meglio con quelle che suppone l’altro sia portatore -, e nel farlo avvia un dialogo con se stesso, con il suo giudice interno, con la rappresentazione che ha di sé e del conflitto e con quella che ritiene abbia la sua controparte.

Tenderà ciascuna parte ancora a darsi più ragione che torto? Verosimilmente sì, altrimenti il conflitto più che già mediato sarebbe quasi risolto. Però, sarà stato rimosso, almeno in gran parte, un enorme ostacolo, potenzialmente impeditivo di ogni possibilità di sviluppo di una relazione efficace tra gli attori del conflitto e il mediatore.

 

Rielaborazione da:

Lezione di A. Quattrocolo svolta nella quarta lezione della XI edizione del Corso di Mediazione Penale, Lavorativa e Sanitaria

– De Palma A., Quattrocolo A. (2009) La mediazione tra medico e paziente. Un intervento imparziale sul fenomeno crescente del contenzioso per responsabilità professionale medica, Athena Medica srl, Modena.

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