Il modello “Ascolto e Mediazione”

Alberto Quattrocolo nel presentare il libro “Ascolto e Mediazione. Un approccio pragmatico alla gestione dei conflitti”, di cui è autore con Maurizio D’Alessandro, si è soffermato sulle ragioni per le quali nell’elaborare una denominazione per definire l’approccio dell’Associazione Me.Dia.Re. alla gestione dei conflitti si è deciso di

«estrarre dal concetto di mediazione un aspetto ad essa connaturato (l’ascolto): non per slegarlo, ma per esplicitarlo, rammentandone così la centralità. Ascolto e Mediazione, appunto, e non “soltanto” mediazione».

Del resto, ha spiegato Alberto Quattrocolo, abbiamo chiamato il nostro modello “Ascolto e Mediazione

«per dare vigore, mentre si promuove o si propone l’intervento di mediazione, al principale messaggio che lo caratterizza rispetto agli approcci istituzionali intrinsecamente giudicanti. Un messaggio, che risponde al senso profondo e ai presupposti di base della mediazione penale, della mediazione familiare, ecc., quale che sia la scuola di pensiero e la metodologia adottate: la mediazione, infatti, in tutti i suoi eterogeni paradigmi, si fonda sul presupposto della a-valutatività, e quest’ultima non consiste soltanto nel non giudicare chi ha torto e chi ha ragione, ma significa ancor prima non giudicare negativamente i confliggenti per il fatto che sono in conflitto.  (…) Non giudicare, però, significa ascoltare. In particolare ascoltare con il fine di ascoltare, non con il fine di fare cambiare idea, sentimento o comportamento delle persone ascoltate. Perché avere tale fine, presuppone una disapprovazione dei loro pensieri, dei loro sentimenti ed emozioni e della loro condotta».

Quest’ultima precisazione si collega strettamente ad alcuni aspetti del conflitto, rispetto al quale si ribadisce che

«se la funzione della mediazione è quella di gestire un conflitto, allora, occorre che tale strumento si adatti all’oggetto cui è destinato. Il che ci riporta ad un uso ragionato dell’empatia. Ora so bene che sostanzialmente tutte le scuole di pensiero e le relative metodologie nel campo della mediazione (da quella civile e commerciale a quella familiare, da quella penale a quella sociale o scolastica, ecc.) condividono l’idea che l’empatia sia una risorsa fondamentale, ma… Se per il mediatore non è troppo difficile sentire, definire, valorizzare e comunicare, cioè rispecchiare, stati d’animo e sentimenti che sono in linea con delle possibilità di futuro riconoscimento reciproco tra le parti, di un prossimo ripristino del dialogo oppure, addirittura, di una non lontana immedesimazione vicendevole, la situazione si complica quando, invece, il mediatore si trova davanti i contrasti e i tormenti della contrapposizione, dell’ostilità, del risentimento e della sfiducia: in tali situazioni, cioè, può essere complicato sentire i vissuti e le ragioni della parte che resta pervicacemente avversa ad ogni prospettiva di de-escalation. Tuttavia, il mediatore non soltanto dovrebbe sospendere il giudizio sui torti e sulle ragioni di ciascun confliggente, ma anche (almeno finché non si superi o non sia già stato superato il limite della violenza) quello sull’esistenza di quel conflitto. In altri termini, come già sostenuto, il mediatore non dovrebbe far sentire giudicate male le parti per il fatto che sono in conflitto e per il fatto che dal conflitto non vogliono uscire (o non ci riescono). Il mediatore dovrebbe, quindi, accogliere e riconoscere anche i sentimenti delle parti che paiono chiudere le porte a delle possibilità di conciliazione. Il non farlo, infatti, significherebbe prestare a quelle persone un’attenzione selettiva, guidata soltanto dai propri obiettivi o desideri. E potrebbe creare una relazione ambigua tra il mediatore e le parti: una relazione, cioè, nella quale, queste ravvisano o sospettano che il mediatore abbia un atteggiamento di superiorità (morale, intellettuale o psicologica). Il ché sarebbe quanto mai deleterio e vanificherebbe lo sforzo sotteso ad ogni attività di ascolto: far sentire la persona ascoltata e riconosciuta. 

Sarebbe davvero un guaio se il mediatore che, in quanto tale, interviene in una situazione relazionale la quale, in quanto conflittuale, si caratterizza dolorosamente per il mancato riconoscimento reciproco tra gli attori, generasse a sua volta un vissuto di mancato riconoscimento.

Qual è il compito del mediatore, dunque, rispetto ad una dinamica relazionale contrassegnata da bisogni di riconoscimento frustrati? Nell’approccio dell’Associazione Me.Dia.Re., il mediatore ha la funzione di riempire i vuoti, anche e soprattutto i vuoti di riconoscimento. E questo compito lo porta avanti direttamente, non lo delega a terzi, cioè non lo delega alle parti».

Qui è possibile il video dell’intervento di Isabella Buzzi, che è stata autrice della prefazione, mentre qui si trova quello dell’intervento di Maurizio D’Alessandro e qui quello del dibattito successivo ai tre interventi. Cliccando qui, invece, si può seguire il video integrale.

Qui è possibile vedere il video dell’intervento di Alberto Quattrocolo.

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