Il massacro, tutto italiano, dei cantastorie etiopi

Tra le tante vergognose crudeltà commesse dagli italiani in Etiopia, nel corso della sua occupazione, ce n’è una in cui ferocia gratuita, ottusità oscurantista e razzismo fascista si diedero la mano e produssero un formidabile esempio di bizzarra disumanità. Si tratta del massacro dei cantastorie in Etiopia, perpetrato nel 1937, a partire dal 19 marzo.

Quel «radicale repulisti» degli etiopi, ordinato da Mussolini, e così entusiasticamente realizzato

Su questa rubrica, abbiamo ricordato come Benito Mussolini, il 3 ottobre del 1935, senza prima emettere una dichiarazione di guerra, avesse invaso l’Etiopia [1]. Intenzionato a ripristinare i fasti dell’impero romano, Mussolini, pur di sottomettere gli etiopi, aveva allestito una macchina da guerra imponente, facendo ricorso anche all’uso dei gas, già a partire dal 27 ottobre di quell’anno, per soffocare la resistenza militare e civile etiope all’occupazione italiana. Ma questa non si era piegata [2].

La politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici» (Benito Mussolini)

Amareggiato per gli insuccessi delle truppe italiane di occupazione, già nel 1936, il duce aveva ordinato al governatore generale e comandante delle truppe d’Etiopia, Rodolfo Graziani, di uccidere tutti i ribelli già catturati, di ammazzare i resistenti, facendo ricorso anche ai gas, sollecitandolo a

«condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma».

L’attentato a Graziani e la strage di Adis Abeba

Come abbiamo ricordato su Corsi e Ricorsi, il 19 febbraio del 1937, due giovani studenti di origine eritrea avevano realizzato un attentato ai danni del viceré Graziani. Immediatamente era scattata la reazione contro la popolazione etiope, sollecitata da Mussolini. Questi con un telegramma ordinava, infatti, di realizzare un «un radicale ripulisti». Quel che seguiva era di un orrore inconcepibile. E ad esso fornivano un selvaggiamente entusiastico contributo i civili italiani [3].

Un massacro senza fine

«Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Adis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano», scrisse un testimone italiano, Dante Galeazzi. Poi, forse impensierito dal fatto che gli stranieri presenti nella capitale etiope documentavano con le loro macchine fotografiche la strage in corso, irritato perché di quel bagno di sangue si stava intestando il merito il federale Cortese e intenzionato a dimostrare a Roma di avere in mano la situazione, Graziani, dal suo letto di ospedale, ordinò di far cessare le rappresaglie dispiegate dai civili e dalle camicie nere. Mussolini, però, scriveva a Graziani che nessuno dei fermati attuali o venturi andava rilasciato senza suo ordine e precisava che «tutti i civili e i religiosi etiopi sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi». Così, toccò ai militari portare avanti l’escalation parossistica di violenze scatenatesi fin dal 19 febbraio.

Con la scusa del complotto…. Il via libera a fucilazioni e deportazioni della classe dirigente etiope

L’avvocato militare Bernardo Olivieri aveva proposto un rapporto in cui affermava che l’attentato a Graziani era stato ordito da un vasto complotto (mentre, in realtà, era stato compiuto da due studenti eritrei, con l’aiuto di un tassista). E Graziani ne approfittò per cercare di liquidare una buona parte dell’intellighenzia etiope, mediante fucilazioni. Alti funzionari governativi, giovani ufficiali, giovanissimi neolaureati in America, Francia e Gran Bretagna venivano semplicemente trucidati. Inoltre, non potendo mitragliare tutti quanti, come ebbe a lamentarsi Graziani in un telegramma spedito a Mussolini, il viceré, con l’approvazione scritta del duce, faceva deportare in Italia i notabili etiopi, mentre faceva rinchiudere «gli elementi di scarsa importanza ma comunque nocivi» nei campi di concentramento presenti nelle due colonie italiane del Corno d’Africa, Somalia ed Eritrea.

Nessuna eccezione

Non venivano risparmiati neanche quei funzionari e notabili che, per risparmiare al popolo ulteriori abusi, violenza e linciaggi, avevano deciso di collaborare con l’invasore italiano. Infatti, diversi esponenti abissini di provata fedeltà, dopo essersi congratulati con Graziani per lo scampato pericolo, gli consigliarono moderazione nelle rappresaglie per non alienare al dominio italiano le simpatie della popolazione. Però, Graziani interpretò il loro atteggiamento come una prova della loro collusione con gli attentatori e ne ricambiò i cortesi consigli facendoli deportare in Italia. Del resto, si sentì opporre un netto rifiutò anche chi tra gli italiani, tentò di moderare minimamente la repressione in atto. Così, accadde al tenente colonnello Princivalle, che era anche il capo del suo Ufficio politico, quando invitò Graziani a riflettere sulla possibilità di palesare una minima clemenza verso i notabili che avevano collaborato con il governo italiano, per «non ingenerare la convinzione che noi trattiamo allo stesso modo coloro che ci servono e coloro che ci tradiscono». Graziani gli replicò per iscritto: «fatti del genere si reprimono non solo colpendo gli esecutori, ma colpendo la collettività nella quale è sorta l’idea e nella quale vivevano i colpevoli».

Il massacro dei cantastorie

Il 19 marzo del ’37, un mese dopo l’attentato, Rodolfo Graziani poteva dirsi soddisfatto di aver “risolto il problema” dei notabili, ma, riteneva ancora lontana dall’essere raggiunta la meta della soppressione totale di ogni oppositore, reale o presunto, alla dominazione italiana sull’Etiopia. Tuttavia, per rassicurare Mussolini sulle denunce proposte dalla stampa internazionale, gli scriveva: «Non posso escludere che alcuni abissini giustiziati abbiano prima di morire gridato “viva Etiopia indipendente”. Faccio però presente che esecuzioni ordinate in conseguenza noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi». In questa ipocrita e sanguinaria prospettiva si collocò anche l’incredibile sorte che egli riservò ai cantastorie e agli indovini.

Chi sono «i più pericolosi perturbatori dell’ordine pubblico»? I cantastorie, gli indovini e gli eremiti

Quello stesso 19 marzo Graziani scriveva al ministro Lessona:

«tra i più pericolosi perturbatori dell’ ordine pubblico erano da annoverarsi i cantastorie, gli indovini e gli stregoni, giacché essi andavano perfidamente diffondendo tra queste popolazioni primitive ignoranti e superstiziose le più inverosimili notizie circa futuri catastrofici avvenimenti (distruzione completa di tutte le popolazioni da parte degli italiani; prossimi attacchi condotti da imponenti formazioni ribelli con aiuti stranieri; prossimo ritorno del Negus alla testa di imponente esercito eccetera eccetera)».

L’ordine di arrestare e fucilare cantastorie e indovini

Il messaggio a Lessona proseguiva in questi termini:

«Convinto della necessità di stroncare radicalmente questa mala pianta, ho ordinato che tutti cantastorie, indovini e stregoni della città e dintorni fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati e eliminati settanta».

Mussolini scrisse:

«approvo quanto è stato fatto circa stregoni e ribelli. Occorre insistere sino a che la situazione non sia radicalmente e definitivamente tranquilla».

1877 (come minimo) eremiti, cantastorie e indovini ammazzati

Come ha spiegato Giorgio Rochat, «lo sviluppo della caccia a cantastorie e indovini e più in genere del “repulisti”, cioè delle esecuzioni sommarie paralegali per motivi di ordine pubblico, è parzialmente documentato da una quarantina di telegrammi che vanno dal 27 marzo al 25 luglio 1937, con i quali Graziani tenne regolarmente informati Lessona e Mussolini, certamente in seguito ad una richiesta specifica. […] L’ultimo di questi telegrammi fa salire la macabra contabilità a 1877 morti al 25 luglio 1937. […] Si noti comunque che queste cifre non tengono conto dei massacri effettuati nel corso delle operazioni antiguerriglia, né delle eliminazioni eseguite alla spicciolata dai responsabili dei presidi minori […]. Le indicazioni di Graziani si riferiscono inoltre quasi soltanto alla città di Addis Abeba ed ai territori dello Scioa da lui direttamente dipendenti, il che non significa che nelle altre regioni dell’impero fossero più rare le esecuzioni sommarie» [4].

Il massacro dei cantastorie etiopi, quindi, non solo seguiva e accompagnava le rappresaglie sulla popolazione civile e i massacri dei ribelli, ma si collegava all’eliminazione radicale della classe dirigente etiope. Lo scopo era impedire per sempre a quel popolo di parlare, di pensare e di credere. E i cantastorie parlavano, facevano pensare e aiutavano a credere. Dopo di loro, non a caso, saranno preti e monaci ad essere massacrati.

Alberto Quattrocolo

 

[1] Ricordiamo che Mussolini era ormai da 12 annipadrone assoluto” dell’Italia ed era giunto ad un livello assai avanzato il suo progetto di fascistizzarla, per trasformarla in uno Stato etico, religioso e morale, cioè in una dittatura, in cui non vi fosse spazio alcuno per chi non fosse fascista.

[2] Occorre anche rammentare che l’Etiopia non soltanto era l’unico lembo d’Africa, insieme alla Liberia, che non era sottoposta alla dominazione di qualche potenza europea, ma era anche uno Stato membro della Società delle Nazioni.

[3] Come scrisse il giornalista Ciro Poggiali nel suo diario segreto: «Tutti i civili (italiani) che si trovano in Adis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico “squadrismo fascista”. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada […]. Inutile dire che la rappresaglia si compie su gente ignara e innocente».

[4] Rochat sostiene che «i macabri elenchi di Graziani hanno un valore soprattutto politico, perché non permettono di quantificare la repressione, ma documentano che fu condotta apertamente e dichiaratamente, con il controllo continuo delle autorità romane e l’incitamento del viceré».

Fonti

Angelo Del Boca, L’attentato a Graziani, in Gli italiani in Africa Orientale – 3. La caduta dell’Impero, Mondadori, Milano, 1996, in www.italia-resistenza.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1998_211-213_12.pdf

Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza, 2014

Angelo Del Boca, Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze, in “Italia contemporanea”, settembre 1998, n. 212

Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008

Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari Editore, Udine, 2009

Giorgio Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-1937, in “Italia contemporanea”, 1975, n 118, pp. 3-38. in www.italia-resistenza.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1975_118-121_01.pdf

 

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