“I had a brother at Khe Sanh, Fighting off the Viet Cong”

I had a brother at Khe Sanh

Fighting off the Viet Cong

They’re still there, he’s all gone

È, questa, una strofa di una celebre, forse la più conosciuta, canzone di Bruce Springsteen, Born in The USA. E nel 1984, quando uscì l’album di Springsteen, Khe Sanh, per milioni di persone nel mondo, tolti i vietnamiti e gli statunitensi che avevano ancora ben presente dove e cosa fosse e rappresentasse, era solo un suono all’interno di una canzone, una rima [1]. E probabilmente fu per la rima che Springsteen scrisse Fighting off the Viet Cong. Nella battaglia di Khe Sahn, i soldati statunitensi, in effetti, sedici anni prima avevano combattuto non tanto contro i Viet Cong, quanto contro l’esercito nord vietnamita, l’Armata popolare vietnamita.

L’assedio di Khe Sanh nel quadro del conflitto vietnamita

La battaglia di Khe Sanh, che iniziò l’8 gennaio del 1968, ebbe una rilevanza peculiare su registri diversi.

Nel 1968, il coinvolgimento americano nel Sud Est asiatico si era incredibilmente intensificato, con un’escalation accelerata dalla seconda metà del 1966, fino a diventare una vera e propria guerra. Ma si trattava di una guerra particolare, che le forze armate americane, le più potenti del pianeta stentavano a vincere, pur avendo di fronte un nemico che, per quanto appoggiato dalla Repubblica Popolare Cinese e dall’U.R.S.S., era di imparagonabile inferiorità in termini di armi, mezzi e risorse di ogni genere.

Alla fine del 1967 i soldati americani impegnati in Vietnam erano saliti a circa mezzo milione, ben 100.000 dei quali, erano arrivati soltanto nel corso di quell’anno e di questi 9.000 erano stati uccisi in azione (ammontavano così a quasi 16.000 i caduti statunitensi dal 1966). Sul Vietnam del Nord e su quello del Sud erano state sganciate più di un milione e mezzo di tonnellate di bombe, ma la guerra era ancora ad un punto morto. E il popolo americano era stanco. Chi non disapprovava la guerra in sé, era contrariato dal modo in cui il presidente Lyndon B. Johnson la stava conducendo: per alcuni, pochi, con troppa crudeltà; per altri, la schiacciante maggioranza, con insufficiente determinazione [2].

Per i nord vietnamiti, una lotta per l’esistenza

Per i nord-vietnamiti e per i loro sostenitori, i cosiddetti Viet Cong, nel Sud Vietnam si trattava di una guerra che non potevano permettersi di perdere. Iniziata decenni prima, già combattuta, e parzialmente vinta nel 1954, contro la dominazione coloniale francese, quella era una guerra che non avrebbero mai smesso di combattere, lottando letteralmente fino all’ultimo uomo. Per essi l’unificazione dei due Vietnam, la cacciata del governo fantoccio  filoamericano da Saigon e la liberazione dall’ingerenza statunitense, erano un tutt’uno irrinunciabile, assai più dell’ideologia comunista. Nessun prezzo sarebbe mai stato troppo alto. E, infatti, sopportarono l’inimmaginabile.

In America, un popolo e un governo divisi

Anche i più patriottici tra i cittadini americani, invece, davano a quella guerra un significato ben diverso, di tipo meramente difensivo e, perciò, un po’ deprimente: fermare l’avanzata del comunismo in quella regione. I più convinti e contagiati dalla paranoia della Guerra Fredda ritenevano che in Vietnam occorresse vincere per non correre il rischio che un domani i comunisti potessero sbarcare sulle spiagge della California. Era la “teoria del domino”, secondo la quale, la caduta in mano comunista di un paese europeo, africano, asiatico o latinoamericano significava l’immediata caduta di un altro e così via fino al dilagare del comunismo ovunque. Vi era, però, una crescente disapprovazione nel popolo americano rispetto a quella guerra. Il Vietnam stava spaccando il Paese, divideva l’opinione pubblica mondiale e creava divisioni anche alla Casa Bianca e nell’amministrazione americana [3]. Perfino Robert McNamara, segretario alla Difesa già nell’amministrazione Kennedy e per lungo tempo fermo sostenitore del conflitto e della campagna di bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord, era ormai del tutto pervaso dal pessimismo. Tanto da osservare che, pur essendo state sganciate sul Vietnam «più bombe che sull’intera Europa durante la Seconda Guerra Mondiale», tutto era stato inutile. «La guerra era inutile» [4]. Non meno lacerato e dubbioso era l’animo del presidente Lyndon Baines Johnson, che, però, condizionato anch’egli dalla teoria del domino, non era disposto a prendere in considerazione la possibilità di ritirarsi da quel «pisciatoio» [5].

Una guerra senza fronti

Quella del Vietnam a differenza di tutte le altre combattute fino a quel momento non aveva una linea precisa del fronte. Vi era, sì, la linea del 17° parallelo, che, dopo gli accordi di Ginevra del 1954 – con i quali era cessata la dominazione della Francia, grazie alla vittoria del movimento Viet Mihn (Lega per l’Indipendenza del Vietnam) -, divideva il territorio vietnamita in due stati: a nord, la Repubblica Democratica del Vietnam appoggiata dall’Unione Sovietica e, con non poche ambivalenze, dalla Cina [6]; a sud, la Repubblica del Vietnam, alleata e appoggiata dagli USA. Ed era in quest’ultima area che si combatteva, poiché qui le forze insurrezionali filo-comuniste e l’esercito nordvietnamita conducevano la loro lotta al governo autoritario filo-statunitense. Per i soldati americani ciò significava che il pericolo era onnipresente, nella giungla, nelle risaie, nelle vie delle città, negli accampamenti [7]. Inoltre, questa peculiarità del conflitto, sotto diversi aspetti un conflitto coloniale, aveva anche un’altra implicazione: i soldati americani della Prima e della Seconda Guerra Mondiale avevano misurato i loro successi in base al territorio progressivamente conquistato e conservato [8]. In Vietnam, invece, i soldati conquistavano e riconquistavano più volte lo stesso terreno. Ciò, ai loro occhi, significava condurre una guerra senza scopo tangibile. Infatti, l’unico successo misurabile era costituito dal numero dei morti, cioè dalla quantità di nemici uccisi. E ciò in parte spiega anche la ferocia criminale che in non pochi casi dimostrarono i soldati americani, incluso l’eccidio di My Lai (di cui abbiamo parlato qui in questa rubrica).

L’assedio di Khe Sanh

Sotto questo profilo, l’assedio di Khe Sanh, ricordato in Born in The USA, costituì contemporaneamente un’anomalia e una conferma.

Quella serie di attacchi delle forze comuniste alle postazioni americane che entusiasmò Westmoreland

Nel settembre del ’67 le forze comuniste avevano lanciato una serie di attacchi contro una linea di guarnigioni americane distribuite nel Vietnam centrale e alle frontiere del Laos e della Cambogia, proprio mentre il generale William Westmoreland (già nominato nel ’64 dal presidente Johnson capo dei consiglieri militari americani in Vietnam, era il comandante delle forze di combattimento americane) dichiarava ai giornalisti americani che l’aumento delle perdite del nemico stava gettando nella disperazione i comunisti. Invece, organizzate in reggimenti e divisioni, le forze nordvietnamite, erano equipaggiate con modernissimi fucili automatici sovietici, radio portatili, mortai, lanciafiamme, razzi e grossi cannoni contraerei, che sapevano usare con straordinaria precisione [9].

Westmoreland, però, non ne fu angosciato: era esattamente il tipo di guerra, convenzionale che da tempo aspettava di poter combattere. Lontano dalle città sudvietnamite, contava di potere dispiegare l’incontenibile potenza di fuoco americana [10]. E lo fece annientando gli attaccanti nordvietnamiti. Alla fine di novembre, durante una breve visita a Washington, il generale osservò:

«le speranze del nemico sono alla fine».

Le speranze del nemico non erano alla fine

Alla fine del ’67, però, numerosi rapporti dei servizi segreti rivelavano che quattro divisioni nordvietnamite di fanteria, due reggimenti di artiglieria e diverse unità corazzate, per un totale di 40.000 soldati, stavano dirigendosi su Khe Sanh. Era un’area di ondulate, fertili e verdi colline, attraverso la quale passava la strada n. 9, costruita durante la dominazione francese per collegare la costa vietnamita con le città laotiane sul fiume Mekong.

Qui le forze speciali americane avevano costruito una base per reclutare e addestrare i montanari locali (i montagnards) contro i comunisti. Nell’estate del ’67, Westmoreland aveva esteso la base, pensando di usarla per attaccare le basi comuniste presente nel Laos, ma Johnson aveva respinto questo piano. Il generale allora l’aveva riempita di munizioni e di altro materiale e vi aveva installato un battaglione di marines. Poi, a fine anno, venuto a sapere della manovra nordvietnamita verso Khe Sanh, vi spostò altri 6.000 marines, elaborando un piano per sottoporre le forze nemiche ad una pioggia torrenziale di bombe (l’operazione Niagara). Inoltre, chiese ai suoi collaboratori di studiare l’uso di bombe nucleari tattiche, ma Lyndon B. Johnson oppose un ulteriore divieto, irritando Westmoreland. Costui, anni dopo, affermò che con le armi nucleari gli Stati Uniti avrebbero vinto senza dubbio la guerra.

«Non voglio un’altra maledetta Dien Bien Phu» (LBJ)

Westmoreland era convinto che i comunisti puntassero su Khe Sanh per conquistare le province settentrionali del Sud Vietnam, per poi proporre delle trattative con gli USA e il Vietnam del Sud, sfruttando il vantaggio di un potere negoziale accresciuto. Come, del resto, già avevano fatto con i francesi ai tempi della Conferenza di Ginevra, quando seppero sfruttare la vittoria riportata a Dien Bien Phu. Non era il solo, Westmoreland, a pensarla così. Molti osservatori e funzionari americani vedevano nella battaglia in corso a Khe Sahn lo spettro della disfatta francese del ’54 a Dien Bien Phu. Più di ogni altro ne era ossessionato il presidente, il quale, seguendo giorno per giorno l’andamento degli scontri, nella Situation Room, davanti ad un plastico del campo di battaglia, disse al capo degli stati maggiori riuniti Earl Wheeler:

«Non voglio un’altra maledetta Dien Bien Phu».

La strategia nordvietnamita

In realtà i comunisti non consideravano Khe Sanh come un’altra Dien Bien Phu. Mentre quella era stata interpretata e combattuta fin dall’inizio, da loro e dai francesi, come una battaglia risolutiva, nessuna delle singole battaglie contro le forze americane era intesa da Hanoi in questi termini. I comunisti sapevano perfettamente di non poter infliggere agli americani una sconfitta decisiva in unico scontro. Per loro battaglie come quelle di Khe Sanh avevano lo scopo di allontanare le truppe statunitensi dai centri abitati più importanti del Sud Vietnam, lasciandoli così esposti ai loro attacchi. Erano, in un certo senso un diversivo.

«Una trappola» che Westmoreland non riconobbe

In realtà anche alcuni americani, neanche pochi, avevano intuito il pensiero nordvietnamita. Tra gli altri, il maggiore Lowell English, comandante della marina militare americana a Khe Sanh, dissentiva dalla decisione di Westmoreland di tenere a tutti i costi quella postazione, ritenendo che non fosse altro che una «una trappola». Un trucco inteso a costringere gli americani a difendere «un pezzo di territorio che non vale un accidente», con enorme spreco di uomini e materiali. Westmoreland, invece, quando a fine gennaio iniziò la devastante offensiva del Tet (l’attacco comunista alle città del Sud Vietnam durante le festività di fine anno, secondo il calendario cinese, tradizionalmente considerato e rispettato come periodo di tregua), lo interpretò alla rovescia: rimase per un bel po’convinto che le insurrezioni e gli attacchi a Saigon e negli altri centri urbani fossero un diversivo rispetto a Khe Sahn e agli attacchi alla parte settentrionale del Sud Vietnam.

Il macello di Khe Sahn

La battaglia durò dall’8 gennaio all’8 aprile ’68, e vi presero parte 33.000 soldati nordvietnamiti e 45.000 tra americani e sudvietnamiti. Dei primi furono trovati 1.602 cadaveri, ma le stime americane – viziate per eccesso – parlavano di 5.500 morti (o perfino 15.000), mentre quelle nordvietnamite si attestavano sulla metà. I morti sudvietnamiti furono 538, mentre quelli americani oltre 1200, cui andavano aggiunti 5.000 feriti.

Gli americani assediati potevano essere riforniti solo per via aerea. E gli attacchi con mortai ed artiglieria erano così incessanti che gli aerei neppure potevano atterrare, sicché sorvolavano a bassissima quota la pista d’atterraggio e scaricavano il materiale con dei piccoli paracadute.

Non solo i bombardamenti erano devastanti per i marines, ma anche gli attacchi di fanteria sulle alture intorno alla base li tormentavano. Tuttavia, se i difensori non intrapresero mai un vero tentativo di rompere l’assedio, contando soprattutto sui massicci bombardamenti dell’aviazione, la quale usava i B-52 per sventare gli assalti di fanteria, anche gli attaccanti non condussero mai un grande assalto. Anzi, evitavano il più possibile, almeno durante il giorno, il contatto diretto con i difensori della base. E anch’essi se la passavano davvero male, visto che l’operazione Niagara predisposta da Westmoreland si concretizzava nell’esplosione di 75.000 tonnellate di bombe sulle loro teste in sole 9 settimane: mai ne erano state sganciate così tante in tutta la storia della guerra. Costruito, allora, un intricato sistema di gallerie sotterranee, per eludere i bombardamenti americani, le truppe nordvietnamite lo usarono anche per tentare di penetrare nella base. Con scarso successo, però. Né maggiore successo avevano, del resto, le loro incursioni notturne.

They’re still there, he’s all gone

Gli americani l’8 aprile ruppero l’assedio, grazie all’intervento dall’esterno della 1ª Divisione di cavalleria aerea e di diversi altri reparti dei Marines, così Westmoreland poté vantarsi di aver riportato una vittoria decisiva.

Ma Bruce Springsteen aveva più che mai ragione, sedici anni dopo, nel cantare la sua rabbia impotente e desolata:

«Avevo un fratello a Khe Sahn, che combatteva i Viet Cong. Loro sono ancora là, lui non c’è più».

La fortezza di Khe Sahn venne, infatti, abbandonata dagli americani, che la demolirono, in gran segreto, per ordine dello stesso generale Westmoreland impartito il 28 giugno di quell’anno. E l’Esercito Popolare del Vietnam ottenne il controllo completo di quella roccaforte, la cui difesa, secondo quanto era stato spiegato al popolo americano appena pochi mesi prima, meritava il sacrificio dei marines assediati, essendo «il punto cruciale della catena difensiva in quel settore».

 

Alberto Quattrocolo

Fonti:

AA.VV., NAM – cronaca della guerra in Vietnam 1965-1975, Novara, De Agostini, 1988,

Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985,

Neil Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, Milano, Edizioni Piemme, 2003

www.it.wikipedia.org

[1] Epica, fu definita Born in The USA, ma il testo era amarissimo, fin dall’incipit

Born down in a dead man’s town

The first kick I took was when I hit the ground

End up like a dog that’s been beat too much

Till you spend half your life just covering up

Fu anche scambiata per una canzone patriottica, ma non lo era per nulla. E Springsteen, da sempre pacifista, democratico e liberal impegnato, rifiutò a Ronald Reagan l’impiego della canzone nella sua campagna elettorale.

[2] Stava, per giunta, per aprirsi l’anno delle elezioni presidenziali e il presidente Lyndon B. Johnson doveva confrontarsi non soltanto con un avversario repubblicano, ma anche con un esponente liberal del Partito Democratico, il senatore del Minnesota Eugene Mc Carthy, che aveva annunciato l’intenzione di candidarsi alle primarie democratiche contro di lui, come candidato di opposizione alla guerra.

[3] A differenza dei militari, i funzionari civili del Dipartimento della Difesa nutrivano un pessimismo crescente e iniziavano ad interrogarsi sul senso di quella guerra. Le loro moglie e i loro figli, di cui non pochi partecipavano agli scioperi bianchi nei college contro il conflitto e alle manifestazioni pacifiste, quando rientravano a casa gli chiedevano: “Ma cosa ci facciamo laggiù?”. Ormai tutti sapevano che il governo sudvietnamita, corrotto, violento, dispotico e inconcludente, non era in grado di contrastare il Vietnam del Nord, né sul piano militare né su quello politico. E la guerra che gli americani vedevano tutti i giorni sugli schermi televisivi cominciava per essi a costare troppe vite e troppe sofferenze, senza portare alcun risultato.

[4] Nel febbraio del ’68 deluso e profondamente angosciato, McNamara si dimise.

[5] Nel ’54, quando le truppe francesi stavano soccombendo nell’ultima decisiva battaglia di Dien Bien Phu, Lyndon Johnson, membro anziano del comitato senatoriale per le forze armate, si era opposto alla proposta di un intervento americano per soccorrere i francesi assediati. Anche il presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Dwight Eisenhower, condivise questa presa di posizione non interventista.

[6] L’inimicizia tra vietnamiti e cinesi è plurisecolare e affonda le radici nell’antica e mai del tutto archiviata aspirazione cinese ad impadronirsi del territorio vietnamita.

[7] Ogni vietnamita poteva essere un guerrigliero o un terrorista, ossia un vietcong. Non a caso, i soldati statunitensi affibbiarono al nemico il nomignolo di Charlie.

[8] Per il milite americano, come per i suoi connazionali in patria, l’occupazione di una nuova città, nel secondo conflitto mondiale, sul fronte europeo, aveva costituito un fattore decisivo per tenere “alto il morale” nell’avanzata verso la Germania di Hitler, come la conquista di un’isola del Pacifico era vissuta come un passo importante verso la sconfitta dell’Impero giapponese e la fine della guerra.

[9] Stavano puntando a conquistare Conthiem, una piccola base di marines posta su una collina al confine con il Vietnam del Nord, Locnihn e Sogbe, vicine alla Cambogia e Dakto, un’area di fitta giungla nei pressi di Pleiku.

[10] In tre mesi i nordvietnamiti e i vietcong, grazie soprattutto ai bombardamenti americani, persero 90.000 uomini.

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