Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana…

Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana: colpisce i bianchi ma fa fuori i neri“.

Era una battuta del disegnatore satirico Albert (Alberto Cottin), inserita in Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano (Gino &Michele e Matteo Molinari, 1991). E continua ad essere vera oggi come quando fu pubblicata. In effetti, ora come allora, continua ad essere una gran brutta malattia, il razzismo, e continua ad essere strana: chi ne è ammalato non ne soffre, facendo, invece, soffrire gli altri, e ne è portatore per lo più inconsapevole.

Raramente chi è razzista si riconosce e si rappresenta come tale. Per lo più si definisce vittima di coloro verso i quali si indirizza il suo odio razzista. E trova mille “argomenti” per giustificare il proprio razzismo. Generalizzazioni, distorsioni, preconcetti… Come recitava un noto tormentone di Francesco Paolantoni:

“Non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono napoletani!”

D’altra parte, una celebre battuta di Ellekappa suonava così:

I terroni non so, ma noi italiani non siamo razzisti.

La gestione di un conflitto di vicinato tra un anziano italiano e un giovane etiope

Circa vent’anni fa, presso uno dei Servizi gratuiti di Ascolto e Mediazione dei Conflitti, gestimmo il nostro primo caso di conflitto legato alla dimensione del pregiudizio e della xenofobia. Era un conflitto di vicinato che coinvolgeva un anziano italiano, pensionato e solo, e un trentenne, immigrato dall’Etiopia. Abitavano sullo stesso pianerottolo e si detestavano.

Fu il pensionato a rivolgersi al nostro Servizio gratuito e a chiedere un appuntamento. Aveva già “denunciato” più volte il suo vicino per rumori o odori molesti, ma non aveva avuto alcuna soddisfazione dalle autorità, che gli sembravano tutte schierate dalla parte del “forestiero”. Il fatto che il nostro Servizio fosse qualificato non solo come di mediazione, ma anche e ancor prima come di “Ascolto del Cittadino”, lo aveva indotto a contattarci (le ragioni per cui il modello mediativo di Me.Dia.Re. si definisce in tal modo sono descritte qui).

Durante i colloqui individuali (ogni percorso di mediazione si svolge con colloqui individuali, separati, con ciascun attore del conflitto, come spiegato in altri articoli di questa rubrica), l’anziano, arrabbiato e guardingo, ripeteva continuamente che lui non era razzista. Apparteneva ad una famiglia che durante il regime fascista era stata duramente perseguitata per ragioni politiche. Ed era sempre stato un elettore di sinistra. Ciò per lui equivaleva ad una sorta di certificato, una patente, senza scadenza, di antirazzismo. Però, il modo con il quale parlava del vicino etiope era una summa dei più scontati pregiudizi. “Non ho niente contro gli africani finché se ne stanno a casa loro” (non ricordava o non sapeva che era stato proprio il da lui tanto detestato duce, Benito Mussolini, ad attaccare l’Etiopia, senza disturbarsi prima a dichiararle guerra, e ad ordinare di massacrarne la popolazione, facendo anche ricorso alle armi chimiche, come abbiamo ricordato nella rubrica Corsi e ricorsi). Era roso dalla rabbia, che si nutriva della paura e dell’invidia.

L’ascolto di una sola parte del conflitto può bastare per gestirlo

Nel corso dei colloqui individuali raccontò quasi tutta la sua vita. Era un fiume in piena. Per troppo tempo nessuno gli aveva chiesto davvero “come stai?” e, ora che aveva di fronte a sé qualcuno interessato alla sua persona, non aveva alcuna intenzione di sprecare l’occasione. Chi lo ascoltava, lo ascoltava davvero e, accogliendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, lo faceva sentire riconosciuto come essere umano.

L’ascolto del dolore, della paura e della solitudine

Si soffermò sulla solitudine che lo affliggeva ormai da anni, sul dolore di essere stato messo in cassa integrazione e poi in pensione, sull’angoscia di sentirsi sia vulnerabile alla malattia che insicuro nella propria città. Disse della paura derivante dal vivere in mezzo a degli stranieri, che “chissà cosa fanno, cosa pensano, cosa tramano nelle vie del mio quartiere“. Parlò anche della tristezza di essere vedovo da alcuni anni, di quanto gli mancava la moglie, e della sofferenza di avere un figlio, residente con la compagna e la figlia in un’altra città, un figlio diventato ormai “un estraneo”. Un figlio che non lo chiamava quasi mai e che ancor meno lo andava a trovare, che non gli permetteva di fare il nonno. Invece, il suo vicino aveva sempre gente in casa. Connazionali e no. “Chissà che traffici fanno!” Inoltre, “quello” era giovane, sano e le sue giornate erano piene. Lavorava tutto il giorno al mercato e la sera aveva ancora energie “per ridere e scherzare e fare baccano”. E per di più, lo aveva sentito dire che intendeva far arrivare la famiglia. “Quello” si costruiva il futuro, mentre a lui la vita glielo aveva rubato, di soppiatto, un pezzo dopo l’altro, il futuro.

Quando, durante il quarto colloquio individuale, gli fu chiesto se voleva incontrare il vicino per discutere al tavolo della mediazione quei comportamenti che lo infastidivano così tanto, disse che ci avrebbe riflettuto su. Pareva combattuto.

L’effetto “contagioso” dell’ascolto

Nel quinto colloquio, ci disse subito che, nel frattempo, aveva “mediato” direttamente con il vicino. Gli aveva rivolto la parola sul pianerottolo, una o due sere dopo il colloquio precedente. Ma lo aveva fatto con un atteggiamento diverso dal solito. Non più ostile e aggressivo, bensì quasi gentile e conciliante. Dopo una breve discussione dai toni contenuti, lo aveva invitato in casa a bere un caffè, anche se ciò gli aveva generato un bel po’ di ansia. E aveva scoperto che anche il giovane pativa “un sacco” la solitudine e la lontananza dalla famiglia. Gli mancavano moltissimo la moglie e i figli e sperava, e disperava, di poterli far arrivare in Italia. Gli aveva spiegato che spesso invitava gli amici a casa sua la sera per non sentirsi troppo solo e per non essere sopraffatto dalla nostalgia.

Nel colloquio, l’anziano disse che si erano messi d’accordo sul rumore e sugli odori della cucina, che non era più arrabbiato e non aveva più così tanta paura di lui. Era ancora un po’ diffidente, ma solo per prudenza, per non pentirsi poi di essersi fidato troppo. Gli aveva detto, comunque, che se voleva poteva venire a guardare la TV a casa sua, visto che non ne possedeva una. Era “un povero cristo” come lui, disse. Anzi, specificò, che era cristiano e non musulmano, come egli aveva creduto  – i musulmani non gli piacevano: riteneva che fossero, sotto sotto, “un po’ fascisti”. Aggiunse anche che ancora lo invidiava: “Quando sarà vecchio, come lo sono io, suo figlio non lo dimenticherà. Lo chiamerà per fargli auguri di buon compleanno o di buon Natale. Anzi terrà conto di quello che lui gli ha insegnato e lo passerà ai suoi figli e gli lascerà fare il nonno“.

Nessuno nasce odiando (Nelson Mandela)

Si tratta solo di un esempio, una vicenda che non ha la pretesa di essere paradigmatica, ma che fa sorgere il pensiero che quanto osservava Nelson Mandela possa essere vero anche oggi, da noi: “Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare; e, se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio.

Se è così, allora rimane una gran brutta malattia, il razzismo, che si contrae per contagio. E questo contagio può essere inconsapevole, ma, oggi come ieri, pare lecito considerare quante volte è, invece, premeditato, programmato, organizzato e svolto con impressionante sistematicità e cura. E con devastante efficacia. Tanto che la definizione “campagna d’odio” pare perfino riduttiva. Basta guardare quel che succede tutti i giorni, per riscontrare come, anche nel nostro Paese, quel che, illudendoci, credevamo non potesse mai attecchire, è diventato parte di un’iniqua quotidianità. Per anni abbiamo creduto che fosse una “malattia” rispetto ala quale eravamo immuni. Un fenomeno presente in Sud Africa e negli USA, soprattutto negli Stati sudisti. E le pellicole hollywoodiane di denuncia del razzismo riscuotevano un ottimo successo. Uscivamo dalla sala cinematografia sentendoci decisamente migliori dei bianchi razzisti ritratti in quei film. Anzi, non poche di quelle pellicole di denuncia ci parevano perfino deboli, in fin dei conti, più di intrattenimento che di critica sociale. Un po’ troppo hollywoodiane, insomma (si pensi alla tripletta di successi planetari interpretati da Sidney Poitier nel 1967, Indovina chi viene a cena, La calda notte dell’ispettore TibbsLa scuola della violenza: ne abbiamo parlato qui). E questa era anche un’osservazione ricorrente di molti critici cinematografici. Molti di noi, però, hanno imparato ad odiare così tanto da somigliare moltissimo agli intolleranti ottusi dei film americani degli anni Cinquanta e Sessanta e di quelli successivi, come Mississipi Burning (1987, di Alan Parker) e Betrayed (1988, di Costa Gavras).

Gran brutta malattia, il razzismo, che si contrae per contagio e che alla fine svuota

Se si vuole gettare uno sguardo alle tante opere successive cinematografiche dedicate al tema, oltre al recentissimo BlacKkKlansman (2018, di Spike Lee), vi è anche American History X (1999, di Tony Kaye), di cui si è usata una scena come immagine per questo post.

Tra i tanti dialoghi meritevoli di essere citati di American History X vi è il seguente, tra Derek Vinyard (Edward Norton), uscito di prigione dopo aver scontato la pena per l’uccisione di due afroamericani, e il fratello più giovane, Danny (Edward Furlong):

Sono fortunato. Mi sento fortunato perché… Stavo sbagliando, Danny. E non capivo che lo sbaglio mi stava divorando, mi stava uccidendo. Continuavo a chiedermi come avevo fatto a bermi tutte queste stronzate, lo sai? All’epoca ce l’avevo con tutti, e niente di quello che facevo mi dava soddisfazione. Ho sparato addosso a due ragazzi, e li ho ammazzati! Ma non mi ha fatto stare meglio. Mi sono sentito perso, e adesso sono stanco di essere sempre incazzato. Sono stanco di tutto questo.

Quel che queste parole suggeriscono è che la precarietà e l’ansia, la solitudine e l’insoddisfazione, il senso di inadeguatezza e di impotenza, la frustrazione e il dolore non vengono placati proiettandoli su di un altro. Che essere sempre incazzati con qualcuno, de-umanizzandolo e criminalizzandolo, nutrendo, così, la propria paura e la propria rabbia, alla lunga è sfiancante. Perché ci isola, ci rinchiude il pensiero e ci spegne i sentimenti. E ci lascia un vuoto. Un vuoto angosciante e disperante, come quello dell’anziano di cui si è raccontato il conflitto.

Certo fa pensare anche il fatto che continuino ad essere aderenti alla realtà, non solo del suo Paese, gli USA, ma dell’Occidente intero, anche le parole di Gore Vidal:

Ho sempre trovato strano che una nazione la cui prosperità è basata sul lavoro a basso costo degli immigrati sia così incessantemente xenofoba.

Il mediatore di fronte al razzismo

Per chi si occupa di mediazione, quando si tratta di gestire un conflitto connesso a questa dilagante e gran brutta malattia, il razzismo, non sono poche le problematiche che si aprono. Tanto per citarne solo un paio:

  • il mediatore riuscirà a svolgere la sua funzione in modo neutrale, cioè sarà in grado – sperando che non sia razzista anch’egli – ad essere equi-prossimo, a non risultare giudicante e a non assumere un atteggiamento “moralista e pseudo-pedagogico“?
  • il mediatore saprà valutare in quali casi ha senso portare avanti il percorso e in quali, invece, no, per non dare luogo ad una situazione in cui si potrebbe reiterare la violenza morale che sostanzia il razzismo?

Appare plausibile pensare che non siano domande di poco conto, vista la crescita vertiginosa non soltanto di violenze e discriminazioni pesantissime, ma anche di situazioni di conflittualità legate proprio al pregiudizio, alla xenofobia, al razzismo, che teoricamente sarebbero gestibili con la risorsa della mediazione.

Il mediatore deve sapere riconoscere l’umanità altrui

Incidentalmente andrebbe osservato che, ovviamente, non si può essere mediatori e razzisti. Il razzismo è un’intrinseca, radicale, negazione della mediazione, che si tratti di mediazione familiare, penale, sanitaria, lavorativa, sociale, scolastica o civile e commerciale. Chi svolge la professione di mediatore, infatti, in primo luogo, a prescindere dal modello operativo che ha scelto o dell’ambito in cui interviene (familiare, penale, sanitario…), deve sapere ascoltare le persone protagoniste del conflitto. Ascoltarle come esseri umani e farle sentire riconosciute come tali. E ciò non è compatibile con l’avere una visione dell’Altro come di un’entità astratta, catalogabile come inferiore e nociva, né col reputarlo meritevole di violenza morale e/o fisica, in virtù della rappresentazione de-umanizzante e demonizzante sviluppata nei suoi riguardi.

Alberto Quattrocolo

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