Giorno del ricordo (Foibe): il dolore, la memoria, le rimozioni

Nulla è più pertinace della memoria dei Vinti.
(Paolo Rumiz)

Le foibe: un sostantivo che, al di qua del Tagliamento, ha forse solo il valore di un termine scientifico (dal latino fovea, fossa, anfratto, voragine naturale del terreno carsico, cavità imbutiforme che sprofonda in verticale per decine di metri, talvolta con salti di centinaia), mentre al di là dell’Isonzo ne ha certamente un altro, anche simbolico. Con esso si designano gli “infoibamenti”, ma anche le deportazioni, le carceri, i campi di concentramento jugoslavi, così come tutti i luoghi di occultamento di soldati uccisi in combattimento, di vittime di esecuzioni sommarie, di vendette personali, di atti di criminalità comune. Foibe come violenza indiscriminata, come massacro che unì nello stesso destino collaborazionisti e innocenti.

Distinguere, invece, è il compito degli storici, anche con il difficile lavoro di “quantificazione”, che può sembrare macabro, ed è invece segno di serietà e umanità dolente. Il dibattito, dentro e fuori i confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre sono state talvolta sparate alla cieca, e le chiavi di lettura proposte hanno ricalcato contrapposizioni ideologiche o esigenze di realpolitik, dimenticando o manipolando le sofferenze reali delle persone in carne e ossa a vario titolo coinvolte nella vicenda.

Dal 1945 ai nostri giorni, s’è consolidato il giudizio che le foibe abbiano costituito l’esecuzione di un consapevole progetto di sterminio della nazione italiana nella Venezia Giulia, elaborato dallo sciovinismo balcanico e manovrato da comunisti. Al di là dei connotati ideologici e politici originari, la tesi del “genocidio nazionale” è fondata sull’esperienza psicologica e morale di molta parte degli esuli e delle loro organizzazioni più legate al sentimento di nazionalità italiana dei giuliano-dalmati.

Al polo interpretativo opposto, la pretesa di “negare la strage”. Dal dicembre 1945 fino agli anni Ottanta, il motivo dominante fu quello di considerare tutte le vittime italiane come fascisti, caduti o scomparsi in combattimento a fianco dei tedeschi, o criminali di guerra. In realtà, la “caccia al fascista” si esercitò anche nei confronti di antifascisti non comunisti, che avversarono il nuovo regime jugoslavo assai più dei fascisti sconfitti.

A partire dalla fine degli anni Ottanta una serie di studi hanno evidenziato un nesso tra gli eccidi del ‘45 e la presa del potere in Jugoslavia da parte di un movimento rivoluzionario a guida comunista, protagonista di una guerra che non fu solo di liberazione, ma anche una guerra civile trascinatasi, in termini di scontri armati e uccisioni, fino al ‘46: c.d. ipotesi “dell’epurazione preventiva”, inserita in un ampio progetto di rivalsa nazionale, affermazione ideologica e riscatto sociale.

A partire dagli anni Settanta, altri studi hanno iniziato a muovere verso una storicizzazione del fenomeno, collocando gli eccidi del ‘43 e ‘45 all’interno del periodo iniziato nei primi anni Venti con la politica di italianizzazione fascista nei confronti degli allogeni, proseguita con l’aggressione italiana contro la Jugoslavia e culminata con la repressione jugoslava.

Dall’esame dei fatti storici emergono una serie di elementi antecedenti non trascurabili: la contrapposizione nazionale ed etnica fra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra, causata dall’imporsi del concetto di Stato nazionale nell’area; gli opposti irredentismi, per cui i territori mistilingui della Dalmazia, della Venezia Giulia e del Quarnaro dovevano appartenere, in esclusiva, all’uno o all’altro ambito nazionale; un’intensa battaglia diplomatica per la definizione dei confini fra il Regno d’Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, con conseguenti tensioni etniche e compressioni delle rispettive minoranze fin dal primo dopoguerra; il tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave della Venezia Giulia durante il ventennio fascista; l’occupazione militare italiana, durante la seconda guerra mondiale, di diverse zone della Jugoslavia e i conseguenti crimini di guerra anche contro la popolazione civile; la convinzione, diffusa fra i partigiani jugoslavi, che la guerra di liberazione avesse carattere non solo nazionale, ma anche sociale, con la popolazione italiana percepita anche come “classe dominante” contro cui lottare; la natura totalitaria e repressiva del costituendo regime comunista jugoslavo.

Altrettanto complessa e drammatica è la questione del cosiddetto “esodo”, ovvero l’abbandono di Istria e Dalmazia, a cominciare dal 1945, da parte della maggioranza della popolazione italofona, che viene spesso presentato come conseguenza necessitata di un tentativo di genocidio nei confronti degli italiani in quanto tali. Le foibe, appunto.

Si trattò di uno stravolgimento dell’ordine sociale, con episodi discriminanti verso gli italiani da parte di alcune autorità locali, ma fu anche un fenomeno inserito in un contesto economico e sociale in cui l’emigrazione è stata sempre presente, con significativi aumenti dopo l’annessione della regione all’Italia e dopo le distruzioni belliche. L’esodo è avvenuto in un arco temporale molto ampio (la data limite “ufficiale” è il 1958): per capire contesti e motivazioni andrebbero approfondite le singole ondate. Appare semplicistico ridurre tutto a una “partenza degli italiani per rimanere italiani”, tanto quanto la spiegazione da parte jugoslava secondo cui quelli che se ne n’erano andati erano tutti fascisti ovvero “sfruttatori del popolo”.

La legge italiana che nel 2004 ha istituito il “Giorno del ricordo” allude alla “complessa vicenda del confine orientale”, ma non vi è alcuna complessità nella vulgata italocentrica che tale ricorrenza ha fissato e cristallizzato. L’inquadratura si concentra sugli episodi di violenza chiamati – per metonimia – “foibe” e sull‘“esodo”. Nel discorso pubblico italiano, infatti, dagli anni Novanta e seguendo una precisa agenda politica, i due argomenti sono stati collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi. Il Giorno del ricordo ha dato a tale sovrapposizione il crisma dell’ufficialità e oggi le foibe sono presentate come causa immediata dell’esodo.

A essere amputato dalle ricostruzioni è soprattutto il continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone. Un processo cominciato con la prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia. I crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – sono un enorme non detto. La ricostruzione storica del sistema concentrazionario fascista, la relativa mappatura geografica e la riappropriazione di quel retaggio da parte della comunità nazionale in parte restano ancora incompiuti.

La rimozione alimenta la falsa credenza negli “italiani brava gente” e al contempo delegittima e diffama la resistenza nei Balcani e lo stesso movimento partigiano italiano, condizionando tutte le ricostruzioni. Molti si stupirebbero nell’apprendere che alla resistenza “jugoslava” presero parte numerosi italiani: l’opposizione armata al nazifascismo fu multietnica, irriducibile a qualsiasi agiografia nazionale. Mettendo da parte una propaganda che separa le culture, descrive appartenenze nazionali indiscutibili, alimenta rancore e revanscismo, il “confine orientale” si rivela un mondo di “metamorfosi etniche”, identità multiple e continui spostamenti di popolazioni, dove i confini tra le identità sono instabili e indeterminati.

La questione dei confini orientali ha continuato a operare sul piano culturale e simbolico per tutti gli anni Duemila. In assenza di nuove ricerche di grande impatto, e dunque in un circuito per lo più parallelo rispetto a quello del dibattito e della ricerca storiografica, l’interpretazione oggi maggioritaria di quegli eventi, confluita nella legge istitutiva della commemorazione odierna, secondo alcuni, “allude a un processo di revisionismo storico che cambia la natura dello Stato e della Costituzione antifascista” e finisce per consolidare una lettura sospesa in un ambito metastorico privo di sfondo nazionale e internazionale.

Il 10 febbraio è l’anniversario della ratifica del trattato di Parigi con cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica stabilirono le condizioni per la fine delle ostilità con l’Italia. La scelta di tale data da un lato suggerisce un nesso causale tra la pace imposta dalle potenze cui l’Italia aveva dichiarato guerra e gli eventi luttuosi che la festività si propone di commemorare, dall’altro fa sì che le foibe e l’esodo siano ricordati esattamente due settimane dopo la Giornata della memoria della shoah. Lo storico Franco Cardini ricorda che

Si pervenne in Italia alla definizione della “Giornata del Ricordo” per certi versi quasi in emulazione e in opposizione, anziché in complementarità come sarebbe stato giusto: come se la memoria dei morti nei campi di sterminio nazisti potesse in qualche modo essere imbarazzante o sgradita a certe aree del mondo politico e dell’opinione pubblica, per cui si dovesse procedere a un riequilibrio attraverso il ricordo dei massacrati nelle voragini carsiche da parte dei partigiani comunisti sloveno-croati; e come se l’ossequio agli uni potesse in qualche modo risultar poco compatibile con l’ossequio agli altri.

È opinione di molti studiosi che, nelle “leggi memoriali” sulla shoah (2000) e sulle foibe (2004), l’omissione del contesto storico e perfino del termine “fascismo” non aiutino gli italiani di oggi a “fare memoria”, a comprendere e ricordare, anche, le sofferenze cagionate al nostro e ad altri popoli dalla dittatura fascista, col rischio di “legalizzare il ricordo di crimini (altrui) sull’oblio di altri crimini (i nostri)”.

Storici e commentatori “non allineati” evidenziano la necessità di ripartire con una seria analisi di un fenomeno tanto complesso, realizzando nuove ricerche e avvalendosi della documentazione esistente (tra cui la Relazione presentata nel 2000 dalla Commissione italo-slovena, mai circolata in Italia), per ristabilire almeno dati fattuali corretti, per esempio circa il numero di vittime e profughi, tuttora oggetto di fluttuazioni imbarazzanti a seconda del relatore.

Stante la difficoltà di creare una memoria condivisa in merito a situazioni di violenze estreme e di lunga durata, una prima forma di mediazione potrebbe davvero essere il riconoscimento dei rispettivi torti e delle rispettive memorie, senza necessariamente condividerne gli assunti o cercare ad ogni costo una forse impossibile pacificazione.

 

Silvia Boverini

Fonti:
F. Cardini, “Sul giorno della memoria e su quello del ricordo. Ovvero della “smemoratezza gestita” e delle sue implicazioni”, 7/2/2012; E. Collotti, “Nelle foibe la falsa innocenza della patria”, in il manifesto, 14/2/2004; P. Rumiz, “Foibe e Risiera, la strana ”simmetria” per pacificare la memoria sugli ex confini”, https://ilpiccolo.gelocal.it; A. Brusa, “Le foibe: i fatti, la costruzione della memoria, la ricerca storica. Strumenti per la didattica”, www.historialudens.it; https://it.wikipedia.org; G. Paladini, “Foibe: una pagina di storia nazionale”, www.storiaxxisecolo.it; Nicoletta Bourbaki – gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico, “La storia intorno alle foibe”, www.internazionale.it