Il generale-prefetto Dalla Chiesa è assassinato il 3 settembre 1982

Di elementi in comune, gli uomini uccisi dalla mafia, ne hanno sicuramente molti. Colpisce uno in particolare: il presentimento. Li si ricorda, nei giorni che precedono l’ultimo, guardinghi, quasi paranoici, spesso disillusi e rassegnati a un destino ormai scritto. Uomini che sapevano di dover morire di lì a poco, e che non potevano farci assolutamente nulla. Perché la fuga non è mai stata, per loro, un’opzione.

Tale sensazione è spesso accompagnata da un sentimento terribile per tutti noi, animali sociali, ma in special modo per chi, come loro, ha bisogno degli altri per sopravvivere in senso stretto: la solitudine. Essere abbandonati da chi stava loro intorno, forse era proprio questo il vissuto che scatenava quel presentimento di morte: in effetti, quando si fiuta il pericolo, ci si allontana per salvarsi la pelle. E il pericolo, allora, era proprio intorno a loro. Dunque, li si abbandona. Solo famiglia e collaboratori stretti rimangono, spesso condividendo la fine di quegli uomini già destinati all’oltretomba. È il caso di Ninni Cassarà, di Giovanni Falcone, di Giuseppe Montana, di Rocco Chinnici, di Paolo Borsellino e di Carlo Alberto Dalla Chiesa (si vedano su questa rubrica, Corsi e Ricorsi, i post 6/08/1985. Vengono uccisi da Cosa Nostra Ninì Cassarà e Roberto AntiochiaLo spirito di servizio di Giovanni FalconeL’attentato di via Pipitone si consuma il 29 luglio 1983, a Palermo).

È proprio di quest’ultimo che cade oggi l’anniversario della morte. Fu ucciso da Cosa Nostra mentre era Prefetto di Palermo. Nomina che suscitò non poche perplessità, soprattutto in relazione al fatto che non vennero concessi quei poteri speciali che gli erano stati promessi dal Ministro Rognoni:

Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.

100 giorni di lavoro, diventati ormai famosi, in cui chiarì fin da subito il suo preciso intento: non chiudere un occhio in nessun caso, mai, con nessuno. Prova ne fu il Rapporto dei 162, che mappava l’organizzazione della Cupola mafiosa; prova ne furono le dichiarazioni pubbliche, che non risparmiarono imprenditori apparentemente slegati dal potere criminale; prova ne fu, infine, il suo omicidio.

Dopotutto, accettò l’incarico per tentare di reiterare gli ottimi risultati conseguiti negli anni precedenti con la lotta al terrorismo. Dalla Chiesa aveva infatti alle spalle quasi vent’anni di carriera dedicata al combattere la criminalità organizzata, fosse essa da ricondurre alla mafia (ne abbiamo fatto cenno anche nel post Placido Rizzotto: «I nostri nemici non sono i padroni, ma noi stessi») o alle Brigate Rosse. Campania, Sicilia, Toscana, Lombardia, Lazio, Piemonte e, infine, ancora Sicilia. Aveva raggiunto il grado di Vicecomandante generale dell’Arma, massima carica di cui poteva essere allora investito un Carabiniere. Per poter comandare la Prefettura palermitana fu messo in congedo, ma i poteri promessi non arrivarono: a sostituirli, la sera del 3 settembre, raffiche di Kalashnikov che si abbatterono sulla macchina del generale e quella della scorta, uccidendo anche l’agente Domenico Russo.

La solitudine, dunque, accompagnò il generale-prefetto alla sua fine. Solo una donna al suo fianco: Emanuela Setti Carraro. Neanche due mesi erano passati da quando si erano sposati a Trento, lontano dalla terra, e dagli uomini, che avrebbero dato loro la morte.

Alessio Gaggero

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