La “modestia” del mediatore e la sua formazione

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Perché si dovrebbero tirare in ballo la modestia del mediatore…

Radio Veronica One intervista Me.Dia.Re.

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Ai microfoni di Radio Veronica One A. Quattrocolo e M. D'Alessandro…

Il mediatore e lo specchio emotivo

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Il mediatore dei conflitti, sia esso un mediatore familiare,…

La mediazione familiare va sospesa nei casi di violenza psicologica

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La violenza psicologica nelle relazioni di coppia La violenza…

Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana...

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"Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana: colpisce i bianchi ma fa fuori i neri".

Proponiamo alcune riflessioni sul tema della mediazione dei conflitti rispetto alle situazioni in cui alla base del conflitto vi siano il pregiudizio e l'odio razzista. Lo spunto è fornito dal primo caso che venne gestito in uno dei nostri Servizi gratuiti di Ascolto e Mediazione, quasi vent'anni fa.

La mediazione familiare e la violenza

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Mentre prosegue e si estende il dibattito sul DL Pillon, che, fra gli altri aspetti controversi, contempla anche il tema della mediazione familiare, configurandola come obbligatoria, proponiamo qualche accenno di riflessione sulla assai problematica questione di tale strumento di gestione del conflitto nei casi di violenza. Infatti, la Convenzione di Istanbul che l'Italia ha recepito nel proprio ordinamento, doverosamente vieta l'intervento di mediazione familiare nei casi di violenza. Sta, dunque, ai mediatori familiari preoccuparsi di ciò, non solo per non violare quel divieto, ma ancor prima per evitare di farsi involontariamente complici della violenza in corso.

Il superamento della preoccupazione di persuadere il mediatore della validità delle proprie ragioni

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Liberare le persone in conflitto, nella relazione con il mediatore, dalla preoccupazione secondo cui “dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei avere torto” (Beaumarchais), attenuare l’ansia di riuscire ad essere persuasive nei suoi confronti circa la correttezza e appropriatezza dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti sviluppati nel conflitto: sono queste alcune delle prerogative che offre il percorso di mediazione, in virtù della sua irrinunciabile natura a-valutativa.

La mediazione e l’Alterità

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Secondo Emmanuel Lévinas, si è sempre assistito al tentativo di ricondurre l’alterità dell’Altro, del Diverso ad una Totalità unitaria, che, nel tentativo di racchiudere il molteplice, ne avrebbe provocato una neutralizzazione. 

Secondo un certo modello di mediazione, tale strumento è proposto e gestito non come spazio in cui stimolare le persone dialogare, se tale non è la loro intenzione, ma come occasione di confronto. Cioè come possibilità di esprimere, in un confronto, posizioni, punti di vista, idee, bisogni, esigenze, aspettative, emozioni e sentimenti differenti, spesso in contrasto. L'idea di fondo, si potrebbe dire, è che il dialogo, potrebbe avere più probabilità di affermarsi realmente e sinceramente, e non in termini retorici, allorché il mediatore, con la sua attività di ascolto, con la sua comunicazione, invece di negarla o neutralizzarla, riconosce l'Alterità. 

La mediazione familiare non fa il processo ai genitori in conflitto

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Mentre si discute di un disegno di legge riguardante anche la mediazione familiare, ricordiamo che la mediazione familiare, fondamentalmente, sorge per proteggere i figli dagli effetti più distruttivi del conflitto tra i loro genitori, specificando, però, che ciò non comporta che tale intervento si declini o sia proposto come una lotta contro il conflitto della coppia genitoriale. I genitori, pertanto, nella pratica della mediazione non andrebbero messi sotto accusa né sotto giudizio per il solo fatto di essere in conflitto.

Perché “Ascolto e Mediazione” e non soltanto “Mediazione”?

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Un certo di modo di pensare, praticare e proporre la mediazione prevede di definire tale percorso di Ascolto e Mediazione e non soltanto di mediazione. Ne accenniamo il perché in questo post della rubrica #riflessionimediare