La mediazione familiare non fa il processo ai genitori in conflitto

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Mentre si discute di un disegno di legge riguardante anche la mediazione familiare, ricordiamo che la mediazione familiare, fondamentalmente, sorge per proteggere i figli dagli effetti più distruttivi del conflitto tra i loro genitori, specificando, però, che ciò non comporta che tale intervento si declini o sia proposto come una lotta contro il conflitto della coppia genitoriale. I genitori, pertanto, nella pratica della mediazione non andrebbero messi sotto accusa né sotto giudizio per il solo fatto di essere in conflitto.

Perché “Ascolto e Mediazione” e non soltanto “Mediazione”?

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Un certo di modo di pensare, praticare e proporre la mediazione prevede di definire tale percorso di Ascolto e Mediazione e non soltanto di mediazione. Ne accenniamo il perché in questo post della rubrica #riflessionimediare

Il mediatore sullo sfondo

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Il mediatore non è un protagonista. Infatti, incontra altri esseri umani e condivide con questi la scena dell'incontro, ma deve tendere a mettersi da parte, a restare il più possibile sullo sfondo. Quello sfondo sul quale emergono le figure dei soggetti il cui conflitto è chiamato a mediare: i medianti

Il fine della mediazione non è prestabilito dal mediatore

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Mentre in Parlamento si discute un disegno di legge teso ad introdurre l'obbligo di seguire un percorso di mediazione familiare per le coppie in fase di separazione, sulla base di una quasi ventennale esperienza pratica, proponiamo qualche riflessione su natura e obiettivi del percorso mediativo, secondo un particolare approccio che ambisce a rispettare massimamente la libertà degli attori del conflitto.

La libertà e la mediazione

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 La libertà degli attori del conflitto è alla base di un particolare modo di intendere e praticare la mediazione nei diversi ambiti (familiare, penale, sanitario, aziendale, sociale…)

Obiettivi della mediazione e speranze del mediatore

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Sulla rubrica #riflessionimediare si ragiona sul rapporto tra le eventuali speranze del mediatore sull’esito del percorso e gli obiettivi della mediazione.

La mediazione come gestione non giudicante del confronto

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Sulla rubrica #riflessionimediare continua il discorso iniziato con il post del 2 agosto su dialogo-confronto-mediazione (http://www.me-dia-re.it/la-mediazione-ascolto-confronto/). Nel post di oggi post ci si sofferma sul legame tra il carattere a-valutativo della mediazione e il suo essere una pratica intesa a consentire un confronto tra i confliggenti, ma non ad indurli o a stimolarli al dialogo

La mediazione come ascolto e confronto

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Un dialogo fra parti contrapposte indica il tentativo di persone disposte a ragionare con l’intento di raggiungere una verità o un’opinione condivisa. Se su questa premessa si fondasse l'attività di mediazione, sarebbe assai poco frequente il suo dispiegarsi, poiché raramente in caso di conflitto vi è una tale attitudine al dialogo tra le persone che ne sono protagoniste. Ma se, invece che un'occasione di dialogo, si propone un'opportunità di confronto, allora le opportunità di ricorso alla mediazione aumentano sensibilmente.

La mediazione ridà fiducia nella parola

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Perché ci si dovrebbe rivolgere ad un mediatore quando si è coinvolti in un conflitto che ha raggiunto rilevanti livelli di escalation, anche in termini di incomunicabilità? Perché mediare quando si è convinti che parlare non serve più a niente?

Tra le varie ragioni vi è anche quella di essere, in primo luogo ascoltati, ascoltati davvero, e ciò ridà fiducia nello strumento della parola. C’è qualcuno che comprende quel che diciamo e quel che cerchiamo di dire. E quel qualcuno può aiutarci a comunicare con coloro con cui siamo in conflitto.

La mediazione come contenimento del timore di essere giudicati negativamente per il solo fatto di essere in conflitto

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Quando siamo in conflitto, molto spesso, rappresentiamo noi stessi come coloro che non hanno scelto di confliggere, ma che vi sono stati costretti dalle circostanze o dalla condotta della controparte.

Se siamo in lite, ci diciamo e diciamo agli altri, è perché siamo stati forzati a reagire ad un’aggressione di qualche tipo o ad un’altra ingiustizia.