La campagna di ascolto lanciata da Renzi offre l’occasione per ribadire che l’ascolto politico non è un’azione di seduzione politica

Nell’ambito dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico del 18 dicembre scorso, Renzi ha dichiarato «Chiedo al Pd che tutto il mese di gennaio sia dedicato ad una campagna d’ascolto sul territorio». Il termine ascolto ha destato il nostro interesse. Perché?

Perché, dal punto di vista di questo blog, pare un’iniziativa meritevole di particolare interesse. E perché non sarebbe male, se fosse una prassi costante, svolta da tutte le forze politiche.

Ma che tipo di ascolto ha in mente il Segretario del PD? Quale tipo di ascolto andranno a svolgere coloro che vi daranno attuazione?

Non lo sappiamo. Quindi, ci limitiamo a considerazioni di carattere generale riguardo al fatto che  la realizzazione dell’ascolto politico non è immune da difficoltà rilevanti e può capitare che si diano situazioni in cui tale attività, posta in essere dal personale politico, di fatto sia permeata da un atteggiamento che ne contraddice alla radice le premesse e le finalità.

Ciò si verifica quando l’ascolto non è svolto per realizzare il suo fine, che è soltanto quello di ascoltare, ma per conseguirne un altro ulteriore. In tali casi, l’ascolto diventa lo strumento di un’azione comunicativa tesa a modificare pensieri, sentimenti, emozioni e comportamenti dell’altro.

Così, ad esempio, se affermando di essere interessato ad ascoltare le ragioni del dissenso di alcuni cittadini (costituenti o meno un gruppo organizzato), in ordine ad un determinato provvedimento legislativo o di altra natura, il personale politico rappresentativo di una maggioranza di governo tenta di persuadere costoro dell’infondatezza delle loro ragioni, e lo fa senza aver segnalato di averle prima considerate seriamente e comprese, non può dire di avere realmente compiuto un momento di ascolto politico.

Infatti, è probabile che ne derivi in tali cittadini un vissuto di mancato riconoscimento, condito dalla sensazione che il personale politico li giudichi negativamente, li disapprovi, solo perché essi hanno opinione e stati d’animo diversi da quelli attesi o auspicati da quei politici: il che può procurare nei cittadini (non) ascoltati una reazione di disapprovazione verso quel personale politico, da essi percepito come autoreferenziale.

Si crea, dunque, in tal caso, un vuoto. Un vuoto, che può essere immediatamente riempito dalle forze politiche concorrenti, nel caso in cui queste sappiano proporsi come interlocutori capaci di sintonizzarsi con i cittadini non ascoltati, risultando ai loro occhi come comprensivi e fedeli interpreti delle loro ragioni e dei loro vissuti.

A volte, però, anche in tale ipotesi non si realizza un vero ascolto politico, poiché le altre forze politiche, che subentrano nel suddetto “vuoto di ascolto”, non riescono ad essere specchio fedele del dissenso di quella popolazione, cercando invece di accentuarlo per i propri fini competitivo-conflittuali.

Ciò fa sì che in questa relazione triangolare sia possibile che i politici di governo finiscano con l’irrigidirsi, arrivando a percepire i cittadini dissenzienti come irragionevolmente ostili o come schierati con gli avversari politici, oppure che li ritengano da questi “plagiati”.

Quando si verificano circostanze di questo tipo, gli eventuali, successivi, ripensamenti dei politici di governo, invece di essere percepiti come realmente tali – cioè come frutto di una riflessione supportata dall’arricchimento del discorso a seguito della discussione con i cittadini – possono essere rappresentati come cedimenti alla forza prevalente delle controparti politiche. Queste, infatti, avrebbero buon gioco a sostenere di essere state capaci di coagulare attorno a sé il consenso, avendo saputo accogliere e legittimare il malcontento e il dissenso di quella parte della cittadinanza.

Ciò rende per il politico di governo più arduo sviluppare e soprattutto comunicare i suoi eventuali ripensamenti rispetto alle decisioni precedentemente prese. Infatti, il fondato timore  è che tali ripensamenti  siano interpretati dalle forze di opposizione e dai cittadini come una resa, come una manifestazione di debolezza politica, o come confessioni implicite di un errore, che però non si vuole ammettere.

In breve, in tali casi, per il politico di governo si tratta di temere di perdere la faccia e di procurare una vittoria agli avversari politici.

Così, invece  di rafforzare il legame e il rapporto di fiducia e riconoscimento reciproci tra personale politico e cittadini (fiducia e riconoscimento non sono sinonimo di voto nell’urna e non sarebbe male se sussistessero sempre anche tra politici ed elettori di schieramenti diversi), grazie anche all’attività di sensibilizzazione svolta dalle diverse forze politiche e sociali, si incrementano gli aspetti di diffidenza e sospetto.

Analogamente non è ascolto politico, nel senso proposto in questo blog quello di chi, relazionandosi con i cittadini, crede (e cerca di far credere) di voler dare loro voce, mentre in realtà amplifica, suggerisce, insinua pensieri e sentimenti.

Ciò accade anche quando il personale politico propone, calandola dall’alto, un’interpretazione del disagio o della sofferenza dei cittadini, riconducendola ad una causa specifica, di cui esalta la valenza di male assoluto. In particolare, in tal caso quello che dovrebbe essere l’ascolto, il dare voce ai cittadini, si traduce nella denuncia di un fatto dannoso, magari generato, provocato oppure aggravato o non convintamente contrastato, dagli avversari politici. Ciò, di per sé, non è un male, ma può contraddire il senso dell’ascolto, che è quello di comprendere e far sentire riconosciute e rispettate le persone ascoltate, e non è quello di strumentalizzarne i vissuti, né di crearli. Se ciò si verifica, si dà luogo ad un’accentuazione del normale rapporto asimmetrico tra il politico e i cittadini (il primo, infatti, è detentore di un sapere e di competenze che i cittadini non hanno), spingendolo fino all’infantilizzazione dei secondi. Il che non soltanto significa rispettarli poco come persone e trattarli come un gregge, ma anche rischiare di procurare un ostacolo alle loro possibilità di riflessione autocritica e all’assunzione da parte loro di una certa dose di responsabilità nell’appoggio a certe decisioni politiche.

 

Alberto Quattrocolo

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