Quella notte di Taranto, tra l’11 e il 12 novembre, che fu di lezione perfino per i giapponesi

Nella notte tra l’11 e il 12 novembre del 1940, durante la Seconda guerra mondiale, la flotta navale della Regia Marina italiana fu attaccata nel porto di Taranto dagli aerei inglesi della Royal Air Force (RAF), decollati da una portaerei. Restarono uccisi 58 marinai italiani, altri 581 vennero feriti. E sei navi da guerra furono danneggiate. Metà delle navi da guerra italiana erano state messa fuori combattimento. La missione della RAF era riuscita.

Le ragioni del bombardamento

Com’è noto, l’Italia, nel giugno di quell’anno era entrata in guerra al fianco della Germani di Hitler. Mussolini, rilevando con crescente ansia, invidia e timore i successi delle armate naziste che dilagavano in Europa, riuscendo a travolgere ogni ostacolo ad est come ad ovest, aveva rotto ogni indugio e aveva attaccato alle spalle la Francia, a sud, contando sulla sua debolezza, visto che era già abbattuta, pressoché moribonda, per la micidiale avanzata tedesca.

Le reni della Grecia

Nell’autunno, Mussolini, frustrato dagli insuccessi riportati dalle truppe italiane nello scontro con i francesi, aveva deciso di accaparrarsi quella parte di Balcani su cui da tempo aveva puntato lo sguardo. Era arrivata, per il duce, l’ora della Grecia.

La “campagna di Grecia” era, infatti, iniziata il 28 ottobre del 1940: le truppe dell’esercito italiano di Benito Mussolini, muovendo dalle basi albanesi, erano penetrate in territorio greco.

Temendo, allora, un intervento militare più corposo da parte dei britannici – che avevano cominciato a fornire aiuti alla Grecia già dai primi di novembre –, tutta la flotta italiana era stata concentrata a Taranto, proprio per contrastare tale manovra.

Gli inglesi non restarono a guardare

Gli inglesi, tuttavia, avevano già cinque anni prima concepito un ipotetico piano per contenere e far rientrare le sanguinarie velleità imperiali di Mussolini che lo avevano portato ad attaccare l’Impero Etiope, senza neanche emettere prima una dichiarazione di guerra. Ma nel 1935, per il governo britannico la guerra di sterminio scatenata dal duce contro l’Etiopia non era stata ritenuta un motivo sufficiente per opporsi militarmente all’Italia.

Cinque anni dopo, però, quando la guerra, tanto temuta e scongiurata, era ormai scoppiata e dilagata, il piano che la Royal Navy aveva studiato a suo tempo tornò d’attualità, nel momento in cui Mussolini decise di «spezzare le reni alla Grecia»

Si trattava di un piano per un attacco aereo notturno alla base navale di Taranto. Essendo trascorsi 5 anni dal momento in cui era stato concepito, alla marina britannica occorrevano informazioni e immagini aggiornate. Anzi, la Royal Navy aveva bisogno di essere aggiornata giornalmente sulla situazione del porto di Taranto. A tal fine, dal Regno Unito si trasferì a Malta una squadra di ricognitori. Inoltre, vennero inviate come rinforzo diverse navi da battaglia sia verso Malta sia verso il canale di Otranto, per intercettare le navi italiane che in quei giorni si facevano la tra Grecia e Albania.

Due attacchi, anzi tre

L’attacco fu deciso per il 21 ottobre, data che aveva un valore simbolico, trattandosi dell’anniversario della vittoria dell’ammiraglio Oratio Nelson a Trafalgar. Però, l’incendio sviluppatosi a bordo della portaerei inglese Illustrious, da cui dovevano decollare gli aerei destinati a compiere la missione, provocò un rinvio. La nuova data decisa era quella della tarda serata dell’11 novembre. L’attacco fu pianificato in due fasi.

Nella prima, 12 aerei dovevano colpire le navi più piccole ancorate nella zona del porto detta «mar Piccolo». Tale fase si sarebbe svolta alle ore 23, impiegando 20 minuti per giungere a termine.

La seconda vedeva entrare in azione 12 areo-siluranti, incaricati di colpire le navi principali nel cosiddetto «mar Grande». Questo secondo attacco iniziò alle 23,50 e durò un’ora circa.

Quella notte del 12 novembre, terminato l’attacco aereo a Taranto, le navi da guerra britanniche intercettarono un convoglio italiano diretto al porto albanese di Valona. Si trattava di quattro piroscafi scortati da una torpediniera e da un incrociatore. I piroscafi andarono a fondo, la torpediniera fu gravemente danneggiata, solo l’incrociatore riuscì a raggiungere il porto di Brindisi. I morti erano 36

Le patetiche rassicurazioni della propaganda fascista

Sul Corriere della Sera, che dall’ormai lontano 1925 era stato trasformato in un quotidiano filogovernativo, cioè filofascista, venne scritto in prima pagina:

«Strage di apparecchi nemici durante un’incursione a Taranto».

La contraerea italiana, in realtà, era stata a dir poco inefficace. Ma, soprattutto, il punto non era quello. Il fatto, l’unico che contasse davvero, dal punto di vista italiano, era che metà delle navi da battaglia italiane erano state messe fuori combattimento: sei navi da guerra, infatti, erano state seriamente danneggiate: di queste, 3 erano corazzate, incluso il Cavour che non poté riprendere più servizio, 1 era un incrociatore e le altre 2 erano cacciatorpediniere.

L’uscita di Mussolini del 18 novembre fu un “capolavoro” di ambiguità e falsità:

«Effettivamente tre navi sono state colpite, ma nessuna di esse è stata affondata. È falso, dico falso, che due altre navi da guerra siano state affondate o colpite, o comunque anche leggermente danneggiate»

Le conseguenze furono chiare per tutti, anche per i giapponesi, ma non per Mussolini

L’incursione inglese, inoltre, palesò che gli aerosiluranti erano in grado di colpire le navi all’interno delle basi, senza che i bassi fondali costituissero un problema insormontabile. Inoltre, quell’attacco, lanciato dalla portaerei Illustrious, determinò una svolta decisiva nella conduzione della guerra sul mare. Dimostrava, infatti, che le portaerei avevano un ruolo fondamentale.

Non a caso, andò fino a Taranto l’addetto militare presso l’ambasciata giapponese a Roma, per poter raccogliere e trasmettere a Tokyo tutte le informazioni possibili sulle modalità e sull’efficacia del raid britannico. I diversi risvolti dell’attacco avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 novembre a Taranto, infatti, furono tenuti in gran conto nella preparazione dell’attacco giapponese alla base statunitense nel Pacifico di Pearl Harbour, che sarebbe avvenuto poco più di un anno dopo, il 7 dicembre del 1941.

Il 12 novembre il ministro degli Esteri e genero di Mussolini, il conte Galeazzo Ciano, scrisse nel suo diario:

«Giornata nera. Gli inglesi hanno attaccato la flotta alla fonda, a Taranto, e hanno colato a picco la Cavour e gravemente danneggiato la Littorio e la Duilio. Per molti mesi saranno fuori combattimento. Credevo di trovare il Duce abbattuto. Invece ha incassato bene il colpo e quasi sembra, in questi primi momenti, non averne valutata tutta la gravità».

 

 Alberto Quattrocolo

Fonti

Enzo Biagi, La Seconda Guerra Mondiale (una storia di uomini) Fabbri, Milano 1980

Pierre Milza, Mussolini, Carocci Editori, Roma, 2000

Arrigo Petacco. Le battaglie navali del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996.

www.wikipedia.org

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