Attacco al World Trade Center, una luce nel buio

12.20, 26 febbraio del 1993, Lower Manhattan, New York. L’ombelico del commercio mondiale viene scosso per la prima volta da un attentato terroristico. Un’autobomba esplode in uno dei parcheggi sotterranei, centinaia di metri più in basso di dove si schianteranno gli aerei otto anni dopo.

Sempre qualche centinaio di metri, questa volta in orizzontale, divide l’esplosione da una stazione della metropolitana: sei persone persero la vita in quel tragico evento, ma i feriti superarono il migliaio, soprattutto a causa dei fumi sprigionati dalla detonazione e dall’incendio conseguente. Furono evacuati anche i piani alti delle Torri, per cui si fece uso persino degli elicotteri. Molto più in basso, invece, le onde d’urto causarono il crollo di un muro e del soffitto di una stazione ferroviaria che sorgeva lì vicino.

In effetti, se fosse andato come pianificato, l’attentato avrebbe procurato un numero enormemente più elevato di vittime: l’idea iniziale era di provocare il crollo della Torre nord sulla Torre sud, causando un devastante effetto domino. A tale progetto parteciparono diversi fondamentalisti islamici, tra cui Omar Abdel Rahman. Lo sceicco cieco egiziano, considerato il leader spirituale della Jamaa Islamiya (Assemblea Islamica), è morto in carcere un paio d’anni fa mentre scontava l’ergastolo per questo e altri attentati.

 

Ramzi Yousef, pakistano nato in Kuwait, fu invece definito mastermind, vale a dire la mente dietro l’attacco, l’autore del piano. Sta attualmente scontando centinaia di anni di carcere nel penitenziario di Florence, Colorado, anche lui per diversi reati a sfondo terroristico. E’ degno di nota anche in quanto nipote di Khalid Sheikh Mohammed, accusato di aver ideato l’attentato dell’undici settembre.

Tra i vari attentatori ha guadagnato notorietà anche El-Sayyid Nosair, ma per motivi diversi dai precedenti. Uno dei suoi figli, infatti, cambiò nome in Zak Ebrahim, rifiutandosi categoricamente di seguire le orme paterne. Dopo aver passato anni a nascondere la propria identità, costui decise di usare la propria storia per contrastare il terrorismo e l’intolleranza in mezzo alle quali era cresciuto.

Zak Ebrahim non è il mio vero nome. L’ho cambiato quando la mia famiglia ha deciso di tagliare i ponti con mio padre e cominciare una nuova vita. Perché, allora, dovrei uscire allo scoperto e mettermi potenzialmente in pericolo? Be’, è semplice. Lo faccio nella speranza che forse qualcuno, un giorno, costretto a usare la violenza, possa sentire la mia storia e rendersi conto che c’è un modo migliore.

Lo faccio per le vittime del terrorismo e per i loro cari, per il terribile dolore e le perdite che il terrorismo ha imposto loro. Per le vittime del terrorismo, parlerò apertamente contro questi atti insensati e condannerò le azioni di mio padre. Con quel semplice fatto, sono qui a prova del fatto che la violenza non è intrinseca alla religione o alla razza, e il figlio non è tenuto a seguire le orme del padre. Io non sono mio padre.

Zak è diventato un attivista per la pace e uno scrittore. Il titolo del suo libro parla chiaro: “Il figlio del terrorista: storia di una scelta”.

 

Alessio Gaggero

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