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Ascolto e sostegno per le vittime di reato

Tra i servizi gratuiti offerti dall’Associazione No profit Me.Dia.Re. da oltre dodici anni ve n’è uno rivolto alle vittime di reato e a coloro che sono ad esse affettivamente legate.

Com’è nato il Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le vittime di reato e per i loro famigliari

Nel 2004, l’Associazione attivò a Torino, con un contribuo economico della Città, un Servizio gratuito di Ascolto del Cittadino e Mediazione dei Conflitti.

Si avvalevano di tale servizio, previo appuntamento telefonico, persone che erano coinvolte in situazioni di conflittualità interpersonale che le facevano stare male.

A gestire tale Servizio, infatti, erano dei professionisti nell’ambito della mediazione dei conflitti e della mediazione familiare. Non pochi casi, in effetti, erano di conflittualità all’interno della famiglia (sopratutto conflitti di coppia, ma non solo), di vicinato e sul luogo di lavoro.

L’approccio di questo Servizio, che caratterizza tutta le attività di mediazione (familiare, penale, sanitaria, in ambito organizzativo-lavorativo, sociale) dell’Associazione, prevede che, sempre, in ogni caso, anche quando si presentano insieme le persone coinvolte in un conflitto, esse vengano ascoltate separatamente.

Si svolgono, perciò, non meno di due colloqui individuali con ciascun protagonista del conflitto.

Dopo pochi mesi dall’apertura, capitò che si rivolgessero al Servizio anche persone che vivevano una situazione e avevano dei vissuti che soltanto sotto un certo aspetto potevano essere ricondotti alla conflittualità interpersonale.

Si trattava di persone che avevano subito dei reati o che erano affettivamente legate alla vittima di un reato.

Naturalmente, non essendo sempre esplicitato il motivo della richiesta al Servizio in sede di contatto telefonico per fissare il primo appuntamento, in alcuni casi soltanto nell’ambito del primo colloquio si veniva a sapere che l’esperienza dolorosa portata dalla persona non era quella di un conflitto di vicinato o familiare, ad esempio, ma quella dell’essere stata vittima di un crimine.

Poiché nel team vi erano persone dotate anche psicoterapeuti e criminologi (e, in quest’ultimo caso, con un curriculum apprezzabile anche sul versante vittimologico), non vi era ragione alcuna per non offrire uno spazio di ascolto e di supporto a chi si rivolgeva al Servizio in quanto vittima di un reato, e non perché in conflitto con un collega, un vicino di casa o un famigliare.

Del resto, lo sportello era definito e promosso come Servizio di Ascolto del Cittadino e non solo di Mediazione dei Conflitti.

In verità, un po’ studiando e un po’ con l’esperienza, quindi sulla pelle dei “nostri utenti”- onestamente, ciò va ammesso -, ci “specializzammo” nell’accoglienza e nel supporto delle vittime di reato.

Il passo successivo fu quello di ottenere un contributo economico, partecipando al bando Otto per Mille delle Chiese metodiste e valdese, con un progetto specifico.

Perché offrire Ascolto e Sostegno ad una vittima

Perché cercammo un supporto economico per svolgere questo servizio, non facendolo pagare, dunque, a chi ne intendeva fruire?

Perché ritenevamo – e la pensiamo ancora così – che dei vissuti della vittima di un reato dovesse farsi carico in primo luogo la comunità.

Questo servizio gratuito, che, con il tempo e a maggior ragione con l’aumento dei casi e con la formalizzazione derivante dalla progettazione e dalla concessione del contributo ad hoc, aveva assunto una fisionomia propria, si basava su un’idea di fondo.

Essenzialmente questa: dare alle persone che avevano subito un reato uno spazio e un tempo, attraverso più colloqui con dei professionisti, per condividere l’esperienza vissuta ed essere supportati rispetto alle conseguenze sul piano emotivo, affettivo, relazionale, esistenziale, famigliare, amicale, sociale, lavorativo…

Alcuni effetti della vittimizzazione

Perché, ci si potrebbe chiedere, le vittime di un reato e le persone ad esse legate dovrebbero avere bisogno di un servizio di questo tipo?

Una risposta realmente esaustiva implicherebbe centinaia di pagine e, in effetti, sarebbe opportuno rinviare a qualche testo di Vittimologia.

Tuttavia, un paio di aspetti si possono brevemente riassumere. L’uno riguarda i vissuti derivanti dalla vittimizzazione, cioè dall’essere stati vittime di un fatto dannoso ingiusto. L’altro riguarda la nozione stessa di vittima ai fini dell’individuazione di coloro cui rivolgere un simile servizio di sostegno.

Rispetto al primo aspetto, occorre considerare che l’esperienza di vittimizzazione può procurare emozioni e sentimenti di notevole intensità e particolarmente ingombranti. Vissuti, cioè, difficili da gestire e capaci di influenzare la vita quotidiana: rabbia e risentimento, ansia e sgomento, paura e insicurezza, vergogna e imbarazzo, senso di colpa e di inadeguatezza.

Inoltre, quanto più è stato violento il danno subito, possono aversi nelle vittime di reato altri vissuti e conseguenze che interessano sia la sfera psicologica che quella fisica: ipervigilanza, angoscia, reviviscenza del trauma, paura di vivere nuovi eventi simili, variazioni del tono dell’umore, ansia, disturbi del sonno, attacchi di panico, senso di impotenza, riduzione dell’autostima, problemi cardiaci, disturbi gastrointestinali, asma, emicranie o cefalee croniche…

Già solo questa dimensione, lascia intuire perché possa avere senso offrire alle persone che hanno subito un crimine la possibilità di alleggerire il loro carico emotivo.

La solitudine delle vittime

Ma vi è di più.

Una delle conseguenze del reato per le vittime è, generalmente, quella di sapere di poter contare su una diffusa solidarietà da parte degli altri (i cosiddetti consociati, che non sono soltanto i famigliari, gli amici e i conoscenti, ma tutti coloro che fanno parte di una certa comunità, sia essa locale o nazionale), ma di vivere, spesso, anche un’altra, apparentemente contraddittoria sensazione: la solitudine.

Per molteplici ragioni, sulle quali sarebbe eccessivamente lungo soffermarsi esaustivamente, le vittime di un reato non raramente fanno fatica a trovare un’efficace vicinanza emotiva da parte degli altri.

Ciò accade non solo quando si tratta di persone prive di legami o di relazioni significative.

L’auto-isolamento delle vittime

Accade, infatti, anche a chi una vita relazionale piena ed è circondato da persone che gli vogliono bene.

La solitudine della vittima può essere la conseguenza di un suo timore di appesantire con il proprio stato d’animo le persone cui è affezionata. La vittima, ad esempio, consapevole che anche il partner, il genitore, i famigliari e gli amici soffrono per quanto le è capitato, può essere indotta a ritenere di doverli tutelare dal suo dolore e dalla sua angoscia.

Oppure, la solitudine delle vittime può derivare dal pudore, dal riserbo, dal timore di essere avvertiti dagli altri come fastidiosamente ingombranti o, ancora, dall’idea che dar voce alla propria sofferenza significhi acutizzarla e cronicizzarla. E l’una o l’altra ragione inducono qualche volta le vittime a non condividere gli effetti più disturbanti dell’offesa subita con i loro cari, a tacerli e a viverli, perciò, in una condizione di auto-isolamento.

Non, raramente, però la solitudine della vittima è conseguenza delle difficoltà delle persone ad essa vicine di relazionarsi con le sue emozioni (e, in fondo, con le loro emozioni).

L’isolamento (da parte degli altri) delle vittime

Né va taciuto che, in non pochi casi, capita di rilevare che la solitudine della vittima è stata generata non tanto dallo spiazzamento da parte degli altri nel rapportarsi con una sofferenza che non si sa bene come accogliere, come maneggiare, come contenere, ma da un rifiuto della vittimizzazione stessa, da un mancato riconoscimento del suo avverarsi.

In tali casi, non è la vittima ad isolarsi. Essa viene isolata dagli altri.

Ciò accade quando coloro che la circondano ritengono che il suo soffrire per la vittimizzazione subita sia sinonimo di vittimismo. Oppure, quando, e non è raro, pensano che in qualche misura essa si meriti quel che le è successo (esempi particolare di tali dinamiche sono contenute nei post Chi subisce un’azione violenta non si chiama colpevole ma vittima , mentre altre considerazioni sulle logiche ad esse sottese sono contenute nel post Nessuna vittima è più uguale di un’altra, presenti entrambi nel blog Politica e conflitto, sul sito di Me.Dia.Re.).

Ad esempio, nei casi di violenza domestica può accadere che famigliari e gli amici si rifiutino di accogliere i tentativi di condivisione della vittima. E, addirittura, magari in virtù del legame che hanno con l’autore della violenza, in base ad una stravolta lealtà verso di esso, succede che i famigliari o i parenti censurino duramente la ricerca di un ascolto da parte della vittima (per un approfondimento si può leggere il post Colpa della vittima?).

La ri-vittimizzazione

Inoltre, non va dimenticato che per le vittime di reato l’incontro con le agenzie ufficiali preposte alla repressione del crimine può essere un’importante fonte di stress e sofferenza.

Per quanto da molti anni anche in Italia siano svolte molteplici iniziative di sensibilizzazione e di formazione per le forze dell’ordine, la magistratura penale, gli avvocati, gli operatori sanitari, gli assistenti sociali, ecc., affinché adottino un approccio corretto e tutelante anche sul versante emotivo nel rapportarsi con le vittime di reato, per queste l’impatto con l’istituzione può essere ri-vittimizzante.

Cioè, può dar luogo ad una sollecitazione dei vissuti procurati dal reato che, però, non è accompagnata da un’adeguato contenimento, da un empatica attenzione, sicché la persona si ritrova a patire alcuni degli effetti più disturbanti correlati alla vittimizzazione primaria (cioè quella generata direttamente dalla commissione del reato).

Qui, tra questi vissuti, se ne può segnalare uno solo, ma carico di implicazioni: il sentirsi de-umanizzati.

La de-umanizzazione della vittima

La de-umanizzazione, infatti, è uno dei vissuti più scomodi, angoscianti e dolorosi che la commissione del reato può procurare alla vittima (un maggiore approfondimento di questo aspetto si trova nel post Il rispetto per l’umanità di chi è vittima di una violenza non (è mai stato) procrastinabile, anche in tal caso all’interno del blog Politica e conflitto) .

Non si contano le volte in cui le vittime affermano che il reo le ha trattate come oggetti, come esseri privi di sensibilità.

Tale vissuto può essere provato anche successivamente all’esperienza della vittimizzazione procurata dal reo con la sua condotta lesiva. Può capitare che ci si senta de-umanizzati anche nella relazione con il sistema della giustizia.

Di nuovo, non si contano le volte in cui le vittime esplicitano che, ad esempio, nell’ambito del processo, si sono sentite accantonate, poste sullo sfondo, mentre, metaforicamente parlando, dei trattori passavano sulla loro sensibilità.

Il che, forse, è, almeno in parte, inevitabile, visto che lo scopo principale dell’attività giurisdizionale non è tutelare la condizione psicologica della vittima, ma acclarare i fatti e le responsabilità, al fine di comminare un’eventuale sanzione.

Certo, però, a volte viene da pensare che, per la vittima, l’esperienza del procedimento giurisdizionale, in assenza di un sostegno efficace, sia davvero una Via Crucis.

Non va, però, taciuto che la vittimizzazione secondaria possa verificarsi, in contesta extra-giudiziario, cioè in  situazioni in cui la vittima non è riconosciuta come tale, subendo di fatto una negazione non solo del suo status di vittima, ma della dignità della sua persona. Le viene, infatti, negata ogni legittimazione della sua sofferenza.

Un caso particolare, su questo registro, è stato preso in considerazione, nel post Le vittime di Piazza San Carlo, rispetto ai fatti di Piazza San Carlo, a Torino, il 30 giugno 2017.

A chi si rivolge il Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le vittime di reato?

Quali sono, dunque, i destinatari di un servizio di tipo vittimologico?

Senza dubbio, per usare un’espressione legale, le persone offese da reati dolosi.

Tuttavia, accanto a queste persone, vanno considerate anche le vittime di reati colposi. Anche per costoro, infatti, il danno ha ricadute importanti sotto molteplici aspetti e non meno meritevoli di attenzione.

Inoltre, va considerato che accanto alla vittima diretta del fatto illecito vi sono le persone affezionate alla vittima: famigliari, partner, amici…

Rispetto all’omicidio doloso o colposo, la cui vittima diretta è l’essere umano che ha perso la vita, è immediatamente evidente che le persone che amavano l’ucciso hanno anch’esse perso qualcosa. Hanno perso tantissimo, troppo, in verità.

Vi sono, però, infinite situazioni in cui reati (dolosi o colposi) privi di conseguenze letali feriscono profondamente non soltanto le vittime giuridicamente intese, ma anche altri soggetti.

Uno stupro, ad esempio, può devastare anche la madre, il padre, la sorella o il fratello, il partner della persona che ha subito la violenza. Lo stesso può valere per altri reati.

Per fare un solo altro esempio, si può pensare ai genitori, ai fratelli o agli amici più cari della vittima di bullismo.

Infine, è bene precisare che un simile sostegno non può essere riservato soltanto a quelle persone (vittime in senso legale o vittime in senso esteso, cioè sul piano umano) che abbiano denunciato il fatto o che siano state riconosciute come tali da provvedimenti giudiziari.

Se così fosse, infatti, verrebbe meno una delle funzioni più importante per il singolo e per la collettività di un simile supporto.

L’Ascolto e il Sostegno vanno offerti anche a chi non ha denunciato il fatto.

Per chiarire quest’ultimo aspetto occorre pensare a come, in mancanza di adeguato supporto, sia frequente che soprattutto certe condotte criminose restino ignote all’autorità giudiziaria.

Anche qui per fare solo un (vasto) esempio, si può considerare l’importanza di un simile sostegno ai fini della denuncia (e oltre) per fatti iscrivibili nel filone della violenza di genere.

La connessione tra il Servizio per le vittime di reato e gli altri Servizi e Progetti di Me.Dia.Re.

Un’ultima considerazione riguarda il fatto che l’esperienza maturata in tale ambito operativo e le riflessioni sorte proprio nella conduzione di percorsi gratuiti di ascolto e sostegno psicologico per le vittime di reato (nel senso esteso sopra accennato), sono state di particolare rilevanza anche al di là di tale contesto.

Così, quanto appreso e pensato nell’ambito del Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno delle vittime di reato è stato di particolare importanza per:

  • il sostegno psicologico svolto a favore delle donne vittime di violenza
  • le attività di Ascolto e Mediazione dei Conflitti sorti in ambito sanitario, cioè tra professionisti della salute e pazienti  e per i progetti formativi ad esse collegate
  • i colloqui e le altre attività svolte nell’ambito del progetto di Mediazione Penale (cioè di Ascolto e Mediazione tra autori e vittime di reato)
  • il sostegno psicologico per rifugiati e richiedenti asilo adulti e minori stranieri non accompagnati (in entrambi i casi sono innumerevoli le violenze e le violazioni subite da costoro)
  • il sostegno per le persone e le famiglie il cui disagio psicologico e/o relazionale è stato provocato o aggravato dalla Crisi economica (SOS CRISI)
  • lo stesso servizio di Ascolto del Cittadino e Mediazione dei Conflitti.

D’altra parte, l’esperienza pratica (clinica, per così dire) e umana, accumulata e in corso di sviluppo tutt’ora, nel Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le vittime di reato, quasi inevitabilmente, confluisce in parte in alcune pubblicazioni (tra cui, soprattutto, Giusio M., Quattrocolo A.,  Elementi di vittimologia e di Victim Support, 2013), nonché in diverse iniziative formative di Me.Dia.Re.:

 

Alberto Quattrocolo

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