A Soweto inizia la fine dell’apartheid

Hector Petersen aveva 13 anni quando la sua vita fu stroncata da un proiettile della polizia. Stava correndo lontano dai propri aggressori, ma ebbe la sfortuna di trovarsi sulla linea di tiro di un agente. La foto del suo corpo tra le braccia di un uomo che cammina verso la fotocamera diventò il simbolo della rivolta di Soweto. L’apartheid aveva i giorni contati.

Una delle più grandi metropoli africane, nata come ghetto-dormitorio per i sudafricani di pelle nera: erano chiamati a lavorare per i bianchi e a servirli a Johannesburg e nelle miniere d’ oro del Rand, per poi ritirarsi al tramonto. Già all’epoca dei fatti era popolata da milioni di abitanti. Questa era Soweto.

I ragazzi della metropoli-ghetto, ansiosi come tutti i loro coetanei di sentirsi in sintonia col resto del mondo, non sopportavano l’idea di dover studiare in afrikaans, una lingua parlata da una minoranza bianca e per di più la lingua dei loro oppressori. Questi avevano infatti imposto, tramite un decreto governativo, a tutte le scuole per neri di utilizzare l’afrikaans come lingua paritetica all’inglese.

Gli studenti di Soweto, dunque, formarono un comitato d’azione, il Soweto Students’ Representative Council, per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione di massa per il 16 giugno 1976. Migliaia di studenti e docenti neri uscirono dalle scuole e si diressero verso lo stadio di Orlando, formando un corteo esplicitamente non violento. I cartelli nelle prime file parlavano chiaro:

Non sparateci – non siamo armati

Dopo aver cambiato il percorso previsto, a causa delle barricate della polizia, i manifestanti si trovarono si trovarono la strada ulteriormente sbarrata. A quel punto, potevano solo andare avanti o tornare indietro. Alcuni sostengono che venne tenuto un comportamento esclusivamente non violento; secondo altri, iniziò un lancio di pietre contro le forze dell’ordine. Fatto sta che queste ultime iniziarono a sparare sulla folla, che si disperse, ma non abbastanza velocemente.

Le vittime come Hector Petersen furono sicuramente più di 23, come dichiarato dal Governo sudafricano. Le stime sono molto diverse, ma vanno da 200 a 600 morti, e fino a 1000 feriti, comprendendo anche gli scontri dei giorni successivi, a cui partecipò anche l’esercito.

Parlando di Soweto, è inevitabile evocare un altro massacro, avvenuto 16 anni prima: Sharpeville, di cui abbiamo parlato in questo articolo. In entrambi i casi, la gente tentava di reagire all’insopportabile sistema di divieti, costrizioni, regolamenti, che ingabbiava la vita collettiva in un reticolo di norme oppressive. Uguale la risposta: pronta, disumana, assoluta. Intesa a ristabilire immediatamente il dominio degli oppressori e il silenzio degli oppressi. Dunque, la violenza ebbe ragione della rivolta. Qualcosa, però, si era smosso.

Migliaia di ragazzi fuggirono oltreconfine per evitare l’arresto, fornendo così all’African National Congress, che languiva in una diaspora esangue, una nuova leva. Inoltre, i ghetti neri erano ormai delle vere e proprie metropoli, delle fucine di cultura, che forgiarono i propri capi carismatici: Steve Biko, di cui abbiamo già parlato, ne è un fulgido esempio.

Il percorso che portò alla fine dell’apartheid fu ancora lungo e sanguinoso, ma in quei giorni furono posate delle pietre fondamentali nella costruzione di un Sudafrica libero dalla discriminazione razziale.

 

Alessio Gaggero

 

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