9 morti di razzismo a Charleston

La Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston, in South Carolina, non è solo una chiesa: è un simbolo. Un simbolo di speranza, di lotta per l’uguaglianza, di fede in un mondo più giusto. Però, è stata conosciuta nel mondo intero non per i suoi messaggi fratellanza, per quelle prediche ispirate e toccanti dei suoi pastori sull’amore verso il prossimo e sulle denuncia del razzismo come concentrato di odio, non per il suo impegno contro la schiavitù, prima, e contro la segregazione razziale, poi, nel Sud degli Stati Uniti. La Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston è stata nominata nei telegiornali, nei notiziari radio, nei giornali e nei siti on line il 17 giugno del 2015, per essere diventata un obiettivo di odio e violenza omicida. L’Odio e la violenza di un razzista che ha tolto la vita a nove persone che stavano pregando rivolgendosi a Gesù Cristo.

La lotta dell’African Methodist Episcopal Church di Charleston contro la schiavitù

Nel 1816, quando a Philadelphia era stata appena fondata la African Methodist Episcopal Church (Chiesa episcopale metodista africana), Morris Brown, un afro-americano, schiavo liberato, ordinato pastore di tale chiesa, tornò alla sua città di origine, Charleston, per aprire una parrocchia. Era la prima – e oggi è la più antica – chiesa per afroamericani negli Stati Uniti. Un luogo per pregare che i discendenti degli africani deportati in America dai trafficanti di schiavi, cresciuti assorbendo la religione dei loro padroni bianchi, aspettavano da tempo. In due anni, infatti, più di 4.000 persone, oltre tre quarti dei neri di Charleston appartenenti alla chiesa metodista, divennero fedeli di quella chiesa, facendola diventare la loro casa. Erano schiavi. Lavoravano nelle piantagioni, nei campi e nelle splendide case e ville dei loro padroni bianchi. E non possedevano nulla. Tutto ciò che usavano era del loro padrone. La chiesa di Morris Brown, invece, era loro, gli apparteneva. E nel giro di pochi anni divenne un centro di attivismo contro lo schiavitù. Nel 1822, infatti, Denmark Vesey, un carpentiere che aveva aiutato Brown ad erigere la chiesa, uno dei pochissimi neri liberati dal loro padrone, tentò di organizzare una rivolta di schiavi e ed ex schiavi per rubare delle armi impossessarsi di alcune navi per contrastare lo schiavismo. Il piano di Vesey, però, fu scoperto, ed egli, insieme agli altri leader della rivolta, venne ucciso insieme, mentre svariate decine di neri subirono la deportazione. Anche la chiesa di Morris Brown non sfuggì alla rappresaglia. L’edificio fu distrutto e i suoi membri vennero sparpagliati. L’accusa era di diffondere una “religione dei neri” che aveva fomentato la rivolta degli schiavi. Per evitare che altri schiavi tentassero qualcosa di analogo, fu posto il divieto di fondare altre chiese neri indipendenti da quelle dei bianchi. Anche la popolazione di schiavi liberati di Charleston fu drasticamente ridotta. I fedeli, però, rimasero tali e cominciarono a radunarsi in segreto, ai margini delle piantagioni, nelle rimesse, ovunque riuscissero a farlo, senza destare sospetti.

L’ultracentenario impegno antirazzista dell’Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston

Avvenuta l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Abraham Lincoln, nel novembre del 1860, persuasi che il nuovo presidente avrebbe presto proclamato l’abolizione della schiavitù in tutto il territorio nazionale, sette Stati del Sud, guidati proprio dalla Carolina del Sud, nel febbraio del 1861, prima che Lincoln assumesse ufficialmente il suo incarico, decisero di separarsi, dall’Unione, cioè dagli Stati Uniti, e dettero vita agli Stati Confederati d’America. Le forze confederate in maniera incruenta presero subito il controllo di fortificazioni, dogane ed edifici pubblici e privati situati sui confini con gli Stati rimasti nell’Unione, ma alcuni forti rimasero in possesso di quest’ultima. Tra questi forti, oltre al Forte Monroe in Virginia e al Forte Pickens in Florida, ce n’era uno in in Carolina del Sud, Forte Sumter, accanto al porto di Charleston. Fu qui che, a seguito del bombardamento del forte da parte dell’artiglieria confederata, iniziò la Guerra di Secessione (detta anche Guerra Civile Americana o Guerra tra gli Stati). I fedeli della chiesa fondata da Brown, durante il conflitto continuarono a incontrarsi di nascosto fino al 1865, cioè fino a che, con la sconfitta del Sud schiavista da parte delle armate dell’Unione, ebbe termine la Guerra Civile e la schiavitù, nel frattempo abrogata da Lincoln, formalmente cessò. Allora uno dei figli di Denmark Vesey, Robert Vesey, costruì una nuova chiesa nei pressi di Fort Summer, proprio dove era iniziata la Guerra di Secessione, chiamandola Emanuel. La chiesa riconosciuta formalmente in quello stesso anno, il 1865, fu distrutta nel 1886 da un terremoto. L’edificio allora venne poi ricostruito ed è quello che esiste ancora oggi. Durante il 1900, la Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston accolse e sostenne dei leader del movimento per i diritti dei neri, che crebbe negli anni Cinquanta e Sessanta, come Booker T. Washington, Martin Luther King Jr. (abbiamo parlato di lui, su questa rubrica, nel post Martin Luther King: Sono un uomo!) e Roy Wilkins. Durante lo sciopero del 1969 per il riconoscimento dei sindacati, Coretta Scott King guidò i lavoratori neri dell’ospedale in una lunga marcia partita proprio dalla Emanuel AME.

Il reverendo Clementa Pinckney  della Emanuel AME di Charleston

Clementa Pinckney nacque, 4 anni dopo, il 30 luglio del 1973. A soli 13 anni sembrava già un predicatore prodigio della Emanuel AME. Pastore da quando aveva 18 anni, Clementa ne aveva pochi di più, quando fu indicato dalla rivista Ebony come uno dei 30 leader neri del futuro in America. Per lui essere cristiani significava agire, giorno per giorno, da cristiani. E con tale chiave di lettura interpretava la sua funzione di pastore della Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston.

«La vita presenta opportunità di servire gli altri», sosteneva. «Sono scelte difficili, a volte, ma che portano grandi risultati. Risultati più per gli altri che per noi stessi e questo è ciò che significa ‘servire’ il prossimo”».

Appena ventitreenne Clementa Pinckney fu eletto per la prima volta come deputato del Partito Democratico alla Camera del South Carolina. Era il più giovane afroamericano nella storia del parlamento del South Carolina. Tre anni dopo fu eletto al Senato del South Carolina. Negli anni seguenti restò costantemente attivo nelle battaglie anti-segregazioniste e antirazziste. Negli anni dieci del Duemila, Pinckney, preoccupato dall’impressionante escalation degli episodi di violenza letale delle forze dell’ordine contro afro-americani, si diede da fare per sensibilizzare i suoi connazionali. Quindi, non solo guidò la veglia per Walter Scott, il giovane nero che, disarmato, fu ucciso, a North Charleston, il 4 aprile del 2015, da un poliziotto bianco, ma si batté per l’approvazione di nuove leggi che obblighino le forze dell’ordine ad indossare delle videocamere in servizio.

La strage del 17 giugno 2015.

Due mesi e mezzo dopo l’omicidio di Walter Scott, il 17 giugno 2015, circa alle 21:05, Dylann Roof, un bianco ventunenne, entrò nella Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston e andò a sedersi vicino al reverendo Clementa Pinckney. La cosa non destò alcun interesse, poiché la Emanuel AME non è mai stata chiusa ai bianchi, neppure quando era la sola chiesa in cui i neri potessero entrare. Dylann Roof si inginocchiò e si mise a pregare. Poi rimase seduto per 45 minuti con gli altri fedeli e ascoltò la lettura della Bibbia. Quindi, si alzò estrasse dal marsupio una Glock calibro 45, acquistata ad aprile in un negozio, e fece fuoco. Uccise sei donne e tre uomini. Tra questi il reverendo Clementa PinckneyRoof fu bloccato a bordo della sua auto, fermo a un semaforo il giorno dopo a Shelby, nella Carolina del Nord. Era ancora armato, ma non oppose resistenza. Le sue vittime furono Cynthia Marie Graham Hurd (54 anni), Susie Jackson (87 anni), Ethel Lee Lance (70 anni), Depayne Middleton-Doctor (49 anni), Clementa C. Pinckney (41), Tywanza Sanders (26 anni), Daniel Simmons (74 anni), Sharonda Coleman-Singleton (45 anni), Myra Thompson (59 anni).

Dylann Roof, dal suo punto di vista stava dando, coerentemente, attuazione pratica alle sue idee. Stava combattendo la battaglia in cui credeva. Si potrebbe accostarlo, per la giovane età, a Nicholas Cruz, l’autore di un’altra strage, quella di cui abbiamo parlato sulla rubrica Corsi e Ricorsi, nel post 380 secondi e 17 vite in meno a Parkland. Cruz pianificava di uccidere messicani, persone gay e di colore, che egli odiava «semplicemente perché erano neri», così come le donne bianche che avevano relazioni interrazziali (“traditrici”). Cruz aveva anche espresso idee anti-immigrazione e antisemite, ma poi il giorno di San Valentino del 2018 aveva massacrato a caso quattordici studenti (di cui il più anziano aveva 18 anni) e tre insegnanti della Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida. Dylann Roof, invece, non colpì indiscriminatamente. Non era un pazzo, ma un suprematista biancoNon sono pazzi, ma razzisti pieni di odio i killer come Roof e gli altri che lo hanno preceduto e seguito: è questo il titolo di un post pubblicato nella rubrica Politica e Conflitto, dedicato alla strage, commessa il 15 marzo 2019, a Christchurch, in Nuova Zelanda, dove 49 delle persone intente a pregare in due moschee sono state massacrate in un attacco terroristico pianificato, inteso a colpire migranti e rifugiati.

«Devo farlo. Voi stuprate le nostre donne e state prendendo il sopravvento nel nostro Paese e dovete sparire».

Uno dei killer di Christchurch, in un manifesto pubblicato online, “The great replacement”, aveva sostenuto essere in corso un «genocidio dei bianchi» e che, pertanto, egli era «costretto a combattere» chi cerca di «sostituire e soggiogare la mia gente e fare la guerra al mio popolo». Costoro davano un’applicazione sanguinaria alla fasulla tesi della sostituzione etnica, che include la spudorata balla complottista del cosiddetto Piano Kalergi. Ma sarebbe da ottusi pensare che essi e, prima di loro, l’autore del massacro di Charleston, fossero dei disturbati “lupi solitari”. Roof, come altri, prima di sparare vigliaccamente sulle loro vittime inermi, si nutrono di dosi massicce di odio e di razzismo che vengono loro somministrati, sempre più su vasta scala, da altri, da seminatori di odio professionisti, che usano sistematicamente tutti i mezzi possibili per spargere paura e per alimentare il disprezzo e l’ostilità verso l’Altro, criminalizzandolo e demonizzandolo. Insomma, per rappresentarlo come un soggetto subumano e pericoloso. Questa costante propaganda, una volta interiorizzata, permette a chi insulta e discrimina, offende e umilia, picchia e uccide l’Altro, non soltanto di non sentirsi in colpa per la propria violenza razzista, ma, anzi, di credersi dalla parte giusta e di convincersi che le sue vittime non solo tali, essendo in realtà meritevoli di essere colpite brutalmente. Non a caso l’autore della strage di Charleston del 2015, come poi gli autori della strage del 2019 in Nuova Zelanda, si sente un eroe che sta adempiendo al proprio dovere. Non diversamente da come si si rappresentavano Luca Traini o Anders Behring Breivik, l’autore della più grave strage (77 vittime) commessa in Norvegia dai tempi dell’occupazione nazista. Costui si definiva «salvatore del cristianesimo» e «il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950».

I sopravvissuti al massacro di Charleston riferirono che Dylann Roof, durante la sparatoria, si era fermato un momento per dire alle vittime:

«Devo farlo. Voi stuprate le nostre donne e state prendendo il sopravvento nel nostro Paese e dovete sparire». Poi aveva ripreso a sparare, urlando epiteti razziali.

Idee sovrapponibili a quelle Anders Behring Breivik, l’autore della più grave strage (77 vittime, la maggior parte dei quali ragazzi) commessa in Norvegia dai tempi dell’occupazione nazista, quella  del 22 luglio 2011, in Norvegia, o a quelle di Adam Lanza, che il 12 dicembre nel Connecticut uccise 26 esseri umani, di cui 20 bambini tra i sei e sette anni e a quelle di  Ali David Sonboly che il 22 luglio 2016 a Monaco di Baviera uccise 9 persone. Anders Behring Breivik  si definiva

«salvatore del cristianesimo» e «il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950».

In seguito, Dylann Roof ha confessato di aver commesso la strage nella speranza di scatenare una guerra razziale. La sua speranza non si è tradotta in realtà. La comunità locale, scossa dalla strage, rimase unita e promosse azioni che condussero alla rimozione della bandiera confederata dagli edifici pubblici in South Carolina, per la prima volta in 150 anni. Quel simbolo storico, già di per sé discutibile, era stato insanguinato da Roof, che con quella bandiera aveva posato fiero prima di compiere il massacro.

Nel giorno della strage il presidente Barack Obama denunciò l’eccessiva facilità con cui in America è consentito acquistare armi: «per troppo volte sono stato costretto a fare dichiarazioni di cordoglio come queste di oggi. Non accade con altrettanta frequenza in altri Paesi avanzati […] Perché soltanto negli Usa è così facile procurarsi le armi. Basta rinvii, dobbiamo intervenire sulla questione delle armi».

 

Alberto Quattrocolo

 

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