8 settembre 1943, giorno dell’armistizio di Cassibile

L’otto settembre 1943 è ricordato come il giorno in cui fu reso noto l’armistizio di Cassibile, con il quale l’Italia, sfilandosi dall’Asse Roma-Berlino-Tokio, si arrese senza condizioni alle forze alleate antihitleriane.

In realtà, la firma era stata preceduta da mesi di trattative via via più convulse attraverso canali diplomatici, ecclesiastici e militari, fra tentennamenti, procedure contraddittorie e diffidenza reciproca tra le parti; i tentativi italiani di temporeggiare, nella speranza di strappare concessioni territoriali e garanzie per i Savoia a guerra finita, si arenarono contro l’evidenza dell’andamento disastroso del conflitto in corso e contro l’atteggiamento intransigente degli alleati anglo-americani, che sin dal 1940 consideravano l’Italia “l’anello più debole dell’Asse”, da eliminare prioritariamente dalle forze in campo.

La non belligeranza del Regio Esercito avrebbe dovuto favorire le massicce operazioni militari prossime a partire sul territorio italiano, i cui dettagli non furono però condivisi dagli alleati con gli ex nemici italiani, nella cui affidabilità non veniva riposta eccessiva fiducia: l’armistizio fu concluso in fretta e furia già il 3 settembre, e tenuto segreto, al punto che nemmeno ai più alti livelli gerarchici militari italiani se ne era a conoscenza. La segretezza avrebbe dovuto scongiurare la reazione dei tedeschi (cui, ancora in quegli stessi giorni, l’Italia garantiva fedeltà “nella vita e nella morte”), in vista del progettato aviosbarco di truppe anglo-americane a Roma, peraltro annullato perché troppo rischioso.

La data dell’8 settembre fu imposta dal generale Eisenhower, per rendere pubblico l’armistizio a ridosso dello sbarco alleato a Salerno del giorno successivo; a fronte dei tentennamenti del capo del Governo italiano Badoglio, il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo forzò la mano, comunicando egli stesso la notizia dai microfoni di Radio Algeri già nel pomeriggio, costringendo di fatto Badoglio a ribadire l’annuncio dagli studi dell’EIAR alle 19.45.

La conclusione dell’armistizio tra l’Italia e le potenze alleate ha segnato un momento di rottura, rappresentando sul fronte interno la disgregazione della vecchia classe dirigente fascista e, sul piano internazionale, il primo segnale dell’imminente crollo dell’Asse; nello stesso tempo l’8 settembre è divenuto nella memoria collettiva uno dei momenti più tragici nella storia dell’Italia unita. La storiografia ufficiale e non, tra ambiguità e prese di posizione politicamente orientate, non ha ancor oggi messo un punto definitivo sull’interpretazione di quel momento storico.

Nell’immaginario nazionale, dal punto di vista simbolico, l’area dei significati attribuiti a quell’evento si divide tra l’idea di tradimento (della patria, degli italiani, dell’onor militare, degli ideali fascisti) e quella di catastrofe necessaria per rifondare su nuove basi l’idea stessa di unità del paese, conducendo infine al nuovo assetto politico e istituzionale repubblicano.

L’annuncio radiofonico fu seguito dalla fuga del re, del governo e del Comando supremo da Roma e dalla dissoluzione dell’esercito; la breve illusione di potersi schierare tempestivamente dalla parte degli angloamericani, togliendosi di dosso il marchio di nemico sconfitto, espose l’intero paese alla violenta reazione tedesca, con l’occupazione di gran parte del paese e brutali repressioni sulla popolazione.

Fra tutte le tragiche conseguenze dell’8 settembre, c’è una pagina meno esplorata che riguarda la sorte degli uomini appartenenti alle forze armate del Regio Esercito.

La notizia dell’armistizio era piovuta inaspettata e non accompagnata da istruzioni: le nuove regole d’ingaggio potevano a stento desumersi tra le righe dei due comunicati ufficiali di quel giorno.

Da un lato quello degli alleati: “Qui è il generale Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite [alleate] e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate.”.

Dall’altro quello del maresciallo Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”.

L’unica direttiva alle forze armate furono le ambigue parole lette da Badoglio alla radio: in parole povere, come disse un ufficiale, “Cercate di tergiversare, non irritate i tedeschi e trattate bene gli inglesi che stanno per arrivare”. Soltanto alle 0:50, sommerso di richieste di istruzioni, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Roatta fece trasmettere il fonogramma “Ad atti di forza reagire con atti di forza”.

All’alba, Badoglio passò i poteri di primo ministro al ministro degli Interni e salì sul convoglio di automobili con cui il re, la famiglia reale, numerosi generali e altri dignitari lasciarono Roma diretti a Pescara e da qui, in nave, a Brindisi, dove fu insediato un nuovo governo. La “fuga di Pescara”, come passò alla storia l’episodio, divenne una delle più gravi accuse alla monarchia e al capo del governo, accusati di non aver fatto abbastanza per rimpatriare le centinaia di migliaia di soldati italiani sparsi per l’Europa e di averli lasciati senza ordini e disposizioni dopo l’annuncio dell’armistizio.

All’8 Settembre 1943 il Regio Esercito aveva schierate 12 Divisioni nell’Italia settentrionale, 8 nella zona di Roma e altre 2 in affluenza nella medesima zona, 3 Divisioni e 1 in affluenza nell’Italia meridionale, 6 Divisioni tra Sardegna e Sicilia, aliquote di forze nella Francia meridionale e 22 Divisioni tra i Balcani e le isole dell’Egeo, per un totale di 1.090.000 uomini dislocati in Italia e 900.000 nei Paesi occupati.

Un esercito numericamente notevole ma male equipaggiato, la cui dissoluzione si consumò nel breve volgere di tre giorni (9-11 settembre): sintomi di sbandamento, abbandono delle uniformi, allontanamenti dai reparti, generale disorientamento, caos nelle comunicazioni, il tutto dominato da un confuso senso di attesa dell’arrivo degli Alleati o di ordini del Governo. I soldati reagirono alla mancanza di ordini con il “tutti a casa”, illudendosi insieme ad altri milioni di italiani che la guerra fosse finita.

In realtà, l’ipotesi di trasformazioni nell’assetto delle alleanze tra i belligeranti era da tempo considerata dalla Germania, soprattutto dopo la destituzione di Mussolini; perciò, sin dalla fine di agosto Rommel e Kesserling avevano schierato le truppe in modo strategico a nord e a sud, accerchiando l’esercito italiano, e a tutti i comandi tedeschi era stato comunicato un piano da rendere operativo non appena avessero udito per radio la parola “Achse” [Asse]. Anche sul fronte italiano esisteva una “Memoria 44″, un piano che i comandanti d’Armata avevano letto per sommi capi ai comandanti di Corpo d’Armata, e che sarebbe dovuto entrare in funzione all’arrivo di un fonogramma di conferma, diramato però solo l’11 settembre da Brindisi, quando l’esercito italiano non esisteva più. La parola “Achse”, invece, attraversò l’etere la sera dell’8 settembre, appena si seppe dell’armistizio: i tedeschi, dai minimi gradi ai più alti, sapevano quel che dovevano fare, e a notte fonda si misero in moto, a sud e intorno a Roma per occupare la capitale.

Il disarmo delle Grandi Unità da parte dei tedeschi fu immediato: 1.265.660 fucili, 38.383 mitragliatrici, 9.988 pezzi d’artiglieria, 970 carri armati, 15.500 automezzi, 4.553 aerei, 10 torpediniere e cacciatorpediniere, 51 unità del naviglio minore, 500.000 capi di vestiario, 67.600 cavalli e muli, 123.114 m³ di carburante; inoltre, tutti i materiali in seguito recuperati nei magazzini: tonnellate di munizioni, esplosivi, materiali del genio, apparati vari, lubrificanti per motori, prodotti chimici, metalli, materiali sanitari, vestiari, viveri, pellami, che vennero inviati al nord dal Comando germanico.

A parte le perdite materiali, i costi umani del cambiamento di alleanze furono pesantissimi.

Nei momenti immediatamente successivi al proclama radiofonico di Badoglio, nell’assenza di direttive precise, si segnalarono alcuni casi tragicamente grotteschi di militari caduti in battaglia contro le truppe alleate che da cinque giorni non erano più in guerra con l’Italia, come i 400 paracadutisti morti sull’Aspromonte combattendo contro 5000 soldati canadesi, o come i piloti del 51° Stormo, inviati ad attaccare le navi americane in rotta verso Salerno e tutti abbattuti, nonostante il tentativo del loro comandante: “Ricevuta notizia armistizio. Possiamo sospendere previsto attacco Salerno?”; “Continuare secondo disposizioni ricevute”, fu risposto da Roma.

Le Forze Armate italiane riuscirono a mettere in fuga il nemico tedesco solo a Bari, in Sardegna e in Corsica; la Regia Marina, ancorata nei porti da circa un anno per penuria di carburante, dovette consegnarsi nelle mani degli Alleati a Malta come prescritto nelle condizioni di armistizio, mentre gli aviatori rimasti fedeli al governo Badoglio entrarono a far parte dell’Aeronautica Cobelligerante Italiana di supporto all’aviazione alleata.

I tedeschi disarmarono circa un milione di uomini, di cui 196.000 fuggirono o furono liberati. Gli 810mila militari italiani catturati sui vari fronti di guerra vennero considerati disertori oppure franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti (come a Cefalonia e Corfù); tra essi, 94.000 optarono per la RSI o le SS italiane, come combattenti o ausiliari.

I circa 716.000 soldati che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò furono quindi deportati in Germania (13.000 morirono durante il trasferimento), classificati prima come prigionieri di guerra, fino al 20 settembre 1943, poi come “internati militari italiani” (IMI), categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra sui Prigionieri.

Gli internati – rinchiusi nei lager con scarsa assistenza e senza controlli igienici e sanitari – a differenza dei prigionieri di guerra erano privi di tutele internazionali e obbligati arbitrariamente e unilateralmente al lavoro forzato (servizi ai lager, manovalanza, edili, sgombero macerie, ferrovieri, genieri, o al servizio diretto della Wehrmacht e della Luftwaffe, o presso imprenditori e contadini); dal luglio 1944, furono smilitarizzati e gestiti come lavoratori civili liberi, un’etichetta ipocrita che nascondeva la realtà del lavoro obbligato. Nei lager patirono fame, soprusi e umiliazioni, accompagnati dalla martellante reiterazione dell’offerta di aderire alla RSI per garantirsi un trattamento migliore: durante l’internamento, 43.000 prigionieri accettarono di combattere per Salò e altri 60.000 di arruolarsi come ausiliari.

Oltre 600mila IMI, nonostante le sofferenze, il trattamento disumano e i vissuti di tradimento e abbandono da parte della madrepatria, rimasero invece fedeli al giuramento, scelsero di resistere e dire no alla RSI, per motivi etici, politici o di pura e semplice coerenza e dignità umana. Una ribellione silenziosa e disarmata che non ottenne mai riconoscimento.

Alla fine della guerra gli internati militari sopravvissuti trovarono infatti una patria a dir poco distratta, desiderosa di dimenticare la ferita aperta dalla catastrofe istituzionale dell’8 settembre, e una cortina di silenzio e ambiguità fu calata sull’intera vicenda.

“La rivendicazione della Resistenza antifascista –scrive oggi lo storico Giorgio Rochat – si è ridotta per decenni al dibattito politico sulla guerra partigiana. Negli ultimi anni registriamo il recupero di una dimensione più ampia. Contiamo la resistenza contro i tedeschi delle forze armate all’8 settembre. Poi la guerra partigiana e la deportazione politica e razziale nei lager di morte. La partecipazione delle forze armate nazionali alla campagna anglo-americana in Italia. E infine la resistenza degli IMI nei lager tedeschi: le centinaia di migliaia di militari che invece della guerra nazifascista scelsero e pagarono la fedeltà alle stellette della patria. Tutti avevano ragione di sentirsi traditi dal re e da Badoglio, che li avevano abbandonati senza ordini agli attacchi tedeschi. Ciò nonostante, una grande maggioranza di questa massa di sbandati preferì la fedeltà alle stellette e la prigionia nei lager”.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.sergiolepri.it;
www.storiaxxisecolo.it;
www.archivi.beniculturali.it;
M. Avagliano e M. Palmieri, “Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945”, Einaudi;
E. Aga Rossi, “Una nazione allo sbando”, il Mulino;
“8 settembre 1943”, www.ilpost.it;
D.M. De Luca, “8 settembre 1943. Cronaca della giornata in cui l’Italia si arrese agli Alleati e si illuse che la guerra fosse finita”;
F. Marcoaldi, “Prigionieri dell’8 settembre”, 06/09/2009, La Repubblica

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