30 giugno 1960: Genova resiste

Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
(Sandro Pertini, “U brichettu”, 28 giugno 1960)

Il 30 giugno 1960, dopo settimane di intensa mobilitazione, la città di Genova è attraversata da un’imponente manifestazione popolare, convocata dalla Camera del Lavoro e sostenuta da tutte le forze antifasciste, per protestare contro l’imminente VI congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano (MSI). La sede prescelta è il Teatro Margherita, a pochi passi dal ponte monumentale in ricordo dei Caduti per la libertà, nel cuore del capoluogo ligure, città medaglia d’oro alla Resistenza in cui l’antifascismo è un valore ancora molto vivo.

Ad accendere ancor più gli animi la comunicazione che presiederà l’evento Carlo Emanuele Basile, prefetto della città fino a quindici anni prima, soprannominato “il boia” e fedele collaboratore dei nazisti, responsabile dei più efferati eccidi di partigiani, della massiccia deportazione in Germania di operai genovesi, nonché ligio esecutore della persecuzione anti-ebraica nazifascista.

Appare subito evidente il tentativo di rilegittimare il fascismo alla guida del paese, a pochi mesi dalla costituzione del governo di Ferdinando Tambroni, un monocolore democristiano eletto grazie ai voti determinanti del MSI, esecutivo che creò contrasti nella stessa DC.

Il MSI ottiene l’autorizzazione a tenere il proprio congresso a Genova dal 2 luglio come ringraziamento per l’appoggio a Tambroni, ma c’è di più. Scrive Danilo Montaldi:

Genova è una delle città più rosse […], un porto in cui le lotte hanno spesso scavalcato le indicazioni delle direzioni sindacali. Genova dunque è un importante campione, il cui risultato è possibile riferire alle masse di tutto il Paese. L’intenzione della maggioranza di governo era dunque quella, autorizzando il congresso fascista nella città, di misurare la temperatura del Paese, e di dimostrare la possibilità di un’apertura all’estrema destra fascista, senza timori dal punto di vista della reazione.

Si tratta di un vero e proprio test di politica autoritaria da imporre a una città che, come ricordano con orgoglio alcuni protagonisti di quei giorni, si era resa libera addirittura due giorni prima del 25 aprile ‘45.

Lo sdegno in città monta rapidamente nel corso del mese di giugno, tra appelli, dichiarazioni, comizi, tafferugli, cortei, scioperi, boicottaggi da parte dei cittadini ai danni dei congressisti in arrivo, rapporti di polizia, schieramento mediatico; il MSI minaccia di difendere il congresso con un centinaio di picchiatori delle proprie sezioni romane; il questore genovese viene sostituito con Giuseppe Lutri, noto per le sue precedenti attività di contrasto alla Resistenza torinese, mentre viene inviata in città una squadra del famigerato reparto Celere di Padova, specializzato nella repressione dei moti di piazza.

La città resiste. Non si tratta semplicemente di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica; è invece un punto di snodo della storia sociale e politica d’Italia. Sono ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel ’45 e, non solo a Genova (vi sono antefatti a Milano, Livorno, Bologna), appare necessario tornare a difendere i valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Quei fatti si inseriscono nella crisi degli equilibri politici nazionali e, più in generale, in un mutamento profondo dello scenario internazionale, ove si muovevano i primi passi del processo di distensione e della decolonizzazione. I moti del ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici. Dirà Paride Batini, all’epoca ventiseienne, in seguito leader portuale genovese: “Il miracolo economico lo stavano costruendo sulla nostra pelle, noi volevamo giocarci il futuro.”.

Nelle piazze genovesi scendono cittadini d’ogni età, uomini e donne, operai, portuali, studenti, militanti, ex partigiani. Entra in scena quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirata l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università; ragazzi che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni ‘40-‘50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale. Li chiamavano “teddy boys”, con tono vagamente sprezzante, a indicarne la presunta fascinazione per il mito americano. Li ha raccontati Primo Moroni, futuro libraio milanese, scrittore, intellettuale mai allineato, presente nel ’60 ai fatti di Genova:

Eravamo tutti giovani, generosi e intransigenti, portavamo i jeans, avevamo il mito dell’America e siccome i soldi in tasca erano pochi ci vestimmo con delle magliette comprate per trecento lire nei grandi magazzini. Non ci interessava una vita passata solo lavorando, preferivamo guadagnare meno ma avere più tempo libero, però quando ci fu da protestare non ci tirammo certo indietro.

Nonostante le indicazioni ufficiali della dirigenza dei partiti della sinistra, che invitano alla calma e temono provocazioni, i manifestanti genovesi non vengono abbandonati dai loro rappresentanti istituzionali: si schierano il costituente Umberto Terracini, buona parte del PCI, la CGIL (UIL è contraria, CISL lascia libertà agli iscritti), l’ANPI; al comizio del 28 giugno in Piazza della Vittoria, il deputato Pertini infiamma l’uditorio nel discorso noto come “U brichettu” (il fiammifero):

La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della Casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. […] Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso. Ogni iniziativa, ogni atto, ogni manifestazione di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo. Si tratta, del resto, di un congresso qui convocato non per discutere, ma per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della Resistenza.

Pertini chiede a tutti di scendere in piazza il 30 giugno per tutelare la libertà conquistata con il sacrificio di migliaia di persone.

E la popolazione risponde. Racconta Giordano Bruschi, partigiano:

Il “miracolo genovese” sorprese tutti, a cominciare da noi del direttivo CGIL. Alle 14.30 la piazza traboccava, il corteo partì da solo, dai vicoli dalle strade i rivi di folla crescevano, alle 16 la sosta in via XX settembre di fronte al sacrario dei caduti consentì un conteggio: eravamo in 100.000. Tambroni voleva dare una lezione a chi osava contestare il centrodestra, 4000 poliziotti in assetto di guerra con il reparto celerini di Padova capofila delle repressioni di strada; poi 2000 carabinieri e 2000 finanzieri.

La grande manifestazione conclude pacificamente il suo percorso. Ma, dopo il corteo, nessuno torna a casa, sorgono presidi antifascisti spontanei e Piazza De Ferrari diviene il luogo strategico della partita. Alle 17, l’ordine di sgombero: inizia un carosello selvaggio di camionette, lacrimogeni, lavoratori manganellati, giovani piangenti, cittadini cacciati nella vasca di De Ferrari. Poi, la scelta della Celere di inseguire chi si rifugia nei vicoli capovolge la partita: la struttura di Genova verticale, quella cantata da Caproni, i “caruggi”, divengono l’arma segreta di Genova antifascista.

Vico San Matteo, vico Falamonica, vico Castagna, salita Pollaioli, Ravecca, diventano fortezze di popolo, i celerini ricevono dalle case colpi di ombrello, di bastone, di pentole, lanci di vasi, olio, acqua calda. In pochi minuti lo scenario cambia, Piazza De Ferrari è gradualmente accerchiata da migliaia di cittadini. Quelli della “Severino”, i garibaldini che nell’aprile ’45 avevano liberato Genova dai tedeschi, applicano la tattica partigiana dell’autodifesa: barricate sulle strade di accesso costruite con sedie e tavolini dei bar, auto e camionette; tavole, sassi e mattoni, prelevati dal vicino cantiere di Piccapietra; un flusso ininterrotto sino allo scontro, in cui la Celere ha la peggio e il comandante finisce nella fontana.

Tambroni chiede al prefetto Pianese di far intervenire l’esercito; Giorgio Gimelli, presidente dell’ANPI e Bruno Pigna, segretario della Cgil di Genova, mediano coi manifestanti per smobilitare le barricate ma senza ritirarsi e senza accettare compromessi. Partigiani e lavoratori presidiano le stazioni, molti congressisti neppure scendono dai treni. A Roma la DC discute, litiga con Tambroni e Segni che sostengono l’intervento militare, Moro e Fanfani trattano coi socialisti per scaricare Tambroni.

Alle 23.00 del 1° luglio il prefetto Pianese comunica a Bruno Pigna che il congresso del Movimento Sociale Italiano è revocato. Il presidente del consiglio, sostenuto dal presidente Gronchi, non si dimette. Lo scontro sociale e politico rimane aspro in tutta Italia e Tambroni emana direttive per impedire con la forza le manifestazioni contro il governo.

Il tributo di sangue pagato nei giorni successivi sarà molto alto. Il 5 luglio a Licata, in Sicilia, la polizia provoca il primo morto, Vincenzo Napoli. Il 6 luglio squadroni a cavallo caricano gli antifascisti a Roma, a Porta San Paolo, ferendo alcuni deputati di PCI e PSI. Il 7 luglio gli scontri si spostano a Reggio Emilia, dove muoiono cinque operai: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Emilio Reverberi e Afro Tondelli. L’8 luglio la CGIL indice uno sciopero generale. A Palermo vengono uccisi Francesco Vella, Rosa La Barbera, Giuseppe Malleo e Andrea Cangitano, a Catania Salvatore Novembre. Centinaia i feriti.

Il 19 luglio Tambroni si dimette, dando avvio alla stagione del centrosinistra.

Nel processo che segue gli scontri di Genova sono imputate 43 persone, di cui 7 già agli arresti. La Corte di Cassazione decide lo spostamento del processo a Roma. Le arringhe di difesa sono fondate su argomenti politici come la salvaguardia dei valori della Costituzione e della libertà personale, sulla legittimità della resistenza in caso di gravi provocazioni. Gli imputati, difesi dal senatore Terracini con l’organizzazione “Solidarietà Democratica” e supportati durante la durata del processo con raccolte di fondi dall’ANPI, verranno quasi tutti condannati nel luglio ‘62, per pene massime di 4 anni e 5 mesi.

Dopo i fatti del 1960 e fino agli anni Novanta, verrà “marginalizzato” il peso politico pubblico dei neo-fascisti, che saranno comunque utilizzati come manovalanza per le trame golpi­ste e le stragi che, fino agli anni Ottanta inoltrati, saranno al centro della strategia della tensione nello stato “nato dalla Resistenza”.

 

Silvia Boverini

Fonti: www.it.wikipedia.org; F. Astengo, “Genova 1960. La rivolta antifascista”, http://contropiano.org; G. Marchetti, “30 giugno 1960: il “No pasaràn!” di Genova (e quel che accadde prima e dopo)”, www.genova24.it; P. Stacciali, “30 Giugno 1960 – Genova”, http://www.osservatoriorepressione.info; M. Philopat, “La strada bruciata delle magliette a strisce”, www.antiwarsongs.org; D. Lifodi, “Scor-data: 30 giugno 1960”, www.labottegadelbarbieri.org; “30 giugno 1960: la battaglia di Genova”, www.rifondazione.it

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