30 aprile ’45: la morte e l’auto-assoluzione di Hitler

Il 30 aprile del 1945, mentre le truppe dell’Armata Rossa combattevano con gli sparuti residui dell’esercito nazista, in una Berlino ridotta in macerie, Adolf Hitler, che la notte prima aveva sposato Eva Braun, con lei si toglieva la vita. Lasciava ai posteri la dimestichezza con l’orrore più profondo che l’umanità avesse mai conosciuto e un “testamento politico” che ancora oggi presenta degli spunti interessanti. E non soltanto per il carattere auto-assolutorio di cui è intriso, ma anche perché rivela come la de-umanizzazione dell’altro permetta la pianificazione e la realizzazione dei peggiori crimini immaginabili, senza l’intralcio di significativi rimorsi di coscienza.

Il suicidio di Hitler ed Eva Braun del 30 aprile 1945

Dall’inizio del 1945 l’esercito del Terzo Reich era sempre più sull’orlo del collasso totale. Occupata la Polonia, le forze sovietiche si apprestavano ad attraversare il fiume Oder, tra Küstrin e Francoforte, con l’obiettivo di occupare Berlino. Qui dal 16 gennaio Adolf Hitler si era ritirato nel suo Führerbunker, avendo ormai compreso che la battaglia di Berlino sarebbe stata la battaglia finale della guerra  [1]

La battaglia di Berlino

L’11 aprile 1945 gli americani attraversavano l’Elba, circa 100 chilometri a ovest da Berlino, che iniziava a essere bombardata dall’artiglieria sovietica per la prima volta nove giorni dopo, mentre la sera del 21 aprile i carri armati dell’Armata Rossa raggiungevano la periferia della città. Il pomeriggio del 22 aprile, Hitler, durante una delle sue sfuriate per la prima volta ammise quel che era evidente a tutti: la guerra era perduta. Poi annunciò che sarebbe rimasto a Berlino fino alla fine dei combattimenti, per poi togliersi la vita. In meno di una settimana la battaglia di Berlino era conclusa. Il 27 la città era ormai tagliata fuori dal resto della Germania. Il giorno dopo ormai la battaglia infuriava intorno alla Cancelleria.

Gli ultimi atti di Hitler del 29 e 30 aprile 1945

Dopo la mezzanotte del 29 aprile 1945, Hitler sposò Eva Braun in una piccola cerimonia e consumò un modesto pranzo di nozze con lei. Poi dettò alla sua segretaria, Traudl Junge, il suo testamento e alle 04:00 andò a dormire. Nel corso del 29 aprile 1945, Hitler apprese che Benito Mussolini e Claretta Petacci erano stati giustiziati dai partigiani italiani e che i loro corpi era stati oltraggiati dalla folla (lo abbiamo ricordato, in Corsi e Ricorsi, nel post 29 aprile 1945: il bagno di sangue continua). Non volendo che al suo cadavere e a quello della moglie toccasse un’analoga sorte, alle 15,30 del 30 aprile, il fondatore e il capo del nazismo, dopo aver ingerito il veleno, si sparò alla testa. Con lui si suicidò anche Eva Braun. Alle 16,30, secondo le sue istruzioni, venne dato fuoco ai loro corpi, che alle 18,30 furono inumati in un cratere provocato da una bomba.

Il testamento di Hitler

Come per ogni conflitto, così anche rispetto alla Seconda Guerra Mondiale, vale la regola secondo la quale, nessuna delle parti è disposta ad assumersi spontaneamente la responsabilità dell’inizio delle ostilità. Quindi anche delle inconcepibili atrocità e del planetario bagno di sangue, che quel conflitto comportò, nessuno o quasi era disposto a riconoscere di essere stato il promotore. Meno di tutti gli altri lo era Adolf Hitler, che di quella devastante ondata di crimini era il principale artefice.

«La guerra è stata voluta e provocata esclusivamente da uomini politici internazionali di origine ebraica o da agenti al servizio di interessi ebraici»

Nel dettare il suo testamento politico, quella notte di fine aprile, nella parte relativa all’appello ai posteri, Adolf Hitler, determinato a togliersi la vita il giorno dopo, 30 aprile, negò ogni sua partecipazione all’innesco del conflitto. Come se le aggressioni della Germania alla Cecoslovacchia, prima, e alla Polonia, poi, con le annesse stragi e deportazioni, non fossero stati da lui pianificate e attuate con calibratissima premeditazione.

«È falso che io o qualcun altro in Germania abbia voluto la guerra nel 1939. La guerra è stata voluta e provocata esclusivamente da uomini politici internazionali di origine ebraica o da agenti al servizio di interessi ebraici. Io mi sono fin troppo adoperato per il raggiungimento della limitazione degli armamenti – e i posteri non potranno mai dimenticarlo – perché si possa far ricadere su me la responsabilità per lo scoppio di questa guerra. Io non ho mai desiderato che, dopo la spaventosa prima guerra mondiale, ve ne fosse una seconda contro l’Inghilterra o l’America».

«… risorgerà sempre l’odio verso i veri responsabili di questo conflitto… gli esponenti del giudaismo internazionale e i loro adepti»

Dunque, neanche Adolf Hitler era disposto considerarsi come “il cattivo della vicenda. E la sua mente svolgeva un costante e riuscito tentativo di auto-assoluzione. Questo tipo di meccanismo mentale può consistere nel: rifiutarsi di pensare di avere qualcosa a che fare con il dolore altrui, preferendo, invece, attribuire alla vittima la colpa delle atrocità contro di essa commesse. In questo caso, la colpa era degli ebrei e di coloro che si erano opposti alle sue farneticazioni antisemite. I colpevoli, per lui, erano quei milioni di bambini e di adulti che egli aveva massacrato.

La colpevolizzazione delle vittime è ribadita nelle successive frasi dettate a Traudl Junge:

«I secoli passeranno, ma dalle rovine delle nostre città e dei nostri monumenti risorgerà sempre l’odio verso i veri responsabili di questo conflitto. Sono essi coloro che dobbiamo ringraziare: gli esponenti del giudaismo internazionale e i loro adepti».

Prima e dopo quel 30 aprile del 1945, quanti attacchi terroristici, quanti altri orrori bellici e quanti criminali episodi di razzismo sono stati giustificati dai loro autori con analoghi ragionamenti: incolpando la vittima, che così cessa di essere tale, per diventare la sola responsabile del “giusto” male che le è inflitto?

La demonizzazione della vittima come motore e come giustificazione ex post della violenza

Non vi è motivo di dubitare che Hitler, perfino al momento del suo crepuscolo, quel 30 aprile, si sentisse fondamentalmente sincero e, soprattutto, dalla parte della ragione e della giustizia nel sostenere menzogne così spudorate, nel proporre distorsioni tanto macroscopiche della realtà e così inzuppate di pregiudizi e paranoia come quelle citate. E come quelle che seguono:

«Io mi sono fin troppo adoperato per il raggiungimento della limitazione e del controllo degli armamenti, e i posteri non potranno mai dimenticarlo -, perché si possa far ricadere su di me la responsabilità dello scoppio di questa guerra […] la cricca che era al governo in Inghilterra voleva la guerra. In parte per ragioni commerciali, in parte perché influenzata dalla propaganda ordita dal giudaismo internazionale».

Non sarebbero altrettanto angoscianti queste falsità, se egli avesse scritto simili deliranti bugie allo scopo di difendersi in qualche tribunale. Ma Hitler non cercava di convincere una corte giudiziaria ad essere clemente con lui o ad assolverlo. Scriveva essenzialmente per coloro che la pensavano come lui. Scriveva per se stesso. E ribadiva, in questo testamento politico, gli “argomenti” che aveva scritto nel Mein Kampf vent’anni prima (lo abbiamo ricordato qui, sulla rubrica Corsi e Ricorsi). Queste idee, questi pensieri, e i sentimenti ad essi correlati, erano il motore della sua azione persecutoria verso ebrei, zingari, slavi e chiunque non fosse “ariano”, erano la spinta alla sua politica dittatoriale e guerrafondaia. Quindi, non erano soltanto una giustificazione creata ex post, per azzittire una coscienza tormentata.

La colpevolizzazione della vittima, come abbiamo visto anche in altri post (Colpa della vittima?, Un’altra violenza sulla vittima), pubblicati su altre rubriche (Politica e Conflitto e Riflessioni) di questo blog di Me.Dia.Re., non soltanto legittima a valle, ma autorizza e supporta anche a monte la violenza dell’aggressore.

Così è per il rapinatore, per il bullo, per lo stalker, per i sempre più numerosi autori di gravi atti di violenza il razzista e per i ragazzi che hanno perseguitato e infine ucciso un anziano a Manduria Così è per gli autori degli attentati del 21 aprile 2019, il giorno di Pasqua, in Sri Lanka, contro tre chiese e tre hotel, rivendicati dall’Isis e costati la vita a 253 persone. Così è stato per  Anders Behring Breivik, l’autore della strage del 22 luglio 2011 (l’abbiamo ricordata qui), contro esponenti e giovanissimi militanti del partito laburista in Norvegia (77 morti, la maggior parte dei quali ragazzi), come per coloro che, il 15 marzo 2019, in Nuova Zelanda, a Christchurch, hanno massacrato 49 persone intente a pregare in due moschee (l’abbiamo commentata qui, nella rubrica Politica e Conflitto). In questi due casi gli attentatori si definivano patrioti intenti a fermare la sostituzione etnica e a difendere la cristianità. E così era per gli italiani che, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, approvarono le leggi razziali del 1938 e perseguitarono gli ebrei, o per quelli che massacrarono i libici e gli etiopici, gli sloveni e gli albanesi. Ma così era anche per quei milioni di tedeschi che attuarono i programmi di Adolf Hitler. Il quale, nell’ultima parte del suo testamento politico, scriveva:

«Soprattutto, ordino al governo e al popolo di mantenere in pieno vigore le leggi razziali e di combattere inesorabilmente l’avvelenatore di tutte le nazioni, l’ebraismo internazionale».

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

Alberto Quattrocolo, Non sono pazzi ma razzisti pieni di odio, 15 marzo 2019, http://www.me-dia-re.it/politica-e-conflitto/

Alberto Quattrocolo, Due stragi, che non vanno dimenticate, compiute da razzisti di estrema destra, entrambe il 22 luglio, la prima nel 2011 e la seconda nel 2016, 22 luglio 2018, http://www.me-dia-re.it/corsi-e-ricorsi/

Alberto Quattrocolo, Sostituzione irrazionale, 18 gennaio 2018, http://www.me-dia-re.it/politica-e-conflitto/

Alberto Quattrocolo, Autorizzazione della violenza, 3 novembre 2017, http://www.me-dia-re.it/politica-e-conflitto/

William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi, editore s.p.a., Torino, 1957, p. 1215

[1] Ad Ovest, infatti, le forze tedesche, sconfitte dagli Alleati nell’ultima disperata e quasi riuscita l’offensiva scatenate nelle Ardenne, avevano di fronte a sé le forze britanniche e canadesi che attraversavano il Reno, immergendosi nel cuore industriale tedesco della Ruhr, mentre più a sud le forze statunitensi, occupata la Lorena, avanzavano verso Magonza, Mannheim e il Reno. Anche in Italia l’esercito tedesco ripiegava verso nord, spinto dall’avanzata degli statunitensi e dalle truppe del Commonwealth che avanzavano attraverso il fiume Po e nelle Prealpi.

 

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