3 novembre 1970, Salvador Allende è presidente del Cile

Ma a che serve la vita  se non si arrischia almeno di quando in quando  questa improbabile eventualità?  Lui ha percorso sino alla fine, a occhi aperti,  questa splendida via senza uscita.
(István Vas, Allende)

I mille giorni del presidente Allende hanno inizio il 3 novembre 1970. Il primo presidente marxista democraticamente eletto nelle Americhe vince le elezioni cilene il 4 settembre, ma, avendo ottenuto una maggioranza relativa, si rende necessario l’avallo del Parlamento. Gli Stati Uniti attuano pesanti pressioni per favorire la nomina irrituale del secondo eletto, candidato delle destre, e per indurre la sollevazione delle forze armate, arrivando ad attentare alla vita del comandante in capo dell’esercito, sostenitore del non intervento.

Ciononostante, il partito di Allende, Unidad Popular, e le forze democratico-cristiane collaborano per trovare un’intesa: viene introdotto un emendamento alla carta costituzionale in base a cui l’esecutivo garantisce libere elezioni e libertà civili e di espressione, per cui la Democrazia Cristiana, pur tra contrasti interni, decide di schierarsi con il vincitore delle elezioni, che può finalmente insediarsi nel palazzo presidenziale della Moneda, ottenendo un’attenzione mediatica internazionale senza precedenti.

 

Nato da famiglia borghese, 61 anni, medico, socialista, marxista e massone, nel corso della sua carriera politica Salvador Allende è stato ministro in governi di coalizione e successivamente presidente del Senato cileno. Dal ’52 è ostinatamente impegnato a cercare una via cilena al socialismo democratica e pacifica, ma non per questo meno radicale. “Caro Allende, tu con altri mezzi cerchi di ottenere la stessa cosa” gli ha scritto Che Guevara: anche Allende vuole la rivoluzione, la sovversione degli equilibri economici esistenti, la socializzazione dei mezzi di produzione, ma promette di realizzare queste trasformazioni nel rispetto della costituzione e della legalità.

È un marxista eterodosso, libertario e anti-leninista, rifiuta l’idea del monopartitismo e della dittatura del proletariato; durante l’intervista al New York Times del 4 ottobre 1970, afferma:

Noi partiamo da diverse posizioni ideologiche. Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo.

Quella del 1970 è la sua terza candidatura alla presidenza del Cile; oltre all’appoggio degli operai e degli studenti, ha il sostegno della borghesia progressista (professionisti e piccoli imprenditori vicini alla sinistra) e del mondo intellettuale. Insediato il governo di Unidad Popular, Allende inizia a operare per realizzare la sua piattaforma di riforma socialista della società, la “revolución con sabor a vino tinto y empanadas”, come lui stesso la definisce, sottolineandone il carattere pacifico.

Il sogno rivoluzionario di Allende nasce con indubbi aspetti di criticità in un paese diviso sotto il profilo politico, sociale ed economico. Unidad Popular, con il suo 36% di voti, non rappresenta la maggioranza nel paese e il presidente deve scendere a patti con i democristiani e la destra. Sul fronte progressista, la via pacifica e parlamentare al socialismo è osteggiata a sinistra dal MIR, Movimiento de Izquierda Revolucionaria, le cui posizioni sono condivise anche da alcuni settori di Unidad Popular; l’alleato più fidato è il Partito Comunista di Luis Corvalàn, che sostiene con decisione la “via cilena” di Allende, considerata l’unica strategia possibile in quel momento.

Anche il panorama economico non è dei più favorevoli. L’avvio della nazionalizzazione delle miniere di rame con il governo precedente non ha portato i frutti sperati, i debiti del Cile sono saliti oltre il livello di guardia, metà dell’export serve a pagare gli interessi. L’indipendenza economica, inoltre, resta un sogno, visto che il 60% dell’import è legato agli USA, mentre la moderata crescita dei consumi degli anni ’60 si è tradotta in un’esplosione inflazionistica.

Pur in tale difficile contesto, il “caso cileno” resta ad oggi un paradigmatico esperimento di transizione economica e politica. In pochissimi credettero allora alla possibilità di una via democratica al socialismo a pochi chilometri dagli Stati Uniti, in un paese ricco di materie prime e di multinazionali straniere, dalle salde tradizioni culturali, a pochi anni di distanza dall’assassinio di Guevara in Bolivia e dalla decisione di Cuba di chiudersi nei propri confini. Tuttavia, dal 1970 al 1973 il Cile vive un’esperienza politica irripetibile, con movimenti e progetti di trasformazione sociale nelle città, nelle scuole, nell’agricoltura e nell’industria.

Sotto la presidenza di Allende, quattro ministeri chiave sono affidati a operai; si procede alla riforma agraria, con sovvenzioni e sgravi fiscali per contadini e piccoli imprenditori e l’espropriazione delle proprietà maggiori di ottanta ettari; si introduce una sorta di tassa sulle plusvalenze e viene avviato un programma di nazionalizzazione delle principali industrie private, delle banche, delle compagnie di assicurazione e, in generale, di tutte quelle attività che condizionano lo sviluppo economico e sociale del paese: produzione e distribuzione di energia elettrica, trasporti ferroviari, aerei e marittimi, comunicazioni, siderurgia, industria del cemento, della cellulosa e della carta. Il governo annuncia inoltre una sospensione del pagamento del debito estero verso potentati economici internazionali e governi esteri. Tutto ciò irrita fortemente la media e alta borghesia e genera un discreto dissenso internazionale.

L’esecutivo introduce il divorzio e annulla le sovvenzioni statali alle scuole private, innervosendo i vertici della Chiesa cattolica, nonostante molti preti e vescovi, seguaci della teologia della liberazione, sostengano Unidad Popular.

Il popolo ha bisogno di alloggiare la famiglia in case decenti, di far istruire i figli in scuole che non siano solo per i poveri, di mangiare a sufficienza ogni giorno dell’anno; il popolo ha bisogno di lavoro, di protezione nella malattia e nella vecchiaia, di rispetto per la persona.

Diventano legge la garanzia di mezzo litro di latte a ogni bambino, gli incentivi all’alfabetizzazione, l’aumento dei salari e delle pensioni minime, alcune tutele sociali, il prezzo fisso del pane, la riduzione degli affitti, i provvedimenti per migliorare le condizioni sociali ed economiche delle donne, l’elargizione gratuita di cibo, istruzione e cure mediche di base alla fascia più povera della popolazione e un programma per ridistribuire la ricchezza a vantaggio degli indigenti, tra cui gli indigeni mapuche. Allo scopo di stimolare la crescita economica, il governo avvia un intenso programma di lavori pubblici.

Allende cerca inoltre di promuovere l’arte presso la popolazione, attraverso il finanziamento di una serie di attività culturali; l’istruzione primaria diventa gratuita e vengono ridotte le tasse per quella secondaria e universitaria, ottenendo incrementi record nelle iscrizioni.

È una strategia che funziona, in un primo momento. Nel ’71 Unidad Popular stravince le elezioni comunali, il prodotto interno lordo cresce dell’8,6%, la disoccupazione si dimezza e l’inflazione scende dal 34 al 22 per cento. Gli effetti delle politiche di redistribuzione della ricchezza sono testimoniate dall’aumento della quota del reddito salariale dal 51% al 65% e dall’incremento del 13% dei consumi delle famiglie e della spesa media personale.

Ma le nazionalizzazioni e le occupazioni di terre provocano una fuga di capitali e l’esodo della media borghesia. La congiuntura internazionale e le pressioni delle corporation statunitensi fanno crollare il prezzo del rame, assestando un duro colpo alla bilancia import-export cilena; grazie alle pressioni USA sulla Banca Mondiale e sul Banco Interamericano de Desarrollo, i crediti passano dai 300 milioni di dollari all’anno a meno di 30: non ci sono soldi nemmeno per i pezzi di ricambio. Il governo perde la fiducia della classe media: le donne dei ceti medi e alti scendono in piazza nella “marcia delle casseruole“, nell’agosto ‘72 i commercianti al dettaglio dichiarano lo sciopero generale, poi tocca ai camionisti.

È la CIA a finanziare gli scioperanti, portando il Cile al tracollo. Già nel 1970, l’allora consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Nixon, Henry Kissinger, aveva dichiarato:

Non vedo perché dovremmo restare senza fare niente quando un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo.

Nelle sue Memorie, William Colby, capo della CIA dal 1973 al 1976, racconta come la Direzione dell’Emisfero Occidentale della CIA abbia organizzato l’operazione di disinformazione e di sabotaggio economico più perfezionata che si fosse mai vista, “un esperimento di laboratorio sull’efficacia di pesanti investimenti finanziari per screditare e rovesciare un governo”.

Di fronte alla crisi ci vorrebbe una reazione decisa e chiara del governo. Ma qui esplodono le divisioni della coalizione tra riformisti e rivoluzionari e il dissenso insanabile tra il partito comunista e il MIR. A novembre, per risolvere la crisi, Allende apre il suo governo alla presenza dei militari: il generale Carlos Prats diventa ministro degli interni, Augusto Pinochet è nominato al vertice dell’esercito. A dicembre il presidente cileno si reca a New York, dove denuncia in un discorso alle Nazioni unite l’aggressione delle multinazionali contro il suo governo.

Nel gennaio del 1973 è già chiaro l’epilogo. Prende il via l’embargo delle imprese statunitensi nei confronti del rame cileno. Fallisce il negoziato con gli Stati Uniti per il risarcimento delle industrie americane nazionalizzate. Escono dal governo i militari. Ad aprile a scendere in sciopero sono i minatori. La Chiesa e la Democrazia Cristiana si schierano contro il governo. L’esercito tenta una prima prova di forza il 29 giugno, ma alcuni generali non aderiscono. In agosto riprende lo sciopero a oltranza dei camionisti che mette in ginocchio l’economia. Il 10 settembre Allende convoca una riunione straordinaria del consiglio dei ministri e comunica la sua decisione di indire un referendum sulla politica del governo di Unidad Popular, in un tentativo di evitare lo sbocco eversivo, accettando anche, in pratica, di congelare il proprio progetto politico pur di salvare le istituzioni e risparmiare al Paese il colpo di stato.

Ne viene data pronta comunicazione ai militari: la coalizione progressista avrebbe gettato la spugna solo per via democratica, così come era salita al potere. Nella mattinata dell’11 settembre il palazzo presidenziale della Moneda è circondato dai blindati dell’esercito e bombardato dall’aviazione.

Salvador Allende, il “borghese moderato” si uccide o viene forse ucciso dopo aver resistito in armi ai golpisti dal palazzo presidenziale della Moneda:

Restare qui ha un significato politico molto preciso. Sarebbe terribile se, dopo tutto quel che è successo, il presidente del Cile finisse per scappare come un topo, a morire su una strada o farsi trattare da codardo.

Pinochet regnerà per i successivi 17 anni con un governo basato sulla sistematica violazione dei diritti umani. Alla fine della dittatura si contano più di 3000 vittime (anche non cilene) fra morti e desaparecidos e circa 30000 persone torturate.

Silvia Boverini

Fonti:
www.wikipedia.org;
A. Garzia, “Vi racconto la storia di Allende eroe vero e dimenticato”, Liberazione 01/02/2007;
U. Bertone, “I mille giorni di Allende”, www.socialismoitaliano1892.it;
I. Panozzo, “Se Allende vince, rischia anche l’Italia”, www.ilmanifesto.it;
H. Calvo Ospina, “Il golpe contro Allende raccontato da Washington”, www.ossin.org;
J. M. Martinez, “Salvador Allende. L’uomo, il politico”, Castelvecchi

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