Il 29 novembre 1944 si consumava l’eccidio del monte Camulera

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza, 1955)

Il 29 novembre si ricorda l’eccidio del Monte Camulera, nei pressi di Murialdo, nell’entroterra savonese, dove nel 1944 le Brigate Nere catturarono e trucidarono cinque partigiani.

La Resistenza al nazifascismo fu molto attiva nell’area, sia sulla costa (alla città di Savona sono state conferite la Medaglia d’Oro al Valor Militare e al Merito Civile), sia sull’Appennino ligure-piemontese.

Durante la Seconda guerra mondiale la città capoluogo subì massicci bombardamenti aerei a causa della presenza di industrie belliche e del porto, riportando gravi danni, specialmente agli antichi quartieri della zona portuale. Particolarmente intenso fu il bombardamento navale del 14 giugno 1940, nel corso del quale Savona fu fatta segno di oltre cinquecento colpi d’artiglieria sparati dalla marina francese; l’evento bellico più grave in assoluto fu il bombardamento da parte di oltre 150 aerei alleati, che, il 30 ottobre 1943, quasi distrusse un intero quartiere nella zona portuale, mieté 116 vittime tra bambini, donne, anziani e provocò un migliaio di feriti; un altro bombardamento alleato avvenne il 12 agosto 1944, e una delle bombe destinate ai vicini depositi petroliferi cadde nella frazione Rocca di Legino, proprio all’ingresso del rifugio antiaereo in cui avevano trovato riparo 41 civili, tutti morti per lo spostamento d’aria provocato dall’esplosione.

Sino alla Liberazione i bombardamenti continuarono e si intensificarono e le difficoltà dovute alla fame, al freddo, alla mancanza di lavoro, si aggiunsero alle rappresaglie, le deportazioni, il terrore, le torture praticate dai fascisti e dagli occupanti tedeschi. Alla popolazione savonese, in quei giorni, mancava tutto: legna e carbone per il riscaldamento, sapone, sale, scarpe, vestiti, copertoni per le biciclette e tutto ciò che poteva servire al sostentamento. La rabbia per le condizioni di vita in cui versava la popolazione, le critiche ormai aperte per la guerra, l’esasperazione per le privazioni, i disagi dello sfollamento, l’insufficienza delle razioni alimentari spinsero i lavoratori ad aderire in massa allo sciopero proclamato il 1° marzo 1944 in tutte le città del Nord Italia.

Tutte le fabbriche si fermarono, così come le attività nel porto, nonostante i lavoratori fossero consapevoli di esporsi a una pesante repressione: anche a Savona, infatti, nei giorni precedenti, il Commissario Prefettizio aveva fatto affiggere un manifesto recante la scritta “Scioperare è un reato da punire con la massima severità”. Gli scioperanti speravano che alla loro astensione dal lavoro potesse seguire un qualche tipo di insurrezione armata ad appoggiare la loro agitazione, ma i tempi non erano ancora maturi e le forze partigiane operanti nel Nord Italia non erano abbastanza strutturate.

 

 

 

 

 

 

Ciononostante, oltre cinquemila lavoratori nell’intera provincia di Savona scesero in piazza, chiedendo migliori condizioni salariali, la fine dell’occupazione nazista ma soprattutto manifestando la loro ostilità nei confronti della R.S.I., che combatteva a fianco della Germania. L’ambasciatore tedesco a Roma, Rahn, aveva ricevuto personalmente da Hitler l’ordine di far deportare il 20 per cento degli scioperanti e, anche se questo provvedimento non fu poi eseguito nella misura indicata per “difficoltà tecniche inerenti ai trasporti” e per il danno che ne sarebbe derivato alla produzione bellica, circa 300 lavoratori savonesi furono dapprima condotti in Questura e da lì, dopo esser stati interrogati presso la sede della G.N.R., furono trasferiti a bordo di camion all’Istituto Merello di Spotorno, una Colonia Elioterapica adibita a campo di concentramento, da dove furono poi deportati nei campi di lavoro in Germania.

L’esasperazione e l’insofferenza della cittadinanza si erano peraltro già manifestate l’anno prima, quando la città intera fu scossa dall’entusiasmo della breve illusione per la caduta di Mussolini, nei giorni immediatamente seguenti al 25 luglio ’43: l’annuncio radiofonico di Badoglio sorprese gli abitanti chiusi nei rifugi antiaerei, ma il giorno successivo un enorme corteo sfilò per le vie e le piazze del centro, unendo lavoratori e cittadini in festa, furono bruciate bandiere e simboli del fascio, la Casa Littoria e le sedi rionali fasciste furono invase. La gioia ebbe breve durata: i militari della Polizia Portuale aprirono il fuoco sui dimostranti, uccidendo due donne e ferendo numerose persone; il giorno dopo, una nuova manifestazione di protesta si concluse in un comizio, dove si distinse, tra gli altri oratori, l’operaio dell’ILVA Angelo Bevilacqua.

Originario del vicino paese di Albisola Superiore, reduce della Grande Guerra, già assessore al Comune di Savona per il Partito Comunista d’Italia, militante antifascista incarcerato per propaganda sovversiva, all’indomani dell’armistizio “Gin” Bevilacqua coordinò il recupero delle armi dalle caserme abbandonate dai militari allo sbando, per raggiungere poi il distaccamento partigiano Stella Rossa nell’entroterra. Col nome di battaglia di Leone, il suo compito fu soprattutto quello di muoversi continuamente tra gruppi partigiani, paesi e case di contadini per assicurare collaborazione, aiuti e collegamenti efficaci: il suo carisma e la profonda convinzione in ciò che faceva lo resero capace di persuadere e incoraggiare compagni e contadini. I testimoni lo ricordano sempre in ordine, ben rasato e vestito di una giacca di velluto verdognola, rispettato da tutti. Era solito girare disarmato. Continuò a svolgere le sue funzioni anche quando, in seguito alla formazione di nuovi e numerosi distaccamenti, divenne Ispettore della IV e V Brigata.

A fine novembre 1944 Leone si trovava presso il comando della V Brigata, quando giunse la notizia di un grosso rastrellamento: anziché fuggire con i compagni, provò a raggiungere il distaccamento “Nino Bori”, che, formato da molti giovani alle prime armi, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà, riuscendo ad aiutare alcuni partigiani sbandati a mettersi in salvo; poco dopo fu catturato con alcuni compagni sul monte Camulera, che all’epoca era una base partigiana dalla quale partivano gli attacchi verso i convogli militari tedeschi, dalle Brigate Nere al comando del tenente Ferrari.

Durante l’interrogatorio, al tenente che gli faceva notare che la sua fine era vicina, rispose:

Quello che sta per succedere a me, può succedere a te domani, con una differenza: io so perché muoio, tu non lo saprai nemmeno.

Picchiato e colpito più volte col calcio dei fucili, Leone venne finito con numerosi colpi di arma da fuoco insieme ad altri quattro partigiani.

I corpi furono sepolti provvisoriamente dagli abitanti del luogo in una fossa comune nella neve alta, per essere poi riesumati in primavera e consegnati alle famiglie d’origine; oggi riposano nel cimitero di Zinola, nel Sacrario dei Partigiani che ospita anche gli altri martiri savonesi. Il luogo dell’eccidio è meta di una commemorazione che si tiene ogni anno. “Gin” Bevilacqua è stato insignito alla memoria della Medaglia d’Argento al Valor Militare nel 1945.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.isrecsavona.it/pubblicazioni/quaderni/quaderni-savonesi-34.pdf; www.anpi.it; G. Milazzo, “Lo sciopero generale del 1° marzo 1944 a Savona”, www.rsvn.it; www.it.wikipedia.org; “Murialdo ricorda i caduti del Monte Camulera: 70° anniversario”, www.savonanews.it; I. Borgna, “Savona illusa: scatti in città del 26 e 27 luglio 1943”, Quaderni, n. 14, www.isrecsavona.it; P. Calamandrei, “Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza”, Milano, 26 gennaio 1955

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