27 ottobre ’35: l’Italia va a tutto gas… in Etiopia

Il Duce in persona conduceva la regia della guerra all’Impero etiope, il solo lembo di terra in Africa che, insieme alla Liberia, era fino a quel momento sfuggito alla colonizzazione da parte delle potenze europee. Anzi, l’Etiopia, non soltanto aveva efficacemente respinto i tentativi arabi e turchi di dominarla, ma aveva anche buone relazioni con diversi stati europei, aveva una popolazione per lo più di religione cristiana (copta) ed era, dal 1923, membro della Società delle Nazioni. Ma tutto ciò non aveva fermato Mussolini.

L’Italia aveva già alcune colonie in Africa: la Libia – cui era piombata addosso nel 1911, sottraendola alla Turchia, e dove ancora attuava una repressione feroce verso quei libici indisponibili ad essere sottomessi all’occupante italiano – e, nel Corno d’Africa, la Somalia e l’Eritrea. Ma a Mussolini tali domini non bastavano. Voleva l’Etiopia, voleva passare alla storia come l’edificatore di un impero che si riconnettesse ai fasti di quello romano, recuperandone la leggendaria aura di gloria e potenza.

Così l’Italia, dopo una lunga preparazione, dotatasi di una formidabile macchina da guerra, aveva attaccato l’Etiopia, senza inviare una dichiarazione di guerra, il 3 ottobre 1935.

A tutto gas, nonostante il divieto posto dalla Convenzione di Ginevra

I combattenti etiopi, male armati e peggio equipaggiati, però, si rivelarono subito un osso troppo duro per le truppe italiane. Conoscevano il terreno e sapevano sfruttarlo. Evitavano di farsi sorprendere e sapevano, invece, cogliere alla sprovvista il nemico. Ad esempio, nonostante gli italiani utilizzassero senza risparmio l’artiglieria e bombardassero e mitragliassero con l’aviazione i soldati e i civili abissini, nel nord, non soltanto gli etiopi non indietreggiarono, ma addirittura riuscirono a penetrare in Eritrea, cioè nella colonia italiana dalla quale aveva mosso una parte delle truppe impegnate nell’invasione dell’Etiopia.

Mussolini aveva già inviato i gas tossici dieci mesi prima dell’inizio della guerra

I gas tossici, usati in maniera devastante sulle trincee della Prima Guerra Mondiale, erano stati banditi dalla Convenzione di Ginevra del 1925. Mussolini, però, ne aveva autorizzato lo sbarco segreto in Eritrea. Del resto, dieci mesi prima di ordinare l’invasione, con le direttive del 31 dicembre 1934 (quindi 10 mesi prima di aggredire l’Impero etiope), indirizzate al Capo di Stato Maggiore Pietro Badoglio, aveva esplicitamente previsto l’uso dei gas in Etiopia, anzi intendeva che si raggiungesse

la superiorità assoluta di artiglierie di gas.

27 ottobre 1935, Mussolini: «Autorizzato impiego gas»

Così, il 27 ottobre in un telegramma al generale Rodolfo Graziani, che ancora non era riuscito a concludere granché rispetto all’avanzata da sud, cioè muovendo dalla Somalia italiana, Mussolini scrisse:

Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico o in caso di contrattacco.

Un mese e mezzo dopo, Graziani chiese al duce di essere nuovamente autorizzato all’uso di gas asfissianti. La risposta del capo del Governo, fu:

Sta bene impiego gas nel caso Vostra Eccellenza lo ritenga necessario per supreme ragioni di difesa.

Graziani lanciava allora fino alla notte di capodanno 125 bombe. E il 10 gennaio 1936 otteneva di nuovo il consenso di Mussolini[1].

Anche contro gli etiopi che combattevano sul fronte nord Mussolini autorizzava l’uso dei gas tossici, fin dal 22 dicembre del 1935. Qui per la prima volta venivano scaricate dagli aerei sugli etiopi le bombe C.500 T, al cui interno vi erano 250 kg di iprite. Queste bombe esplodevano, aprendosi, a 250 metri dal suolo, creando così una pioggia letale di iprite.

Gli effetti sulle truppe e sulla popolazione civile etiope erano orribili. Le persone urlavano di dolore e morivano. Ma non subito. L’iprite, la sostanza chimica utilizzata, è un potente vescicante, con effetto letale, sì, ma non necessariamente immediato.

In totale gli italiani hanno utilizzato dal 1935 al 1939 più di 2100 bombe a gas. L’iprite veniva anche lanciato dagli aerei come insetticida. Oltre agli accampamenti dei soldati, vennero colpite città e perfino ospedali. Questi bombardamenti furono negati dai comandanti in carica durante la campagna e, inoltre, il Dottor Belau e il suo assistente vennero torturati perché inviarono una dichiarazione alla Società delle Nazioni in cui denunciarono il bombardamento indiscriminato con gas tossici.

I morti etiopi arrivarono fino a 275.000. Quando la guerra si concluse, con la vittoria italiana, il generale Pietro Badoglio lasciò l’Etiopia nelle mani del generale Graziani. Costui, diventato viceré, soffocò i focolai di resistenza ancora vivi nel Paese, utilizzando ancora gas tossici.

Nelle prime fasi della guerra, però, visto che il nemico continuava a difendere la sua terra, Mussolini pensò anche di ricorrere alle armi batteriologiche, sebbene non fossero mai state sperimentate. Fu Badoglio a farlo desistere, facendogli presente che l’uso di quelle armi avrebbe indotto anche i somali, gli eritrei e tutti gli abitanti del Corno d’Africa a schierarsi, insieme alla comunità internazionale, contro l’Italia[2].

Il fatto è che a Mussolini non bastava vincere la guerra e sottomettere l’Etiopia: voleva sterminare i suoi avversari e aveva predisposto da tempo i mezzi per portare a compimento tale opera.

La rimozione e la negazione degli orrori commessi e l’intramontabile falso mito dell’italiano buono

Per decenni è stato negato l’uso delle armi chimiche contro gli etiopi, prima che venisse ufficialmente riconosciuto dal governo italiano [3]. Per decenni (e ancora adesso) si è detto che nel Corno d’Africa, Etiopia inclusa, gli italiani portarono le strade, la corrente elettrica…

Costruirono strade, eressero edifici, ecc., è vero. Ma, ovviamente, non lo fecero per la popolazione etiope, dal momento che erano impegnati a sterminarla con ogni mezzo: lo fecero per sé stessi [4].

Altro che strade, palazzi…!

Molti altri popoli hanno saputo guardare con occhio critico al loro passato coloniale. La guerra scatenata dall’Italia contro l’Etiopia 83 anni fa è stata di un’intensità inferiore solo a quelle combattute dalla Francia in Algeria e dagli Stati Uniti in Vietnam. Francia e Stati Uniti, in modi diversi, hanno saputo mettere in discussione le ragioni di quelle guerre e i modi in cui vennero condotte. Addirittura i loro popoli lo fecero mentre quei conflitti erano in corso. Certo oggi, nel 2018, è poco utile rinfacciare al popolo italiano dell’epoca di non essere sceso, allora sotto il regime fascista, in piazza contro le nefandezze commesse in Etiopia dai suoi soldati. Ma, settantatré anni dopo la Liberazione dal nazifascismo, cosa ancora ci impedisce di ammettere di aver seminato l’orrore presso altri popoli in diverse occasioni della nostra storia patria, inclusa quella costituita dal vergognoso tentativo di sottomettere l’Etiopia?

Sarà, forse, una forma distorta di patriottismo? Se lo è, probabilmente è supportata dal fatto che noi italiani stentiamo davvero a rappresentarci come, sempre, inconfutabilmente e a priori, buoni.

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

  1. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1996
  2. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2005

www.criminidiguerra.it/campagnaetiopia.shtml

www.lavocechestecca.com/2016/12/30/ita-abi/

www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 16-07-12 – n. 418

Trasmissione “La Grande Storia”, puntata del 2007: “La guerra di conquista dell’Etiopia, crimini sulle popolazioni e l’uso dei gas”

[1] Il 5 gennaio ’36, data l’imminente riunione a Ginevra, Mussolini ordinava a Badoglio di sospendere l’uso dei gas – ma Badoglio continuò a impiegarli -, per poi autorizzarne di nuovo il ricorso due settimane dopo, dall’alto come da terra, con la «massima decisione».

[2] Il 20 febbraio 1936 Mussolini accoglieva la riflessione di Badoglio: «Concordo con quanto osserva Vostra Eccellenza circa l’impiego della guerra batteriologica».

[3] Nel 1965, quando Angelo Del Boca pubblica La guerra d’Abissinia 1935-1941 e affronta senza reticenze l’argomento, si solleva una reazione violentissima nei suoi confronti. Non soltanto Il reduce d’Africa, un giornale dichiaratamente nostalgico del Ventennio fascista, pubblica un articolo intitolato Folle vento antipatria, che definisce Del Boca uno dei «campioni del disfattismo nostrano, sciocco e servile», ma è anche Indro Montanelli a scagliarsi contro di lui. Montanelli era certo che Abissinia non fossero stati usati i gas, grazie al fatto di non aver assistito ai bombardamenti a gas, quando aveva preso parte alla campagna etiope come volontario, e per aver intervistato Badoglio, il quale aveva ammesso l’uso delle armi chimiche, ma solo una volta, per sbaglio e senza alcuna conseguenza. In realtà, il primo bombardamento all’iprite avvenne il 22 dicembre 1935, quando cioè Montanelli non era più in prima linea. Inoltre il maresciallo Badoglio nel suo rapporto al ministero delle Colonie dopo la battaglia dell’Endertà aveva scritto: «In complesso 196 aerei sono stati impiegati per il lancio di 60 tonnellate di iprite sui passaggi obbligati e sugli itinerari percorsi dalle colonne». Sarà solo nel 1996 che il generale Domenico Corcione, ministro della Difesa, del governo Dini, rispondendo ad alcune interrogazioni parlamentari proposte dai progressisti Valdo Spini e Vittorio Emiliani, ammetterà apertamente che nella guerra italo-etiopica erano state «impiegate bombe d’aereo e proiettili d’artiglieria caricati ad iprite ed arsine».

[4] Anche spagnoli e portoghesi costruirono ponti e strade, case e chiese in America Latina. E allora? Ciò rende meno mostruoso il genocidio che commisero? Inoltre, che razza di attenuante o, peggio, di giustificazione è l’avere costruito un po’ di infrastrutture? Molto semplicisticamente si potrebbe obiettare alla retorica inossidabile del “gli abbiamo costruito le strade” che, se un tizio sfondasse la porta di casa nostra, ci bastonasse ferocemente, stuprasse e massacrasse la nostra famiglia, quindi ci mostrasse come mettere a posto il rubinetto difettoso della cucina, come riparare la lavastoviglie e ci costringesse a fare questi altri e lavori per lui, mentre se ne sta sdraiato a guardare la TV, noi, probabilmente, stenteremmo a lasciarci pervadere da un sentimento di gratitudine nei suoi confronti. Verosimilmente proveremmo un po’ di disappunto e presumibilmente saremmo inclini a definire la sua condotta come un crimine particolarmente efferato, considerandolo insuscettibile non solo di scusanti ma anche di attenuanti ammissibili.

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