23 agosto 1927: esecuzione di Sacco e Vanzetti

Stati Uniti d’America. Dopo la Prima guerra mondiale, il paese è attraversato da accesi scontri sociali, dura repressione padronale e statale, attentati e provocazioni diffuse che fomentavano ansie e sospetti in un’opinione pubblica stremata da anni di emergenze; la crociata lanciata dal presidente Woodrow Wilson contro la “minaccia sovversiva” aveva preso di mira socialisti, anarchici, stranieri e chiunque non fosse in qualche modo assimilato alla cultura dominante. Nel gennaio 1920, in soli cinque giorni, numerosi raid in decine di città portarono all’arresto o al fermo di circa diecimila attivisti politici.

In quel clima di caccia alle streghe, Ferdinando (noto come Nicola) Sacco e Bartolomeo Vanzetti, italiani e attivisti anarchici, diventarono bersagli ideali: arrestati il 5 maggio 1920 per possesso di armi e materiale considerato sovversivo, furono poi accusati di rapina e duplice omicidio e sottoposti a un calvario giudiziario lungo sette anni.

Tuttavia, la palese ingiustizia di quel processo si tramutò in un boomerang per il sistema giuridico, politico e sociale che li aveva condannati già prima della sentenza: non solo perché oceaniche manifestazioni di protesta unirono nello sdegno militanti politici, popolo e intellettuali in America e in Europa, ma anche per la fermezza e dignità con cui i due imputati, nella corrispondenza (oggi interamente edita) con familiari, giornali e personaggi pubblici e nei loro interventi nel dibattimento processuale, seppero decodificare il preciso meccanismo di potere e propaganda che li avrebbe portati alla sedia elettrica.

L’unico delitto che ho commesso è stato quello di aiutare i poveri e le vittime dello sfruttamento.” (da una delle ultime lettere di Nicola Sacco al figlio Dante).

Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra, io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un italiano, e davvero io sono un italiano.” (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927).

In questo senso, se molti hanno voluto vedere Sacco e Vanzetti come capri espiatori perfetti per un potere in cerca di nemici fittizi contro cui deviare il risentimento popolare – fondato invece su emergenze e criticità concrete -, il fronte anarchico propone una chiave di lettura differente, secondo cui i due non erano affatto “innocenti” vittime sacrificali, essendo stati perseguitati precisamente per ciò che erano, stranieri e ribelli: dal punto di vista del potere, non vi sarebbe stato alcun errore di giudizio.

Emigrati come tanti dall’Italia di inizio Novecento, Sacco da un piccolo paese nel foggiano e Vanzetti dal cuneese, per circa un decennio seguirono percorsi paralleli, fatti di spossanti esperienze lavorative (con occupazioni sempre più precarie per Vanzetti e l’approdo in un calzaturificio per Sacco, che si sposa e forma una famiglia) e di radicalizzazione politica.

S’incontrarono nel 1916, in Massachusetts, in una piccola formazione anarchica; dopo una breve parentesi in Messico per evitare la chiamata alle armi, incompatibile con gli ideali professati, al termine del conflitto fecero ritorno alle rispettive vite e alla militanza, ignorando di essere stati inclusi in una lista di sovversivi compilata dal ministero di Giustizia e di essere perciò pedinati.

Il 3 maggio 1920, un loro compagno di lotte, Andrea Salsedo, moriva durante un interrogatorio “precipitando” dal quattordicesimo piano di una sede dell’FBI. Nella concitazione di quei giorni, tra rabbia, paura e proteste da organizzare, i due cercano di liberarsi di materiale compromettente; fermati il 5 maggio, vengono trovati in possesso di una rivoltella, volantini e appunti per un comizio e, dopo tre giorni d’interrogatori, accusati anche per una rapina a South Braintree, un sobborgo di Boston, costata due morti; Vanzetti fu accusato inoltre per una rapina a un furgone addetto al trasporto paghe a Bridgewater.

Condannati perché “il rapinatore camminava come uno straniero”, perché “uno dei rapinatori portava i baffi”: giuridicamente, non c’era alcuna prova a loro carico, addirittura non si tenne conto della confessione del detenuto Celestino Madeiros, che ammise di aver preso parte alla rapina e di non aver mai visto Sacco e Vanzetti.

Alla base del verdetto vi furono i pregiudizi di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria, uniti alla volontà di testare la nuova linea di condotta contro gli avversari del governo, la “politica del terrore” suggerita dal Ministro della Giustizia Palmer.

L’esecuzione avvenne per mezzo della sedia elettrica il 23 agosto 1927, nel carcere di Charlestown. A nulla valsero gli sforzi del Comitato di Difesa costituito subito dopo l’arresto dai compagni di militanza, in cui entrarono anche liberali, democratici, socialisti, intellettuali e artisti a favore della giustizia e della libertà d’espressione, tra cui Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dos Passos, Upton Sinclair, George Bernard Shaw e H. G. Wells; si mobilitò la comunità italiana negli USA, poi, in tutto il mondo, i marxisti, il movimento anarchico internazionale, Soccorso Rosso internazionale e l’Internazionale comunista: addirittura l’ateo anarchico francese Louis Lecoin non esitò a chiedere al papa di intervenire, e lo stesso Mussolini avrebbe tentato d’intercedere per i due italiani.

Quando il verdetto di morte fu reso noto, per dieci giorni vi furono manifestazioni davanti al palazzo del governo, a Boston, fino alla data dell’esecuzione, quando il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown, dove polizia e guardia nazionale attendevano con le mitragliatrici puntate verso i manifestanti. L’esecuzione innescò rivolte popolari anche a Londra, Parigi e in diverse città della Germania. In Italia il Corriere della Sera, in prima pagina su sei colonne, titolò “Erano innocenti”.

Le 400.000 persone che parteciparono ai funerali portavano tutte un bracciale con la scritta “La giustizia è stata crocefissa”; campeggiava uno striscione con la celebre frase del giudice Thayer dopo la sentenza: “Hai visto cosa ho fatto a quei due bastardi anarchici?”.

Il 23 agosto 1977, a cinquant’anni dalla morte, l’allora governatore del Massachusetts Michael Dukakis riabilitò pubblicamente i due uomini:

Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

Ai giorni nostri, la vicenda di Sacco e Vanzetti ancora riaffiora come monito ogni volta che qualcuno viene accusato e punito non per ciò che ha fatto ma per ciò che “si ritiene potrebbe fare”.

Tra i tanti intellettuali e artisti che ne hanno omaggiato la storia in quasi un secolo, lo scrittore americano John Dos Passos pubblicò nel 1926 un’opera dal titolo ironicamente amaro, “Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati”, nella quale si legge:

Le circostanze a volte gettano gli uomini in situazioni così drammatiche, spingono le loro esili figure sotto gli abbaglianti riflettori della storia al punto che essi, o le loro ombre, assumono il significato di simboli di prima grandezza. Sacco e Vanzetti rappresentano tutti quegli immigrati che hanno costruito l’industria di questa nazione, con il loro sudore e con il loro sangue, e per questo non hanno ricevuto nient’altro che il salario più basso possibile, e la condizione di schiavi sotto il tallone dell’ordine sociale controllato da uomini in divisa. Essi sono tutti i wops, gli hunkies, i bohunks, tutta la carne da macello per la fabbrica che la fame porta in America attraverso quel triste setaccio che è Ellis Island. Sono i sogni di un ordine sociale più sano fatto da coloro che non accettano la legge della giungla. Questa minuscola aula di tribunale è il punto focale del tumulto, un’età di transizione, quel punto a cui guarda il mondo intero. Sulle pareti di quest’aula Sacco e Vanzetti proiettano le loro immense ombre.”.

 

Silvia Boverini

Fonti:
Riccardo Michelucci, “23 agosto 1927. Sacco e Vanzetti giustiziati perché anarchici e italiani.”, 23/08/2017, www.left.it;
Silvia Morosi e Paolo Rastelli, “Sacco e Vanzetti: la giustizia crocefissa”, 23/08/2016, www.pochestorie.corriere.it;
Ferdinando Fasce, “A novant’anni dalla morte: Sacco e Vanzetti eterna ingiustizia”, 22/08/2017, www.ilsecoloxix.it;
Gian Carlo Caselli, “Sacco e Vanzetti, 90 anni fa l’esecuzione in cui ‘la giustizia fu crocefissa’” e Beppe Giulietti, “Sacco e Vanzetti, le streghe da uccidere”, 23/08/2017, www.ilfattoquotidiano.it;
www.anarchopedia.org;
John Dos Passos, “Facing the chair. Story of the Americanization of Two Foreign Workmen”, trad. it. “Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati.”, ed. Spartaco 2007.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *