21 giugno 1964, Mississipi Burning

Lo scrittore afroamericano Richard Wright descrive nella sua autobiografia il clima di terrore che incombeva sulle comunità nere nel Sud della segregazione.

«Erano tempi in cui un crimine commesso da un nero diventava un crimine commesso dai neri; e la conseguenza era la punizione collettiva, il massacro ritualizzato che abbiamo imparato a chiamare linciaggio. […] Linciaggi e rappresaglie sono sempre anche forme di comunicazione: terrorismo nel senso stretto del termine perché hanno lo scopo di incutere terrore non solo alle persone colpite ma a tutti i loro simili. Perciò ritualità e simbolismo sono inseparabili dalla violenza immediata». (A. Portelli, “Aperta la diga dell’antifascismo dilaga l’odio razziale”, il Manifesto 6/2/2018)

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1964, James Earl Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner, attivisti del movimento per i diritti civili degli afroamericani, furono uccisi a colpi di pistola da un gruppo di membri dei “cavalieri bianchi” del Ku Klux Klan, con la complicità dello sceriffo, nella contea di Neshoba, Mississippi. L’inchiesta dell’FBI che ne seguì prese il nome di Mississippi Burning e ispirò, oltre due decenni dopo, l’omonimo film di Alan Parker.

«Se fossero stati uccisi tre neri, forse il caso non avrebbe nemmeno fatto notizia», dirà il fratello di una delle vittime, in occasione della riapertura della vicenda giudiziaria, nel 2005.

Invece la violenza dei segregazionisti incappucciati aveva colpito un bianco ateo (Schwerner), un ebreo liberale (Goodman) e un afroamericano (Cheney), uniti da un comune sentire in una lotta interrazziale pacifica quanto determinata, che fece guadagnare a Schwerner l’epiteto di “amico dei negri” col quale fu apostrofato poco prima di essere ucciso.

Michael Schwerner, ventiquattrenne, era un attivista di New York che aveva lasciato il lavoro per aderire al CORE (Congress of Racial Equality) e dirigersi con la moglie a Jackson (Mississippi), dove fu loro offerto il coordinamento del movimento nella città di Meridian e in cinque contee limitrofe, fra cui quella di Neshoba; insieme a loro si trasferì in loco un gruppo di ragazzi afroamericani aderenti alla NAACP (National Association for the Avancement of Colored People), tra cui James Chaney. Il loro compito a Meridian era quello di reclutare più gente possibile all’interno del movimento, visitando scuole, luoghi pubblici, chiese e abitazioni private. Nonostante l’astio che la città provava verso l’organizzazione, la polizia aveva dato ordine di non toccare gli attivisti, preferendo mantenere il delicato equilibrio sociale della città.

La condizione degli afroamericani a Meridian era molto diversa rispetto alle altre città del Mississippi: settanta neri possedevano già il diritto di voto, la polizia non era brutale come altrove, non erano rinchiusi in un ghetto e molti vivevano discretamente; pochi volevano assumersi rischi e il supporto al movimento era fornito soprattutto da teenager e studenti. L’obiettivo di coinvolgere la popolazione adulta attirò Schwerner verso la contea di Neshoba, luogo che sapeva essere pericolosissimo per un “agitator”, appellativo con cui i cittadini del Mississippi definivano gli attivisti per i diritti civili. Qui gli afroamericani erano in altissima percentuale anziani, la metà viveva nelle niggertowns del capoluogo, alcuni possedevano qualche spicchio di terra; la loro situazione avrebbe anche potuto rimanere stabile se non si fossero ribellati alla segregazione vigente per legge e per antica consuetudine.

Dopo qualche cauta esplorazione, Schwerner e Chaney tennero un comizio presso la Mount Zion Church di Longdale (Neshoba), presentando il progetto “One man, one vote”; accolti con entusiasmo dalla popolazione di colore, fondarono una “Freedom School” all’interno della chiesa, allo scopo di incoraggiare e istruire i cittadini afroamericani all’iscrizione nei registri elettorali. In quel periodo Goodman si unì alle attività del gruppo di Meridian.

I White Knights, un sottogruppo del KKK, venuti a conoscenza dell’attività del movimento, iniziarono a preparare un piano per ostacolarla e prevenire una manifestazione di massa indetta per il 22 giugno: credendo erroneamente che Schwerner si trovasse a Longdale nella Mount Zion Church, la sera del 16 diedero alle fiamme l’edificio. Il 20 giugno, mentre il Senato degli Stati Uniti approvava il Civil Rights Bill, alcune centinaia di studenti si avvicinavano al Mississippi in vista della manifestazione del 22: sebbene non si potesse certo ravvisare “l’invasione” vaticinata dai media, la sensazione prevalente era quella di turbamento generale per i cittadini del “Magnolia state”.

Il 21 giugno Schwerner, sebbene molto agitato per le ripetute minacce di morte, si recò a Longdale con Chaney e Goodman per indagare sull’incendio della chiesa e interrogare qualche testimone; temendo rappresaglie, informò la segreteria del CORE circa i propri spostamenti, chiedendo di avvisare la polizia qualora non avesse dato notizie entro le ore 16. Dopo il sopralluogo a Longdale, i tre attivisti scelsero per il ritorno a Meridian la Highway 19, più lunga ma trafficata e perciò ritenuta più sicura. Proprio qui, invece, furono intercettati da Cecil Price, vice-sceriffo della contea e membro dei White Knights, fermati per presunte violazione al codice della strada e condotti in carcere per accertamenti. Rilasciati in serata, i tre scomparvero.

La carcassa bruciata dell’auto fu rinvenuta in una palude. Nelle indagini fu coinvolto l’FBI, con personale interessamento di Robert Kennedy e del presidente Lyndon Johnson. Quarantaquattro giorni dopo la scomparsa, i cadaveri furono ritrovati, grazie a un informatore, sotto una diga di terra in una fattoria privata: a Schwerner e Goodman era stato sparato un solo colpo al cuore, mentre l’afroamericano Chaney fu colpito tre volte, dopo essere stato picchiato.

Nel dicembre ‘64 il Dipartimento di Giustizia pensò di avere abbastanza informazioni per agire e autorizzare 19 arresti, tuttavia il giudice federale William H. Cox, ardente segregazionista, annullò la messa in stato d’accusa, sostenendo che non si trattasse di un crimine contro gli USA e che un caso del genere non competesse alla giurisdizione della sua corte. L’iter giudiziario poté riprendere solo grazie all’azione della Corte Suprema, che nel marzo ‘66 annullò la decisione di Cox: gli uomini del Ku Klux Klan non furono chiamati a processo con l’accusa di omicidio ma con quella di “cospirazione atta alla violazione dei diritti civili”, riconoscendo la competenza della giurisdizione federale.

Quando il processo “United States versus Cecil Price et al” iniziò, erano trascorsi oltre tre anni dal triplice omicidio. A rappresentare gli USA fu il procuratore generale presso il Dipartimento di giustizia per i diritti civili, l’avvocato John Doar, già molto attivo ai tempi della campagna “Freedom Ride” del ’61, mentre a presiedere la corte fu lo stesso giudice Cox; gli avvocati difensori ostacolarono in ogni modo la selezione di giurati afroamericani.

Il processo si aprì il 9 ottobre ‘67 a Meridian in un’atmosfera surreale, tutta l’opinione pubblica dello stato del Mississippi parteggiava per gli imputati, John Doar e i rappresentanti dello stato federale furono costantemente messi sotto pressione; furono appese bandiere confederate negli edifici antistanti il tribunale e gli abitanti furono visibilmente infastiditi da questo evento che stava turbando e in qualche modo cambiando il loro mondo. Doar fece un discorso introduttivo rivolto ai dodici giurati:

«Membri della giuria, questo fu un piano freddamente calcolato ed eseguito a sangue freddo. Tre uomini, poco più che ragazzi, furono le vittime. La lucidità con cui fu eseguito fu pari alla imperfezione con cui fu organizzato. I partecipanti all’omicidio si credettero salvi, salvi perché il crimine venne commesso nella contea del Neshoba. Membri della giuria, ebbene sì, si sbagliarono. Non c’è segreto di una portata del genere che possa essere mantenuto, in nessun angolo della terra, neanche in Neshoba».

John Doar sfruttò la possibilità di avere come testi i tre membri dei White Knights Wallace Miller, Delmar Dennis e James Jordan (unico testimone oculare dell’omicidio) e la confessione, poi ritrattata, dell’imputato Horace Doyle Barnette.

Nell’arringa finale, dopo aver puntato il dito contro il vice-sceriffo Price, accusandolo di aver abusato della sua autorità, del carcere della contea, della sua automobile di servizio e della sua pistola per facilitare l’assassinio dei tre giovani, Doar si rivolse ai giurati:

«Signori della giuria, questo processo è importante per gli Stati Uniti, per gli imputati, ma ancora di più lo è per lo stato del Mississippi. Le parole che ho pronunciato io, quelle che hanno pronunciato gli altri avvocati saranno dimenticate ma quello che farete voi dodici cittadini oggi sarà per sempre ricordato. […] Se non troverete questi uomini colpevoli significherà che dichiarerete che la legge della contea di Neshoba è la legge del Mississippi».

I risultati andarono oltre ogni più rosea aspettativa: sette imputati furono dichiarati colpevoli, tra i quali Cecil Price (nessuno scontò più di sei anni di carcere); furono assolti in otto, tra cui lo sceriffo Lawrence A. Rainey, mentre per tre imputati i giurati non riuscirono a raggiungere un accordo, tra loro il predicatore Edgar Ray Killen: si disse che uno dei giurati rifiutò di condannare una persona di chiesa.

Negli anni successivi, il reporter investigativo Jerry Mitchell continuò ad approfondire il caso, contribuendo alla scoperta di nuove prove e testimoni; le sue indagini e il lavoro dell’insegnante Barry Bradford e dei suoi studenti, in particolare un’intervista col predicatore Killen, produssero una nuova attenzione dei media nazionali e una forte pressione dell’opinione pubblica sul Congresso, che condusse a un nuovo processo, oltre quarant’anni dopo i fatti.

Nel 2005, una giuria condannò Killen in quanto reclutatore e organizzatore del piano che portò all’assassinio dei tre attivisti. Il predicatore, all’epoca ottantenne, fu condannato a tre pene di 20 anni di reclusione da scontare consecutivamente e morì in carcere.

Il fratello di Chaney dichiarò:

«Non sono ancora arrivato allo stadio del perdono, ma a quello della comprensione. Capisco le forze che determinano questi omicidi e alcuni dei moventi di queste persone: il primo fattore motivante è la paura».

Il presidente Barack Obama ha attribuito a Schwerner, Chaney e Goodman la massima onorificenza civile americana, la “Medaglia della Libertà”.

Silvia Boverini

Fonti:

A. Portelli, “Aperta la diga dell’antifascismo dilaga l’odio razziale”, il Manifesto 6/2/2018;

www.it.wikipedia.org;

C. Maracci, “Mississippi Burning, la dura legge del Ku Klux Klan”, www.fattodiritto.it;

“Mississippi burning”, https://storiasite.wordpress.com

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