30 aprile '45: la morte e l'auto-assoluzione di Hitler

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Il 30 aprile del 1945 Hitler per non fare la stessa fine di Mussolini si toglieva la vita. E lasciava un "testamento politico". In quelle righe si può leggere l'oscura potenza dei meccanismi mentali di auto-giustificazione e di auto-assoluzione. Qui meccanismi che consentono prima di esercitare violenze e atrocità e poi di sentirsi a posto con la propria coscienza, perché, si dice a se stessi, la vittima non è una vittima: è il colpevole, se l'è cercata, se l'è meritata, non è umana, non è meritevole di un umano trattamento, ed è giusto e doveroso odiarla, perseguitarla, derubarla, umiliarla e ucciderla.

29 aprile 1945: il bagno di sangue continua

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Il 29 aprile del 1945, mentre in Piazzale Loreto venivano esposti e oltraggiati i cadaveri di Mussolini e della Petacci e a Caserta, i tedeschi firmavano, anche per conto della RSI, la resa agli Alleati, le truppe naziste in ritirata massacravano partigiani e civili.

1967, Muhammad Ali rifiuta l'arruolamento per il Vietnam

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La sfida più difficile per il pugile più grande: perse tutto, ma guadagnò ogni cosa. Senza mai tornare sui propri passi, senza mai rinnegare i propri valori.

Cirillo, la Camorra, le BR ...

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Era trascorso quasi un anno dal 27 aprile del 1981, giorno del…

Guernica

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Il 26 aprile del 1937 i bombardieri e i caccia tedeschi e italiani devastavano Guernica, la città basca controllata dalle forze repubblicane. Per Hitler, che con Mussolini appoggiava le forze nazionaliste di Francisco Franco nella Guerra Civile spagnola, si trattava anche di sperimentare l'efficienza della propria aviazione in battaglia.

25 aprile 1945

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Il 25 aprile è in Italia la festa della Liberazione dal nazifascismo…

1955, si chiude la Conferenza afroasiatica di Bandung

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"Per la prima volta nella storia, uomini di razze e tendenze diverse, e tuttavia uniti dall’odio contro il colonialismo e dall’amore per la pace, hanno proclamato la loro volontà di combattere ovunque la tirannia e di difendere la loro indipendenza contro ogni ingerenza straniera."

John Garfield “eroe proletario” distrutto dalla paranoia dominante.

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John Garfield era davvero un eroe proletario, un figlio di immigrati, un emarginato dei bassifondi. Ma grazie alla sua carica di rabbiosa energia, al talento e ad un po' di fortuna, realizzò il "sogno americano". Non dimenticò, però, le proprie origini, anzi si batté per il progresso sociale e contro il fascismo. Quello che aveva devastato l'Europa. E ciò lo rese un idolo per milioni di spettatori, che si riconoscevano nei suoi valori e che vedevano negli Stati Uniti un baluardo alla tirannia. Ma, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, John Garfield lottò anche contro il fascismo sotterraneo, quello che, in nome di un anticomunismo paranoico, faceva strame dei principi liberali nell'America post bellica. Ma, dalla seconda metà degli anni Quaranta, la solidarietà verso immigrati, poveri ed emarginati e la lotta per la libertà di pensiero, non erano più un encomiabile prova di americanismo, ma un indizio di anti-patriottismo, un sintomo di sovversione. Così il 23 aprile del 1951 gli mise le mani addosso la Commissione per le Attività Anti-americane. E non lo mollò più.  

1980, la Primavera Amazigh (berbera)

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"I suoi colori [della bandiera] rappresentano i differenti paesaggi in cui vivono le popolazioni berberofone: il blu è il colore del Mediterraneo e dell'oceano Atlantico, il verde quello dei boschi delle montagne e il giallo quello del deserto. La figura posta al centro [...] simboleggia l'amazigh stesso, ossia "l'uomo libero", mentre il colore rosso evoca il legame di appartenenza alla terra che unisce le diverse comunità di Tamazgha."

La Baia dei Porci, quando la logica del conflitto porta alla catastrofe

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Si era appena insediato alla Casa Bianca, John F. Kennedy, che subito il direttore della CIA, Allen Dulles cominciò a fargli pressioni per portare avanti un progetto di invasione di Cuba, da parte di brigate di esuli anticastristi, addestrati dalla CIA in Guatemala. Il progetto era stato autorizzato dal suo predecessore Eisenhower e dal vice di questi, Nixon. La CIA e i militari gli assicurarono che per effetto dello sbarco il popolo cubano sarebbe insorto contro Castro. Kennedy credette di dover decidere se sciogliere le brigate cubane, che avrebbero girato gli Stati Uniti accusandolo di aver tradito l'impegno di Eisenhower contro il comunismo nel continente americano, oppure se tradire i principi progressisti per i quali era stato eletto: libertà, giustizia e autodeterminazione dei popoli. Scelse la prima opzione, avvertendo, però, le brigate cubane che in nessun caso avrebbe inviato forze armate americane ad aiutarle. Il 19 aprile del 1961 l'invasione era fallita. Kennedy, nonostante le pressioni di Dulles e altri, non autorizzò missioni di soccorso né copertura aerea. «Come ho potuto essere così stupido?», si chiese ripetutamente poi. La spiegazione che si diede era che aveva avuto una fiducia cieca nella competenza e nella sapienza della CIA e dei militari. Forse, la vera spiegazione era che era stato condizionato dalla logica, ottusa, del conflitto che influenzava il mondo intero: la Guerra Fredda.