2002, muore il sociologo Pierre Bourdieu

Di tutte le forme di persuasione occulta, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose.
(P. Bourdieu, “Risposte. Per un’antropologia riflessiva”)

Il 23 gennaio 2002 muore a Parigi Pierre Bourdieu, accademico francese il cui lavoro investe un’ampia gamma di argomenti, quali l’etnografia, l’arte, la letteratura, la pedagogia, il linguaggio, il costume, la televisione, la globalizzazione. Nato nel 1930 da famiglia contadina, si laurea in filosofia all’École Normale Supérieure di Parigi, ma l’esperienza che gli fa abbandonare la carriera filosofica e gli fa intraprendere il cammino sociologico è il servizio militare in Algeria dal 1956 al 1958 durante la guerra d’indipendenza: è nell’osservazione delle forme simboliche della società kabile, delle sue risposte ai mutamenti violenti apportati dal colonialismo e dal capitalismo, che prende forma la sua teoria sociologica.

Influenzato sia dal marxismo che dallo strutturalismo, Bourdieu si interessa particolarmente allo studio dei processi culturali elaborando diverse idee fondamentali per la comprensione della società, all’interno di una cornice teorica secondo la quale nel mondo sociale esistono strutture indipendenti dalla coscienza dell’individuo e dal suo volere, le quali delimitano il comportamento dell’attore sociale.

Il concetto di habitus, ossia la struttura di norme e comportamenti, spiega la chiave della trasmissione culturale in grado di generare comportamenti regolari che condizionano la vita sociale, una sorta di stampo prefigurante i comportamenti e i pensieri di un gruppo sociale in un certo periodo storico; è un sapere comune implicito, interiorizzato dai soggetti nelle loro cognizioni, nei comportamenti, fino alle posture del corpo e ai sentimenti.

In questo contesto, nasce, agisce e si sviluppa quella violenza invisibile che Bourdieu chiama “simbolica”, associata ai processi educativi di acquisizione del capitale culturale, politico, sociale. Emancipandosi dalla visione marxista, che lega l’oppressione alla dominazione materiale, Bourdieu osserva come la violenza simbolica possa esercitarsi anche in assenza di costrizione economica.

Si tratta di forme di violenza esercitate non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati. Costituisce quindi una violenza “dolce”, impercettibile, esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce e che nasconde i rapporti di forza sottostanti alla relazione nella quale si configura.

Bourdieu elabora un tema a tutt’oggi molto attuale: “Come è possibile che un ordine sociale palesemente fondato sull’ingiustizia possa perpetuarsi senza che venga posta la questione della sua legittimità?”.

È assodato che la violenza simbolica non è mai disgiunta dai rapporti di forza oggettivi che la rendono possibile, né dalla violenza fisica che sullo sfondo si staglia all’orizzonte: ma il processo di legittimazione di un dominio consiste proprio nel fatto che la violenza simbolica,

dissimulando i rapporti di forza su cui si basa la sua forza, aggiunge la propria forza, specificatamente simbolica, a questi rapporti di forza.

La violenza simbolica è tale perché opera attraverso i simboli e sui simboli, ma i suoi effetti non hanno niente di simbolico: gli anziani che perdono le pensioni, i malati che non saranno più curati sono quanto di più materiale e meno simbolico si possa immaginare, ma se il verdetto può avere questi effetti è perché la legittimità della sentenza è interiorizzata da chi la subisce. L’effetto su colui che subisce una violenza simbolica è di essere messo nella condizione di pensare che non sta subendo alcuna violenza. La violenza simbolica agisce sulle categorie cognitive del dominato che, per pensare il proprio rapporto con il dominante, dispone solo di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo semplicemente la forma incorporata della struttura del rapporto di dominio, fanno apparire tale rapporto come naturale.

Proprio per effetto della coercizione simbolica, la violenza può essere dissimulata sotto le forme del “naturale”, dell’”inevitabile”: è “naturale” che vi siano sfruttati (e sfruttatori), che alcuni guadagnino 10.000 volte più della media dei propri dipendenti, la legge “di mercato” è una “legge di natura” come la gravitazione universale.

Contro coloro che nella enunciazione di leggi sociali intese come destino vorrebbero trovare l’alibi di una rassegnazione fatalistica o cinica, occorre ricordare che la spiegazione scientifica, che offre gli strumenti per capire, se non assolvere, è anche quella che permette di trasformare. Una conoscenza più approfondita dei meccanismi che governano il mondo intellettuale non dovrebbe avere come effetto di scaricare l’individuo dell’imbarazzante fardello della responsabilità morale […]. Viceversa dovrebbe insegnargli a porre le sue responsabilità là dove si pongono realmente le sue libertà.

Bourdieu sviluppa ulteriori riflessioni di grande attualità per la maggior parte delle società europee in merito alla “miseria sociale” legata, per esempio, alla coabitazione, nei quartieri multietnici e nelle scuole, tra persone che hanno visioni del mondo e abitudini molto diverse; queste sofferenze non si accompagnano necessariamente a un discorso costituito, ma si esprimono con collere, violenze, razzismo, espressioni brutali, impulsi padroneggiati male. Bourdieu osserva che si possono sfruttare molto bene quelle pulsioni in un linguaggio che dia un’espressione in apparenza giustificata alle sofferenze palesi, un linguaggio che sfrutti quelle sofferenze senza darsi minimamente i mezzi per investirne le cause.

Interrogandosi sulle possibilità di contrastare tali meccanismi, lo studioso chiama in causa una funzione tipicamente socratica dell’intellettuale: egli rileva come nel mondo sociale, sotto l’effetto della violenza simbolica, molte persone siano spossessate degli strumenti simbolici di espressione delle proprie esperienze, delle proprie sofferenze, e ritiene fondante lavorare per restituire loro la possibilità di esprimersi, non tanto su scala globale quanto proprio all’interno di relazioni di scambio, di dialogo, tra un sociologo o un ricercatore da una parte e una “persona spossessata”.

Muovendo dalla scoperta dell’etnologia e dalla successiva scelta del “mestiere di sociologo”, a un mondo scientifico sempre più teso verso la specializzazione Bourdieu propone concetti e riflessioni teoriche frutto di un continuo attraversamento di differenti discipline delle scienze sociali, manifestando l’ambizione di riconciliare le intenzioni teoriche e quelle pratiche, la vocazione scientifica e quella etica, o politica, interpretando il ruolo di ricercatore come una sorta di mestiere militante.

Il lavoro di tutta la mia vita è consistito nel prendere sul serio queste forme dolci, impercettibili, insensibili di violenza, di andare a cercare la violenza là dove nessuno si aspetterebbe di vederla, per esempio nel rapporto pedagogico, dove essa è. La mia idea di fondo è che scovando la violenza simbolica, rendendola visibile, manifestandola, si può mettere in moto la ricerca dei mezzi per combatterla.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; “Pierre Bourdieu, Intervista sulla violenza simbolica”, www.gabriellagiudici.it, tratto da www.emsf.rai.it; M. Riva, “Alcune note sulla “Violenza Simbolica”, www.ottocentro.it; M. d’Eramo, “Bourdieu, un pensiero combattente”, il Manifesto, 24 gennaio 2012; P. Bourdieu. “Come si fabbrica l’opinione pubblica”, Le Monde diplomatique – il Manifesto, gennaio 2012; www.biografieonline.it; S. Cozzi, “Pierre Bourdieu: la teoria della pratica e la logica dei campi”, www.campodellacultura.it

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