20 giugno 1940 l’attacco infame e fallimentare dell’Italia alla Francia

Quando Mussolini decise l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, al fianco del suo alleato cofirmatario del Patto d’Acciaio, la Germania di Adolf Hitler, dichiarando guerra alla Francia e alla Gran Bretagna (su questa rubrica, Corsi e Ricorsi, abbiamo ricordato come si arrivò a questa infausta, irresponsabile, sanguinaria, autodistruttiva, criminale e vile decisione, nel post Solo alcune migliaia di morti), avrebbe potuto attaccare la prima in diversi altri punti, inclusi porti e siti strategici sul litorale nordafricano, ma il 20 giugno 1940 optò per uno sfondamento lungo il confine delle Alpi OccidentaliQuest’impervia catena montuosa si sviluppa, lungo un arco da nord a sud, dal monte Dolent al Mar Ligure. Un susseguirsi di cime elevate, che si abbassano un po’ man mano che la catena alpina si avvicina alla costa, inframmezzate da massicci come quello del Monte Bianco, la catena del Rutor e la Grande Sassière, il complesso Rocciamelone-Charbonnel, il monte Thabor, il Gruppo del Monviso, l’Argentera e il Clapier. Vi sono solo alcuni passi o colli transitabili (quelli del Piccolo San Bernardo, del Monginevro, del Moncenisio, della Maddalena e il colle di Tenda), collocati ad un’altezza media attorno ai 2000 metri, perciò spesso coperti di neve. Del resto l’altitudine media dei 515 km della linea delle Alpi Occidentali è piuttosto significativa, dai 2000 metri delle Alpi Marittime ai 3.000 metri delle Alpi Graie. I francesi avevano iniziato a fortificare il loro versante, sette anni dopo che Mussolini aveva preso il potere in Italia, nel 1929, iniziando quasi dalla costa e giovandosi del fatto che fosse argo circa 120 chilometri. Il governo Mussolini aveva dato il via alla fortificazione, soltanto alla fine degli anni Trenta, con una penalizzazione aggiuntiva rappresentata dal fatto che il versante italiano era di circa 40 chilometri, cioè decisamente più ristretto di quello francese.

Nonostante questi dati di fatto e nonostante l’altrettanto rocciosa realtà della superiorità delle truppe francesi, Mussolini il 20 giungo 1940 decise di mandare i soldati italiani all’attacco. Facendone morire un bel po’, rimediando una figura imbarazzante e senza neppure ottenere apprezzabili bottini territoriali. Ma la propaganda fascista stravolse la realtà, esultando per il vittorioso compimento di un’epica impresa.

L’impreparazione dell’esercito italiano

Le truppe italiane schierate al confine, quel 20 giugno 1940, cioè a dieci giorni dalla dichiarazione di guerra comunicata ai governi francese e inglese, erano palesemente impreparate da ogni punto di vista, ma Mussolini, nonostante gli avvertimenti dei vertici militari e di alcuni uomini del governo, non volle tenere in considerazione tale evidente verità. La guerra di aggressione condotta dal suo alleato tedesco in Europa collezionava successi spettacolari. I britannici erano stati costretti ad abbandonare quasi ovunque il teatro europeo e a ritirarsi in Inghilterra. Hitler aveva quasi del tutto abbattuto la Francia, e Mussolini si rodeva per l’invidia e si contorceva per l’angoscia di risultare, nel confronto con il collega dittatore, un condottiero di cartapesta. Inoltre, il duce temeva anche di perdere credibilità all’interno del Paese. Le vittorie di Hitler e la non belligeranza italiana svelavano anche agli occhi del più ingenui il carattere meramente propagandistico e ciarlatano della politica di potenza che egli aveva voluto condurre al di sopra delle capacità reali dell’Italia. Così, non volle prestare attenzione a chi timidamente gli faceva presente che, sul piano psicologico, andava considerato che la stragrande maggioranza dei soldati italiani non era sorretta da alcun odio contro i vicini francesi. Inoltre, dei militari italiani, che non erano stati addestrati ad assaltare opere fortificate, né si erano messi alla prova con l’aviotrasporto, solo un terzo avrebbe potuto entrare in azione. Del resto, il duce era ben conscio della mancanza cronica di mezzi motorizzati, di indumenti adatti a il clima alpino, dei pali per i reticolati, di telefoni da campo e perfino di scarponi chiodati.

Il maldestro e vile tentativo di essere forti con i deboli

Mussolini, in realtà, faceva affidamento sul fatto che le forze armate francesi fossero ormai messe quasi del tutto al tappeto da quelle di Hitler. Se agli occhi del mondo l’aggressione italiana contro la Francia risultò un’infamia, dato che il 20 giugno 1940 l’esercito francese era stato ormai in pratica già sconfitto dai tedeschi, non miglior figura fu riportata sul piano dell’esito di quella miserabile manovra. Se, infatti, è vero che i servizi segreti italiani avevano correttamente valutato la minore consistenza numerica delle truppe francesi schierate sulle Alpi rispetto a quelle italiane, era anche vero che non apprezzarono adeguatamente il fatto che i soldati francesi erano tutt’altro che rassegnati alla sconfitta e che l’attacco italiano li avrebbe caricati di sdegno, disprezzo contro il nemico italiano e di indomito spirito combattivo. Inoltre i francesi avevano dalla loro parte un terreno montagnoso che favoriva la difesa e un solido sistema di fortificazioni dislocate lungo tutto il confine, sicché si riducevano assai le possibilità per gli italiani di trovare dei punti in cui penetrare quelle linee e riversarsi in pianura. A dispetto di ciò, il pomeriggio del 20 giugno Mussolini ordinò che l’offensiva italiana scattasse all’alba del giorno dopo e che 21 divisioni italiane attaccassero le 6 divisioni francesi schierate a difesa del territorio francese. Il 24 giugno, quello che fu in sostanza l’ultimo giorno di quella vasta battaglia, la linea difensiva francese era rimasta pressoché intatta, tanto che neppure lunga la prima linea avevano subito qualche danno.

La macabra conta delle vite sacrificate e le dimensioni della sconfitta italiana

Dall’entrata in vigore dell’armistizio con la Francia, alle 00:35 di martedì 25 giugno 1940, cessato il fuoco lungo tutte l’arco alpino occidentale, la propaganda mussoliniana tentò, in maniera palesemente contraddittoria, da un lato, di spiegare al popolo italiano l’innegabile insuccesso dell’aggressione italiana con l’argomento che «i francesi avevano opposto agli italiani una resistenza più accanita di quella incontrata dai tedeschi sul fronte occidentale», dall’altro, ascrivendo al (fallimentare) attacco italiano il merito del crollo definitivo della Francia, che, in realtà, com’era evidente, era stato totalmente dovuto alle truppe di Hitler. La battaglia delle Alpi, iniziata il 20 giugno del 1940 e durata meno di una settimana, appena quattro giorni, fu, quindi, definita dalla propagando italiana una «splendida vittoria».

Non si poteva essere più spudoratamente menzogneri nel definire vittoriose le 20 divisioni italiane, che contro le sole 6 divisioni francesi, non erano riuscite a scalfirne le difese in nessun punto del fronte,

Del resto, quando la Francia si arrese alla Germania e, per volere di Hitler, anche all’Italia, i militari italiani che avevano perso la vita sul fronte delle Alpi Occidentali erano 631, mentre altri 616 risultavano dispersi. 2.631 erano stati feriti o avevano subito il congelamento, a causa del vestiario non consono alla temperatura di quelle montagne e delle calzature inadatte a nevai e ghiacciai. I 1.141 italiani che erano stati fatti prigionieri dai francesi, vennero liberati immediatamente dopo la firma dell’armistizio da parte del governo francese. Il governo italiano, però, non si preoccupò di restituire la libertà ai 155 prigionieri francesi che erano stati catturati dagli italiani. Costoro furono spediti nel campo di Fonte d’Amore. Nella fallita avanzata italiana ordinata da Mussolini il 20 giugno, i soldati dell’esercito francese uccisi dagli italiani erano stati in tutto venti, uno per ciascuno dei trenta italiani morti, mentre i dispersi erano un po’ meno di un quarto di quelli italiani, cioè 150. In tutto erano stati feriti 84 francesi, e anche in tal caso era uno a trentuno.

Alberto Quattrocolo

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