1996: il “naufragio fantasma” della Yohan

Mucchi di carne umana, stracci che spuntano dai fondali. Merce, soltanto merce, e non dovrebbe importare se non sono tutti angeli quegli uomini che hanno tentato l’avventura. Ma la pietà sembra davvero morta.
(Corrado Stajano, 2002)

Nella notte di Natale del 1996, al largo delle coste della Sicilia sud-orientale, ebbe luogo il naufragio della nave F174, causando la morte di almeno 283 persone provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. La cosiddetta “Strage di Natale” rappresentò all’epoca la più grande tragedia navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda guerra mondiale, almeno fino al 2013, anno a partire dal quale l’asticella del tasso di mortalità nello Stretto di Sicilia si è alzata vertiginosamente: 368 morti davanti a Lampedusa, 700 o forse 900 dispersi in un unico incidente al largo della Libia nel 2015, per un totale stimato di oltre 17.000 decessi negli ultimi cinque anni.

L’imbarcazione Yohan, battente bandiera honduregna e capitanata dal libanese Youssef El Hallal, era partita dall’Egitto con a bordo quasi 500 persone, costrette a versare un migliaio di euro a testa per il viaggio della speranza e a giorni interi di attesa nel porto prima della partenza, per poi essere stipate nella stiva con scarse quantità di cibo ed acqua. La motonave salpò nonostante le condizioni meteorologiche avverse e un mare a forza 8.

Durante il tragitto, in un tratto di mare tra Malta e la Sicilia, i migranti furono trasbordati su una nave della marina inglese F714 risalente alla seconda guerra mondiale, in pessimo stato, in legno e con i sistemi di sicurezza fuori uso, che nella migliore delle ipotesi poteva imbarcare non più di 80 persone. I passeggeri della Yohan salirono in massa sul battello maltese, fino a che la nave non cominciò a dare segni di instabilità a causa dell’eccessivo peso. I trafficanti decisero allora di riportare sulla Yohan un centinaio di persone, lasciando sull’altra imbarcazione circa 300 migranti per effettuare due viaggi; la F174 ripartì, non accorgendosi però di una falla sulla prua apertasi dopo un urto con la Yohan nelle operazioni di trasbordo.

Di lì a poco la tragedia: l’F174 iniziò a imbarcare acqua dalla falla e fu costretta a chiedere aiuto alla Yohan, mentre le condizioni del mare peggioravano ulteriormente; alle tre del mattino, complici una scarsa visibilità e manovre azzardate dei due equipaggi, avvenne lo scontro fatale tra le due imbarcazioni, e la fatiscente nave inglese si spezzò in più punti, affondando velocemente.

La Yohan, a quel punto, si allontanò in tutta fretta con 30 superstiti, tra cui il comandante Sheik Thourab, e si diresse verso la Grecia, prendendo letteralmente in ostaggio i sopravvissuti e imponendo loro il silenzio sui fatti avvenuti la notte precedente.

Alcuni di loro riuscirono a fuggire e denunciare l’accaduto alle autorità greche, senza peraltro esser creduti (molti furono anzi arrestati come clandestini): quattro giorni dopo la tragedia, i superstiti raccontarono alla polizia greca di quella “bara bianca galleggiante di diciotto metri per quattro giunta da Malta”. Dicevano di averla osservata con immediata preoccupazione dal ponte della grossa motonave Yohan: sarebbero dovuti salire lì, col mare in tempesta, per arrivare fino alle coste italiane delle quali si scorgeva in lontananza solo qualche debole luce. Con rabbia spiegarono che in molti avevano tentato di rifiutare il trasbordo, ma erano stati convinti con le armi dal comandante ubriaco. Dicevano che i loro compagni erano stati costretti a entrare a uno a uno in un buco che conduceva alle celle del pesce: per questo, infatti, quella barca maltese era usata normalmente.

Solo il 4 gennaio iniziarono a trapelare le notizie dei sopravvissuti in Grecia e, dopo un lancio dell’agenzia di stampa britannica Reuters, il quotidiano italiano il Manifesto, insieme al britannico The Observer e al greco Ethnos, mandarono i propri inviati ad Atene per ricostruire l’accaduto, mentre le autorità italiane restarono scettiche, nonostante l’allerta data la notte del 31 dicembre dalla capitaneria di porto di Catania circa possibili naufragi avvenuti lungo la costa orientale dell’isola.

 

 

 

 

 

 

Il 9 gennaio del 1997 il governo pachistano chiese ufficialmente all’Italia informazioni sulla vicenda; circolò una prima lista di 68 dispersi, confermati dalla comunità pakistana di Roma, ma in assenza di riscontri oggettivi e soprattutto senza il rinvenimento dei cadaveri la tragedia rimase avvolta nel silenzio delle istituzioni, tanto da far parlare i media di “naufragio fantasma”.

Nonostante la strage fosse probabilmente avvenuta in acque internazionali, la Procura di Siracusa decise di applicare la norma del codice penale che, in casi di eccezionale gravità, prevede di indagare su fatti non accaduti in Italia, e due mesi dopo la tragedia, il 28 febbraio, si aprì un primo spiraglio nell’inchiesta, con il sequestro lungo le coste calabre della nave Yohan.

Nel dicembre del 1999, su disposizione della magistratura di Siracusa, il comandante della Yohan fu arrestato in Francia, dove si era rifugiato chiedendo asilo politico, dichiarandosi innocente; la Corte d’assise d’appello di Catania lo condannò in secondo grado a 30 anni insieme all’armatore pachistano Sheik Thourab, considerato l’organizzatore del viaggio, ma questo avverrà solo tra il 2008 e il 2009, dopo più di un decennio di impunità.

L’indagine mise inoltre in luce l’esistenza di un ramificato sistema di mercificazione della disperazione di migliaia di persone, un sistema spesso noto tanto alle autorità dei paesi di provenienza dei migranti quanto a quelle europee: otto natanti coinvolti nell’organizzazione del viaggio, tra raccolta dei passeggeri nei porti di partenza e traversata vera e propria; un sistema misto aero-navale a vasi comunicanti fino al carico ottimale; un’economia aziendale anche nell’evitare gli sprechi, come può essere un  cibo decente per la “merce”; uno schiavismo aggiornato e ferreamente centralizzato. Fu ipotizzata la mafia turco-greca come regista dell’operazione.

Poco dopo la tragedia, in Sicilia, al largo di Capo Passero alcuni pescatori iniziarono ad avvistare i cadaveri dei naufraghi, che si incagliavano nelle loro reti, senza però denunciare i fatti e spesso rigettando in acqua i corpi per paura del sequestro delle proprie imbarcazioni. Nonostante circolassero voci tra gli abitanti di Portopalo, solo uno dei tanti pescatori della zona ebbe il coraggio di denunciare la presenza di corpi al largo della costa, indicando alle autorità il presunto punto dell’affondamento: Salvatore Lupo, che inizialmente non fu ascoltato dalle autorità e decise quindi di mettersi in contatto con il giornalista di Repubblica Giovanni Maria Bellu, che avviò un’approfondita inchiesta e nel 2001, mediante un robot subacqueo telecomandato munito di telecamera (ROV) mostrò al mondo le immagini del relitto della F714, ormai sepolto da cinque anni a 100 metri di profondità con gli scheletri intrappolati all’interno.

Ci sono corpi che comunicano una lotta feroce con la morte. Sono le camicie e i pantaloni con le braccia e le gambe aperte, con la posa del pugile steso sul ring. Ce ne sono altri, e sono i più, che raccontano la paura impotente, l’orrore. E questi fai fatica a individuarli come corpi umani perché sono fagotti di stracci chiusi in posizione fetale. In comune, gli uni e gli altri, hanno l’assenza della testa. Il mare ha decapitato tutte le vittime del naufragio di Natale. Ma quando il ROV sorvola l'”area cimiteriale”, noti che spesso ai crateri dei gamberi s’alternano piccoli rilievi, mezze sfere coperte di fango.

L’operazione di recupero sarebbe costata meno di un milione di euro, perché il relitto si trovava a una profondità di poco più di 100 metri, ma venne costantemente rimandata; a sensibilizzare in proposito l’opinione pubblica si mobilitarono artisti, intellettuali e giornalisti: il 16 febbraio 2007 il governo stanziò le risorse finalizzate al recupero del relitto della nave, ma per le alterne vicende della politica italiana le operazioni furono realizzate solo nel luglio del 2016.

 

Silvia Boverini

Fonti:
“Il relitto recuperato pieno di cadaveri il racconto dell’orrore di un vigile del fuoco”, www.lasicilia.it; www.it.wikipedia.org; “25 Dicembre 1996: la strage di Natale”, www.infoaut.org; L. Balzarotti e B. Miccolupi, “La strage di Natale e le vittime dimenticate di Capo Passero”, www.corriere.it; G. M. Bellu, “Il cimitero in fondo al mare. Prova del naufragio fantasma”, www.repubblica.it; D. Frisullo, “Buon Natale, clandestino”, www.a-dif.org

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