1987, muore lo scrittore Primo Levi

Scrivere è mettere in pratica una resistenza. Chi scrive lo fa per sopravvivere a qualcosa.
(Jhumpa Lahiri, convegno su Primo Levi)

L’11 aprile 1987, a Torino, lo scrittore Primo Levi viene trovato morto, a seguito di una caduta, alla base della tromba delle scale, nel condominio in cui dal 1919, anno della nascita, aveva sempre abitato. L’assenza più lunga era stata dal 1942 all’ottobre ‘45, e la raccontò nei suoi libri: un anno a Milano in una fabbrica di medicinali, qualche mese da partigiano in Val d’Aosta, l’arresto e la deportazione nel campo di concentramento di Fossoli e poi ad Auschwitz, per undici mesi, infine altri nove sulla via del ritorno. In alcune interviste successive avrebbe definito il periodo di Auschwitz come l’unico “in technicolor” di una vita altrimenti in bianco e nero.

Qualche mese prima Einaudi gli aveva offerto la presidenza della casa editrice, ma Levi aveva rifiutato perché non se la sentiva; la moglie avrebbe confermato che era depresso da tempo. Sebbene alcuni sostengano che la caduta possa essere stata provocata dalle vertigini, di cui soffriva, da subito viene valutata l’ipotesi del suicidio. Nel 1978, ricordando sulla Stampa Jean Améry, un altro grande scrittore deportato ad Auschwitz, Primo Levi aveva scritto che nessuno, neppure il suicida, conosce le ragioni della propria morte.

Perché io sono sopravvissuto e gli altri no? Secondo molti, questa domanda lo assillava dai tempi del suo ritorno dall’orrore della Shoah. Probabilmente, come ebbe a dire un amico, Levi era sopravvissuto perché in quanto scrittore aveva il compito di raccontarlo, ma col tempo gli era divenuto insopportabile il sentire di aver ricevuto in dono qualcosa di terribile, dover raccontare ciò che aveva vissuto e così rivivere all’infinito la sofferenza dei lager, nel ruolo doloroso di eterno testimone.

Nato da una famiglia di origini ebraiche, il suo rapporto con le radici è laico, costruito negli anni su base culturale e intellettuale più che religiosa, e tornerà dalla deportazione ancor più convinto dell’inesistenza di Dio:

C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

Dopo gli studi classici, affascinato dalle scienze, si iscrive al corso di laurea in Chimica: “per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future, che avvolgeva il mio avvenire in nere volute lacerate da bagliori di fuoco, simile a quella che occultava il monte Sinai. Come Mosè, da quella nuvola attendevo la mia legge, l’ordine in me, attorno a me e nel mondo.”. Si laurea con lode nel ’41, nonostante le difficoltà dovute all’entrata in vigore delle leggi razziali, e il diploma riporta la scritta “di razza ebraica”:

le leggi razziali […] costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti per intenderci); rimaneva da vederne quello sciocco.

Le difficoltà economiche familiari lo inducono ad accettare un lavoro a Milano, dove entra in contatto con gli ambienti antifascisti e, dopo l’8 settembre, si unisce alla Resistenza in Val d’Aosta; non parlerà volentieri di quei mesi di militanza, segnati da episodi che lo scoraggiano. Arrestato sul finire dell’anno, sceglie di farsi identificare come ebreo anziché partigiano, e nel febbraio successivo è deportato ad Auschwitz, dove rimane fino alla liberazione, il 27 gennaio ’45. Sopravvive grazie alla generosità di alcuni internati e ai suoi studi, che gli consentono di essere destinato al lavoro nella fabbrica chimica Buna che, come altre, prosperava sfruttando la manodopera gratuita del campo.

Il lager è per lui un’esperienza fondamentale, una “seconda università”, come dirà in numerose interviste. Con la disposizione naturalistica del chimico, Levi è animato dalla curiosità di capire quanto lo circonda, nonostante la violenza della fame, del freddo, delle percosse e di un lavoro che non poteva definirsi tale, ma “una pena, come prendere frustate”. Pur descrivendo la sua come una forza passiva (“quella con cui uno scoglio sopporta l’urto dell’acqua di un torrente”) ad Auschwitz lo scrittore conserva la capacità di pensare; vuole raccontare e testimoniare, negare il proprio consenso al silenzio e all’opera di distruzione e demolizione dell’umano voluta dai nazisti:

Appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere.

Tuttavia, dentro di sé teme che la verità, anche tra le persone più care, possa incontrare rifiuto e indifferenza: è il senso di totale abbandono del prigioniero, dimenticato dal mondo, isolato in una pena non raccolta a cui nessuno pone fine.

Levi parla di Auschwitz come di un esperimento, una gigantesca esperienza biologica e sociale. “Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi e siano quivi sottoposti a un regime di vita identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto  di  più  rigoroso  uno  sperimentatore  avrebbe  potuto  istituire  per  stabilire  che  cosa  sia essenziale  e  che  cosa  acquisito  nel  comportamento  dell’animale-uomo  di  fronte  alla  lotta  per  la vita.”.

In base alla propria esperienza, Levi afferma che i Lager tedeschi non erano un sottoprodotto di condizioni nazionali di emergenza (la rivoluzione nazista prima, la guerra poi), bensì i primi, precoci germogli dell’Ordine Nuovo, in cui alcune razze umane (ebrei, zingari) sarebbero state spente, mentre altre (slavi)

sarebbero state asservite e sottoposte a un regime di degradazione biologica accuratamente studiato, onde trasformarne gli individui in buoni animali da fatica, analfabeti, privi di qualsiasi iniziativa, incapaci di ribellione e di critica.

Levi ci ricorda che in ogni forma di fascismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e a un tempo di negargli ogni valore umano; la celebre frase “Arbeit macht frei”, che campeggiava all’ingresso di Auschwitz, secondo lo scrittore avrebbe dovuto suonare pressappoco così:

Il lavoro è umiliazione e sofferenza, e si addice non a noi, Herrenvolk, popolo di signori e di eroi, ma a voi, nemici del terzo Reich. La libertà che vi aspetta è la morte.

Lo scrittore rifiuta le risposte facili basati su esami frettolosi, non si accontenta di rievocare gli orrori del passato, ma si interroga sui significati, sapendo che le passioni e i comportamenti umani non cambiano mai radicalmente e la storia si ripete: “A molti individui o popoli  può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente.”.

Al centro della sua riflessione pone la dignità e la mancanza di dignità degli esseri umani, l’animo corruttibile dell’individuo ordinario. Non si stanca di ripetere che il mondo del lager non era facilmente divisibile in carnefici e vittime. Gli aguzzini del lager “erano della nostra stessa stoffa, esseri medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi […] ma erano educati al male”. All’altro capo della scala gerarchica, i “sommersi”, prigionieri distrutti dal duro lavoro, dalle percosse e dalle privazioni, nel gergo del campo i “Muselmänner”: “la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero”. Nel mezzo, i “salvati” del lager, che

non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio[…]. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.

Riportiamo di seguito un estratto da un articolo di Fiorenza Loiacono:

Levi dissolve la visione illusoria e rassicurante di un mondo rigidamente diviso fra bene e male, tra buoni e cattivi, introducendo l’immagine di un’ampia fascia di contiguità fra vittime e carnefici, dove lo spazio appare più sfumato, una “zona grigia” di ambiguità e mediocrità, di corruzione, compromesso e asservimento al potere, dove molti perseguitati collaborano con l’autorità nell’opera di annientamento sistematico dei compagni, quei sommersi che – sottolinea Levi – naufragavano senza che nessuno tendesse loro una mano. Auschwitz era il luogo delle schiene voltate, del crollo delle relazioni e del linguaggio, dove “la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente infinitamente solo”, uno strumento o una cosa agli occhi degli altri. Le anime erano state rese “rotte” e “vuote”, dominate; incapaci di “atti di rivolta” e di “parole di sfida”, persino di uno “sguardo giudice” sollevato contro gli aguzzini.

Levi restituisce la sua esperienza perché ritiene necessario un lavoro di consapevolezza, una riflessione accurata sull’origine e il dispiegamento della violenza di massa, alla cui base si trovano il conformismo e l’ubbidienza acritica all’autorità, e l’ambiguità su cui continuamente inciampano gli esseri umani. Secondo Levi, man mano che le condizioni di oppressione si fanno più stringenti e feroci tanto più gli individui si sopraffanno a vicenda, dimenticando la condizione di vulnerabilità che li accomuna, superabile solo attraverso il vincolo morale della solidarietà.

Levi sottolinea come il momento della liberazione, accompagnato dal ripristino del precedente sistema di riferimento morale, non fu né lieto né spensierato ma intaccato dalla vergogna, per quanto, “sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto di cui vergognarsi” dato lo stato di estrema costrizione che schiacciava i prigionieri.

Nella sua analisi lucida e precisa, Levi non escluse dunque la riflessione su se stesso, sulle sue risorse e sulle sue mancanze, costruendo e lasciando in eredità un ampio e prezioso quadro interpretativo su un sistema infernale di iniquità e ingiustizia, che chiuso in se stesso rappresentava “l’estremizzazione della società tout court”, dove nessun limite, nessun correttivo veniva posto al privilegio e all’esercizio della violenza.

 

Silvia Boverini

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Fonti:
www.it.wikipedia.org; G. Papi, “Gli ultimi giorni di Primo Levi”, www.ilpost.it; www.fanpage.it; https://biografieonline.it; www.letteratura.rai.it; F. Loiacono, “L’uomo che conservò la capacità di pensare nell’inferno di Auschwitz”, www.tpi.it; “Primo Levi: non dimenticatemi!”, https://lapoesiaelospirito.wordpress.com; “Etica e condizioni estreme”, www.assemblea.emr.it P. Levi, “Arbeit macht frei”, http://www.primolevi.it, “Se questo è un uomo”, “I sommersi e i salvati”, Einaudi

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