1979: l’ayatollah Khomeini torna in Iran dopo 15 anni di esilio

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che riporta l’ayatollah Khomeini in Iran dopo 15 anni di esilio, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria: “Hich (Niente)”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Una donna, poco più che bambina nel 1979, ricorda in una recente intervista:

La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”!

Ruhollah Musavi nasce a Khomein all’inizio del Novecento; la famiglia, appartenente all’Islam sciita, sosteneva di discendere direttamente dal profeta e Ruhollah e i suoi fratelli si dedicano allo studio approfondito dei testi sacri. Brillante studente, versatile, eccellente nelle materie umanistiche, segue lo studioso islamico Yazdi Ha’iri, che lo porta con sé a Qom (città santa sciita) per farne un insegnante. Ruhollah matura una crescente avversione per lo Scià Reza Pahlavi e il figlio Mohammad che gli succederà nel ‘41, che stanno progressivamente occidentalizzando l’Iran: Khomeini critica apertamente i regnanti, divenendo una figura sempre più influente nella comunità religiosa (“Marja-e Taqlid”, persona da imitare).

Negli anni Sessanta, Mohammad Reza Pahlavi avvia un vasto programma riformista noto come Rivoluzione Bianca, realizzando l’eversione della feudalità, la ridistribuzione delle terre, la nazionalizzazione delle foreste, la privatizzazione di alcune imprese governative, la creazione di un sistema di istruzione universale, gratuito e obbligatorio, l’istituzione di un sistema sanitario che copre tutta la popolazione, l’estensione del diritto di voto attivo e passivo alle donne. Tali riforme intaccano profondamente i privilegi della nobiltà iraniana e del clero islamico sciita. Inoltre, il nuovo diritto di famiglia limita la poligamia e vincola l’istituto del divorzio alle procedure giuridiche dello Stato, mentre l’età minima per il matrimonio viene alzata a 18 anni, nel solco tracciato da Reza Shah, che nel 1936 aveva messo fuorilegge il velo e aperto le università alle donne.

Nel 1963 Khomeini tiene un discorso al vetriolo sostenendo che il popolo iraniano sarebbe stato felice di vedere lo Scià lasciare il paese, additandolo come schiavo degli Stati Uniti e in ottimi rapporti con Israele; per questo attacco diretto viene incarcerato fino all’aprile del ‘64 e in seguito deportato in Turchia, per poi raggiungere la città di Najaf, in Iraq, dove trascorre tredici anni della sua vita. Qui sviluppa le linee guida a fondamento della futura Repubblica Islamica dell’Iran, ma il suo attivismo crea gravi imbarazzi al governo iracheno, che gli intima di abbandonare o la politica o il paese: Khomeini sceglie la seconda opzione e raggiunge Parigi nel 1978.

Nel frattempo, in Iran, sta maturando un clima di profonda avversione verso lo Scià: la brutale repressione contro gli oppositori per mezzo della Savak (la polizia segreta), la corruzione del regime e della monarchia, l’appoggio garantito dagli Stati Uniti e da Israele, la crisi economica con alti livelli di disoccupazione e inflazione e la troppo rapida occidentalizzazione dei costumi provocano, sul finire degli anni ’70, un vasto movimento di protesta composto sia dalla sinistra iraniana (intellettuali, studenti, donne, gruppi marxisti) che dai religiosi fondamentalisti e moderati, movimento che inizialmente lo Scià ritiene di poter fermare con la forza.

I discorsi di Khomeini – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo Scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta.

I dieci giorni che sconvolsero gli equilibri del Medio Oriente, dell’Islam e del mondo iniziano il 16 gennaio 1979 con la precipitosa fuga, ufficialmente per motivi di salute, dello Scià e di sua moglie Farah Diba: poco prima di partire verso gli Stati Uniti, Pahlavi nomina come premier Shahpur Bakhtiar nel vano tentativo di salvare il regime agonizzante. Tutto inutile: il 1° febbraio l’ayatollah Khomeini è accolto da una folla in festa e promette di “prendere a schiaffi questo governo”. L’11 febbraio l’esercito iraniano annuncia il proprio disimpegno dalla lotta. Al primo ministro Bakhtiar non resta che abbandonare il paese. Si compie così l’ “alba dei dieci giorni”, come viene definito il periodo fra il primo e l’11 febbraio di quell’anno (vittoria della Rivoluzione).

Nel marzo 1979 il 98% degli iraniani approva con un referendum la sostituzione della monarchia con una Repubblica Islamica fondata su un sistema duale di potere, in cui l’ultima parola spetta al corpo religioso. L’Iran è il terzo paese in assoluto a diventarlo dopo il Pakistan e la Mauritania, ma il primo governato da religiosi sciiti e non sunniti. Secondo la nuova Costituzione, Khomeini diventa il giurista supremo, di fatto la carica più importante dell’Iran. Con buona pace della dottrina sciita classica, per la quale qualsiasi governo è illegittimo fino al ritorno del Mahdī (il dodicesimo Imam, entrato in occultazione nel X secolo e destinato a tornare alla fine dei tempi) e il corpo religioso ha compiti inerenti soltanto al sacro.

Nel giro di pochi mesi vengono represse le minoranze religiose ed etniche in cerca di autonomia e attaccate le sedi delle organizzazioni di sinistra, gli ex alleati dell’opposizione allo Scià nazionalisti, di sinistra e il clero “moderato” vengono eliminati, politicamente e fisicamente; si limita la libertà di espressione, la musica e ogni influenza culturale occidentale sono messe fuori legge; molte industrie sono nazionalizzate, le leggi e le scuole islamizzate. Ha scritto l’iraniana Farian Sabahi:

A Khomeini spetta dunque il merito, o secondo alcuni la colpa, di aver trasformato lo sciismo da corrente quietista dell’Islam in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo personificato dalle potenze straniere e dall’alta borghesia iraniana.

Quella che solo due anni prima era stata definita dal presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter “un’isola di tranquillità in un mare in tempesta” si trasforma nell’epicentro di un cambiamento epocale in tutta la regione: la rivoluzione costituisce un modello di mobilitazione politica che ispira ovunque movimenti sunniti e sciiti e alimenta la competizione con l’Arabia Saudita.

La nuova Repubblica Islamica si sgancia presto dal sistema di alleanze dello Scià: gli Stati Uniti si ritrovano senza il loro principale alleato in Medioriente e non è un problema da poco, vista l’importanza che la regione ha sul piano della produzione ed esportazione di gas e petrolio. Nel 1979 i rapporti tra Iran e Stati Uniti si rompono del tutto a causa della cosiddetta “crisi degli ostaggi”. La guerra contro l’Iraq, iniziata l’anno seguente, permette ai nuovi leader religiosi di rafforzare il loro potere e alimentare la retorica del “noi” contro di “loro” – spesso per “loro” ci si riferiva non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi.

Oriana Fallaci, unica donna ammessa al cospetto di Khomeini per un’intervista, ha scritto:

Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo […]. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà. […] Il settanta per cento della popolazione iraniana è analfabeta. Vegeta nella miseria materiale e culturale in cui l’ha mantenuta un monarca avido e pazzo che si riteneva l’erede di Serse e sprecava miliardi per incoronarsi a Persepoli. E crede in Dio, nel Corano, nel chador. Non ha mai avuto rispetto per gli intellettuali e i politici che hanno sposato le nostre idee, non ne ha mai seguito gli insegnamenti, forse non ha mai nemmeno saputo che lottavano per un mondo migliore e venivano trucidati dalla Savak. I suoi rapporti sono sempre stati coi mullah e con gli ayatollah […].

Il clero peraltro si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, aveva accumulato un’autentica fortuna grazie alla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti, che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. La rivoluzione del 1979 non è opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ha avuto un ruolo chiave nel cambio di regime e in seguito nel mantenimento dello status quo.

Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv, che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri). Khomeini è inoltre un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause infinite e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico.

Alla Fallaci che gli ricorda che il tanto vituperato Occidente lo aveva pur accolto e protetto a Parigi, domandandogli se non vi sia nulla di buono in esso, l’ayatollah risponde:

Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi.

Khomeini muore il 3 giugno 1989. La rivoluzione islamica ha creato un grande impatto in tutto il mondo. Nel mondo non musulmano ha cambiato l’immagine dell’Islam, generando interesse per la sua politica e spiritualità, insieme a paura e diffidenza verso esso e, in particolare, verso la Repubblica islamica e il suo fondatore.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.it; V. da Rold, “Iran, 35 anni fa la rivoluzione khomeinista. Oggi Teheran è pronta ad aprire al «Satana occidentale»”, www.ilsole24ore.com; E. Zacchetti, “Da dove viene l’Iran” e “Cinque cose per capire l’Iran”, www.ilpost.it; “Trentotto anni fa nasceva la Repubblica Islamica dell’Iran”, www.tpi.it; F. Sesia, “Le condizioni della donna in Iran prima e dopo il 1979”, www.smartweek.it; O. Fallaci, “Ruhollah Khomeini”, Corriere della Sera, 26 settembre 1979; Radio3 – Cuore di tenebra, 20/5/2011, in www.diruz.it/chi-era-ruhollah-khomeini; E. Giunchi, “Il ritorno in patria di Khomeini”, http://fondazionefeltrinelli.it

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