1972, strage di Peteano

Senta, vorrei dirle che xè una machina che la gà due busi sul parabreza. La xè una cinquecento bianca, visin la ferovia, sula strada per Savogna.

La notte del 31 maggio 1972, da un bar di Monfalcone, parte una telefonata anonima ai carabinieri di Gradisca d’Isonzo. Sono le 22.35. Piove a dirotto, quella sera. La prima pattuglia ad arrivare sul posto segnalato è quella dei militari dell’Arma di Gradisca, con l’appuntato Mango e il carabiniere Dongiovanni. L’utilitaria è visibile in un viottolo di terra battuta, subito dopo una curva. Mango decide di chiamare il suo ufficiale, il tenente Tagliari, che parte accompagnato dal brigadiere Antonio Ferraro e dal carabiniere Donato Poveromo. Successivamente arriva una terza pattuglia da Gorizia.

Tagliari decide di dare un’occhiata all’interno, trova la leva che apre il cofano e tira. La leva, scattando, fa scoppiare una bomba nascosta nel portabagagli. Ferraro, 31 anni, siciliano, sposato da poco e in attesa del primo figlio; Poveromo, 33 anni, lucano, anche lui con la moglie incinta; Dongiovanni, di Lecce, 23 anni: i tre sono investiti in pieno dall’esplosione e fatti a pezzi. L’ufficiale, protetto dalla portiera aperta, resta gravemente ferito. Le salme vengono portate nella caserma dei carabinieri, le bare allineate sul biliardo.

Questa è la strage, o più correttamente l’eccidio di Peteano. È uno dei drammatici episodi di quella collaborazione tra terroristi di destra e apparati dello Stato che va sotto il nome di “Strategia della tensione”. E forse l’unico su cui oggi sappiamo (quasi) tutto.

In quei primi anni Settanta questo piccolo angolo di Nord Est non è particolarmente politicizzato: la vita scorre tranquilla, in assenza di benessere, sul confine; la criminalità è di piccolo calibro, furti maldestri, risse, piccole vendette. Gorizia è una città povera. Quando si spargerà la notizia che per l’attentato è stata usata una Cinquecento rubata e imbottita di esplosivo saranno in tanti a commentare, senza cinismo e sgranando gli occhi, “I gà usà una machina nova! Una Cinquecento!”.

Il contesto storico-politico italiano si presenta invece assai intricato.

Il nuovo presidente della repubblica, Giovanni Leone, è stato appena eletto con i voti (contrattati sottobanco ma poi rivendicati pubblicamente) del MSI, il partito neofascista; il 14 marzo muore in circostanze mai chiarite Giangiacomo Feltrinelli; il 7 maggio ‘72 si svolgono le elezioni anticipate, con pesanti provocazioni delle destre un po’ ovunque (a Pisa la polizia, schierata a difesa di un comizio missino, uccide a botte Franco Serantini); dopo il voto si vara un “debole” governo di centro-destra guidato dal democristano Andreotti e dal liberale Malagodi, che in Parlamento saranno spesso salvati in extremis dai voti missini. Il 17 maggio a Milano viene ucciso il commissario Calabresi.

Intanto le inchieste sulla strage di piazza Fontana sono costrette a prendere atto che gli anarchici non c’entrano e che bisogna imboccare la pista nera, fin dall’inizio protetta da molti esponenti dei “servizi”; fra gli uomini della destra collegati alle stragi si fa il nome di Pino Rauti, eletto in Parlamento con il MSI.

Nel febbraio ‘72 si registra lo scioglimento dell’intero comando della Terza armata, ritenuta completamente infiltrata da fascisti. Intanto Graham Martin, ambasciatore degli USA mandato da Nixon per “mettere ordine” in Italia, finanzia Vito Miceli, allora capo dei servizi segreti e manovratore di molti fili che collegano estrema destra, forze dell’ordine e delinquenza comune. Nel Paese tira una “preoccupante aria da golpe” che spinge alcuni gruppi dell’estrema sinistra ad armarsi.

In questo clima, a dirigere le indagini per l’attentato di Peteano è il colonnello Dino Mingarelli, già braccio destro del generale De Lorenzo e in tal veste custode dei nominativi per gli arruolamenti (illegittimi) di neofascisti da affiancare ai carabinieri nel colpo di Stato (“Piano Solo”) previsto per l’estate del ’64 e abortito all’ultimo minuto.

Mingarelli dirige subito l’inchiesta verso gli ambienti di Lotta continua di Trento, ma dalla magistratura milanese giunge l’informazione secondo cui l’attentato è opera di un gruppo terrorista triestino di estrema destra; l’indicazione era stata fornita da Giovanni Ventura, arrestato per la strage di Piazza Fontana, tuttavia il colonnello la scarta, su ordine del SID – il servizio segreto italiano -, chiude la pista nera e ne apre subito un’altra. C’è un gruppetto di sei balordi che i carabinieri tenevano già d’occhio: eccoli, i mostri.

Il 1° aprile ’74 si apre un processo che non deve essere politico, ma la battaglia politica comincia subito. L’avvocato della difesa Nereo Battello accusa Mingarelli di aver sospeso le indagini a destra per ordini giunti dall’alto, di non avere ascoltato come testimone Giovanni Ventura e mette in luce gli errori clamorosi commessi durante le indagini. Il processo si conclude con l’assoluzione per insufficienza di prove, che diverrà una definitiva assoluzione con formula piena nel ‘79. Dopo la conclusione del primo grado di giudizio per il colonnello Mingarelli giunge la promozione a generale. I sei imputati lo denunciano per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini.

I responsabili materiali dell’attentato di Peteano furono Vincenzo Vinciguerra, Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, aderenti al gruppo eversivo neofascista Ordine Nuovo: la verità si sa solo dodici anni dopo l’eccidio e solo grazie a una spontanea assunzione di responsabilità di Vinciguerra, che, latitante dal ‘74, si costituisce nel ‘79 con l’espressa volontà di non compromettere con la latitanza la sua dignità di militante rivoluzionario. Al momento della confessione egli si trova in carcere per il tentato dirottamento all’aeroporto di Ronchi dei Legionari dell’ottobre ‘72, concluso con la morte dell’ex-paracadutista Boccaccio e la fuga di Cicuttini.

Vinciguerra si assume la responsabilità per “fare chiarezza”, avendo capito che tutte le precedenti azioni dell’estremismo di destra, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate da quello stesso regime che si proponeva di attaccare. La confessione gli costa la condanna all’ergastolo. Solo quando la condanna passa in giudicato e non c’è più la possibilità di ricevere benefici in cambio di rivelazioni, collabora.

Ecco, allora c’è una precisazione da fare. L’attentato di Peteano non ha le connotazioni della strage. È strage sul piano giuridico […] perché il numero dei morti poteva essere indeterminato. […] Però non è strage, nel senso che l’attentato colpisce per la prima e unica volta un apparato militare dello Stato. In un posto solitario, dove viene esclusa la possibilità di colpire i civili e ha una finalizzazione esclusivamente di opposizione al regime, cioè non si colpisce l’apparato militare del regime per dare la possibilità al regime di sfruttare quest’attentato. […] Di fronte alla Commissione stragi, Francesco Cossiga ha dovuto ammettere che dopo l’attentato di Peteano iniziò il percorso di divaricazione tra l’Arma dei carabinieri e il SID da un lato, e la destra dall’altro. Cioè l’Arma dei carabinieri pur tacendo, occultando le prove, depistando le indagini, insieme ad altri apparati dello Stato (Ministero dell’interno, Guardia di Finanza) prese atto che dall’estrema destra gli era venuto un attacco di quella gravità. E cominciò a prendere le distanze. Quindi a definire l’attentato di Peteano una strage si confondono un po’ le idee alle persone nel senso addirittura di far credere che l’attentato di Peteano avesse le stesse finalità della strage di Piazza Fontana, della strage di Bologna, della strage dell’Italicus. Esattamente l’opposto.

Cicuttini, condannato all’ergastolo in contumacia, viene catturato ventisei anni dopo la strage, con uno stratagemma, ed estradato in Italia, dove muore nel 2010. È accertato che il segretario del MSI Almirante gli abbia fatto pervenire 35.000 dollari, durante la latitanza, per sottoporsi a un intervento alle corde vocali onde impedirne il riconoscimento come autore della telefonata che aveva attirato i carabinieri nella trappola di Peteano. Accusato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico, Almirante si avvale per anni dell’immunità parlamentare per evitare il processo (che invece condanna l’avvocato che fece da tramite), fino ad essere amnistiato in quanto ultrasettantenne.

Nei vari filoni processuali, per Peteano vengono condannati alcuni militanti per la partecipazione all’organizzazione armata Ordine Nuovo; un perito e svariati ufficiali dei Carabinieri, per falsa testimonianza; ma soprattutto è accertata con sentenza passata in giudicato l’opera di depistaggio nelle indagini svolta dal generale Mingarelli, dal colonnello Chirico, dal maresciallo Napoli e dal colonnello Santoro, condannati per favoreggiamento, falso, soppressione di atti e peculato.

Come ha scritto il senatore Pellegrino nella sua relazione della Commissione Stragi,

può ritenersi un fatto storico accertato […] l’illecita copertura attribuita agli estremisti di destra da parte di alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, tra questi il col. Mingarelli, [così come] certo, o almeno estremamente probabile, deve ritenersi altresì che altro settore degli apparati, e cioè il SID, conoscesse l’identità dei colpevoli fin dal 1972.

Per un simile spiegamento di coperture eccellenti a un eccidio di uomini dello stato, una spiegazione sembra offrirla la scoperta della struttura di Gladio, emersa proprio durante le indagini del giudice Casson sulla strage di Peteano. Dalla cava di Aurisina, scoperta pochi mesi prima dell’attentato e poi identificata come uno dei nascondigli di Gladio, potrebbe esser giunto l’esplosivo impiegato nell’attentato. I depistaggi servivano a impedire che venisse alla luce la struttura segreta, che aveva complesse ramificazioni proprio nel nordest, la zona più esposta alla “minaccia comunista”? Secondo Vinciguerra, il Ministero degli interni e la polizia di stato hanno dato l’ordine di disinteressarsi di Peteano. Sono state fatte sparire le prove, le lettere anonime che descrivevano gli attentatori.

Nell’ordinanza di rinvio a giudizio il giudice veneziano Felice Casson scrive:

Troviamo ancora una volta carabinieri, servizi segreti, magistrati, politici, fascisti di vario genere, concorrenti nelle protezioni e negli aiuti accordati a personaggi e a movimenti eversivi fin dagli anni Sessanta, anche in relazione a gravissimi episodi delittuosi quali una strage, o a movimenti di stampo neofascista con fini non sempre chiari e non sempre in contrasto con il potere legale.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; “Almirante, il protettore dei terroristi fascisti che uccisero i carabinieri”, www.globalist.it; “31 maggio 1972: strage di Peteano”, www.labottegadelbarbieri.org; G. Cecchetti, “Per la strage di Peteano condannati due alti ufficiali”, https://ricerca.repubblica.it; F. Fain, “La strage di Peteano, 45 anni di dolore”, https://ilpiccolo.gelocal.it; www.ilpost.it; M. Vittorelli, “Do you remember Peteano?”, www.nazioneindiana.com; G. Carotenuto, “Via Giorgio Almirante, terrorista”, www.gennarocarotenuto.it

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