1968, la Valle del Belice dopo il sisma

Il violento sisma che colpì la Valle del Belìce [ne abbiamo parlato ieri] non si esaurì nella devastazione della notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968: nel periodo 14 gennaio – 1º settembre furono registrate strumentalmente 345 scosse, tra cui 81 con magnitudo pari o superiore a 3.

A quel tempo la zona interessata non era considerata critica dal punto di vista sismico e il terremoto fu inizialmente sottovalutato nella sua entità. Il terremoto del Belice fu il primo grande “caso” del dopoguerra che mise a nudo l’impreparazione dei soccorritori, l’inerzia dello Stato, e portò alla luce una realtà sconosciuta, quella della Sicilia rurale e arretrata: tutto il Paese scoprì una regione povera e lontana dai fasti del boom economico.

Nei giorni immediatamente successivi al terremoto gli organi di stampa posero unanimemente l’accento sulla mancanza di qualsiasi piano d’intervento, tra ricorrenti sovrapposizioni di competenze e insensate competizioni tra le autorità civili e quelle militari o tra esponenti del governo regionale e funzionari del governo: quantità enormi di generi alimentari e attrezzature di soccorso furono concentrate dove non vi erano particolari bisogni, mentre dalle località più colpite si levavano drammatiche richieste di invio di soccorsi e materiali. Le disfunzioni e i ritardi ebbero tuttavia il merito di offrire lo spunto per avviare sulla stampa nazionale un vasto dibattito sulla legge di riordino del settore della protezione civile, la cui discussione era bloccata in Parlamento per contrasti fra diversi gruppi politici.

A dieci giorni dalla violenta scossa del 15 gennaio erano state impiantate 11 tendopoli, che accoglievano più di 16.000 persone, e gli sfollati ricoverati nei centri di raccolta (scuole, alberghi, edifici pubblici e case private) erano quasi 14.000; molti vennero sopraffatti da malattie respiratorie o dalla disperazione, poiché nelle baracche si viveva in condizioni degradanti.

Se ai dati relativi alla popolazione nelle tendopoli e nei centri di raccolta si aggiunge il numero di coloro che se ne erano andati – circa 10.000 persone – si ha un totale di circa 40.000 individui che avevano perso la residenza, su un totale di 80.000 residenti nelle aree maggiormente danneggiate. Le autorità facilitarono in ogni modo il movimento migratorio, concedendo biglietti ferroviari gratuiti e rilasciando, senza formalità o addirittura a vista, i passaporti. Con questa linea di condotta si accolsero le richieste dalla gente, ma soprattutto si percorreva la strada più semplice per attenuare la pressione sociale nei paesi devastati; contro questa strategia dell’abbandono si pronunciarono le organizzazioni locali degli agricoltori e le associazioni sindacali. Tra le conseguenze a medio termine si accentuò la tendenza all’accentramento della popolazione nelle città e lo spopolamento nelle campagne: iniziò l’afflusso di manodopera nordafricana impiegata nei lavori agricoli stagionali, che colmò i vuoti causati dall’emigrazione nelle schiere del bracciantato agricolo.

I decreti legge e la legge-quadro per la ricostruzione (n. 241 del 18 marzo 1968) indicarono le località di Montevago, Gibellina, Poggioreale e Salaparuta come centri da trasferire completamente; furono, invece, classificati come paesi soggetti a parziale trasferimento dell’abitato Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Sambuca di Sicilia, Calatafimi, Salemi, Vita, Camporeale e Contessa Entellina.

Non sempre però le scelte operate si dimostrarono valide e svariati fattori contribuirono ad accentuare le difficoltà della ricostruzione. Il potere decisionale e gestionale della ricostruzione fu accentrato nelle mani dello stato, che delegò il compito all’ISES, un istituto che si occupava di edilizia scolastica. A sua volta, l’ISES delegò all’Ispettorato per le zone terremotate, un ente appositamente creato alle dipendenze del Ministero dei Lavori Pubblici. Molti furono gli operatori, pubblici e privati, ai quali furono affidate competenze, causando sovrapposizioni e conflitti che ebbero l’effetto negativo di rallentare le operazioni svalutando, di fatto, l’entità dei finanziamenti concessi dallo Stato. La precaria situazione economica delle zone danneggiate, venendo a mancare l’effetto volano dei capitali locali e dei consumi, non favorì il formarsi di un nuovo tessuto socio-economico integrato. La mancanza in loco di materiali da costruzione fondamentali, quali ferro e cemento, ritardò ulteriormente l’opera di ricostruzione. Sul finire del 1973, solo il 10% degli alloggi necessari era stato edificato; per di più, questi alloggi non potevano essere assegnati in quanto non erano state ultimate le necessarie opere di urbanizzazione primaria (strade, acquedotti, reti elettriche) ed erano completamente assenti i servizi amministrativi e commerciali.

 

Nel 1975, l’Ispettorato fece sapere che i fondi erano stati tutti spesi per le opere di urbanizzazione: a otto anni dal terremoto ancora nessuna casa era stata ricostruita con i soldi dello stato. Il coordinamento dei sindaci del Belice continuò a fare pressione per ricevere i fondi necessari, che arrivavano sempre con il contagocce: solo la legge 120 del 1987, su richiesta dei sindaci, equiparerà i contributi per i terremotati del Belice a quelli del Friuli o dell’Irpinia.

Nel 1976, secondo i dati riportati dalla Commissione Lavori Pubblici della Camera dei Deputati, solo 225 abitazioni erano state assegnate e molte delle infrastrutture, “cattedrali nel deserto” sulle quali si erano concentrati gli interventi, giacevano inutilizzate: un caso emblematico fu l’Asse del Belice, una grande strada che attraversa la Valle e si ferma in aperta campagna. Oltre 47.000 cittadini risiedevano ancora nelle baraccopoli: le ultime 250 baracche saranno distrutte nel 2006.

Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero ricostruiti altrove. Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile di migliaia di persone venne sconvolta. Cambiò anche il paesaggio del Belice: da un lato le “new town” con le grandi piazze e le lunghe strade, dall’altro le tracce di ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. Un coacervo di fattori fece di fatto fallire l’“utopia urbanistica” dei progettisti della ricostruzione.

Ma il Belice è stato molto altro. È stato teatro delle lotte non violente di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori per le dighe, il lavoro e la scuola; dell’attivismo di Lorenzo Barbera contro la speculazione sulla ricostruzione e in favore del servizio civile al posto di quello militare; artisti e progettisti hanno lavorato per attuare un sogno utopistico su Gibellina, i comitati locali hanno promosso progetti di ricostruzione dal basso in contrasto con la gestione ministeriale del governo da una parte e i tentativi della mafia di intercettare le risorse dall’altra. Tra una serie infinita di piani di ricostruzione, turbolente manifestazioni dei comitati a Roma e a Palermo, scioperi fiscali e proteste antileva, il Belice ha provato a cambiare il suo destino e a diventare una valle verde ricca di vigneti e ulivi.

Nell’introduzione al libro “Belice” di Anna Ditta, si legge

che Danilo Dolci aveva capito tutto del sistema clientelare-mafioso della Sicilia occidentale. Che un sindaco chiese ai tre fornai del paese di fare il pane per tutti, e due dissero no. Che ai soccorsi parteciparono insieme ‘carabinieri e capelloni’. Che arrivò a un certo punto tra i terremotati una signora ‘dall’accento toscano’ e con il camion pieno di pannolini. Che si può avere nostalgia della vita nelle baracche, perché lì, raccontano le donne, ‘la vita di comunità era bellissima’.

Il sisma, metafora di rivoluzione, fu sentito come il principio di un’opera di ricostruzione morale e sociale, la possibilità di mettere in pratica le teorie della modernità più avanzata in sintonia con quanto andava maturando da anni in quell’area della Sicilia occidentale. Si ritrovarono nelle lotte contro il potere democristiano colluso con la mafia quanti, già tra il 6 e il 12 marzo del 1967, avevano partecipato alla Marcia per la Sicilia occidentale da Partanna a Palermo, 180 chilometri attraverso vari comuni.

Il Belice divenne un laboratorio del Sessantotto. Le idee urbanistiche e artistiche s’inserirono in un processo innovativo di autocoscienza popolare. Come nelle fabbriche, nelle aule e nei campus universitari, si sperimentò la democrazia diretta dell’assemblearismo, che trovò voce nella prima radio libera italiana, la locale “Radio dei Poveri Cristi”. Inefficiente, lontano, corrotto, ottusamente repressivo, lo Stato fu dichiarato fuorilegge perché non rispettava diritti e impegni e la protesta nonviolenta prese le forme dello sciopero fiscale. I ministri subirono processi popolari e furono “condannati” a trascorrere del tempo con le famiglie dei baraccati (nessun politico si offrì di scontare tale “pena”). Le visite delle autorità furono contestate perché passerelle propagandistiche. I giovani del Belice che dovevano fare il servizio militare conquistarono per la prima volta in Italia il diritto al servizio civile.

Furono lunghi anni di sofferenza, rabbia, lotte e disubbidienza civile, per uscire dalle tende nel fango, e poi dalle baracche. Il Belice divenne luogo di scontro politico, simbolo dell’impegno degli intellettuali, punto di riferimento delle avanguardie artistiche e rivoluzionarie, tirocinio per i sessantottini soprattutto palermitani. Nel corso degli anni la Valle offrì il suo sostegno a Franca Viola, che rifiutò il matrimonio riparatore con il mafioso che l’aveva rapita, e qui donne come Piera Aiello e Rita Atria trovarono il coraggio di dare una svolta alla loro vita diventando testimoni di giustizia. Come racconta Anna Ditta, oggi il Belice è feudo del capomafia castelvetranese Matteo Messina Denaro ed è una terra che i giovani continuano ad abbandonare; è, questa, una regione sconosciuta ai più che bisogna raccontare e conoscere.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; G. di Girolamo, Introduzione a A. Ditta, “Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia”, Infinito Edizioni; E. Guidoboni e G. Valensise, “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni”, Bonomia University Press; “I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice”, www.ingvterremoti.wordpress.com; F. Nicastro, “Belice, una ferita ancora aperta dopo mezzo secolo”, www.ansa.it; S. Scalia, “Belice, la terra del terremoto laboratorio dell’utopia del ’68”, www.lasicilia.it; G. Marinaro, “Cinquant’anni dopo il terremoto, cosa resta della tragedia del Belice”, www.agi.it; “Diario civile. Il sisma dei poveri cristi. Cinquantanni dal terremoto del Belìce”, www.raiplay.it

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