1967, strage di Cima Vallona

Dobbiamo fare i conti con questi intrichi di identità, con le nostre memorie selettive, con matasse piene di nodi.
(Wu Ming 1, “Cent’anni a nordest”)

L’unione di Terra e Sangue provoca il tetano (Karl Kraus)

Il 25 giugno 1967 il silenzio della notte su Cima Vallona, località alpina al confine tra Veneto e Trentino Alto Adige, fu squarciato da una potente esplosione. Dal presidio di Santo Stefano di Cadore fu inviata una pattuglia composta da alpini, artificieri e finanzieri, che riscontrò l’abbattimento di un traliccio dell’alta tensione; avvicinandosi a piedi alla struttura crollata, la squadra fu investita dalla deflagrazione di un ordigno collocato sotto un mucchio di ghiaia: l’alpino radiofonista Armando Piva morì dopo un giorno d’agonia.

All’epoca, il movimento indipendentista altoatesino compiva frequenti attenti dinamitardi, perlopiù contro infrastrutture dello stato, e, per contrastarlo, era stata costituita la Compagnia Speciale Antiterrorismo, di stanza a Laives, composta da Carabinieri, Agenti di Pubblica Sicurezza, Finanzieri, Alpini e Sabotatori Paracadutisti, selezionati per le loro particolari capacità e addestrati ad operare in montagna e in situazioni estreme. Una squadra di quattro uomini della Compagnia Speciale fu immediatamente inviata in elicottero a Cima Vallona per raccogliere indizi; scendendo dal luogo dell’attentato a piedi lungo l’unico sentiero, i militari incapparono in un secondo ordigno nascosto: il sottotenente Di Lecce, il capitano Gentile e il sergente Dordi morirono sul colpo, mentre il sergente Fagnani rimase gravemente ferito.

Sul luogo dell’esplosione furono trovate due tavolette di legno con incisa una rivendicazione a firma dell’organizzazione terroristica separatista altoatesina BAS (Befreiungsausschuss Südtirol, Comitato per la liberazione del Sudtirolo):

Voi non dovrete avere mai più la barriera di confine al Brennero. Prima dovete ancora scavarvi la fossa nella nostra terra.

Le indagini condotte in Italia attribuirono l’attentato a una cellula terroristica di quattro persone (un austriaco e tre tedeschi) riconducibili al BAS, e nel ’70 la Corte d’Assise di Firenze comminò in contumacia tre ergastoli e una condanna a 24 anni di reclusione per banda armata, strage e altri reati minori. I tre tedeschi, riconosciuti come esecutori materiali, si trovavano in Austria, dove, a seguito di forti pressioni diplomatiche italiane, furono processati secondo il diritto austriaco e assolti per insufficienza di prove.

Recentemente è uscito un libro su Cima Vallona, basato su ricerche di archivio, in cui si sostiene l’innocenza delle quattro persone condannate. All’epoca la polizia italiana impedì a quella austriaca di compiere sopralluoghi sul luogo dell’attentato e la proposta austriaca di istituire una commissione mista di indagine venne respinta. Secondo alcune fonti, almeno uno dei presunti terroristi, Peter Kienesberger, “era sul libro paga dei servizi segreti italiani”; è inoltre comprovato che a una decina di chilometri dal luogo dell’attentato si celava un deposito di armi ed esplosivi (Nasco) di Gladio: il giudice Mastelloni, indagando sulla struttura Stay Behind, appurò la presenza in Alto Adige dei servizi segreti fin dal ’62, quando il generale De Lorenzo vi inviò gli uomini del Sifar.

Della questione altoatesina (1946-‘92) si conoscono gli aspetti politico-diplomatici e di tutela delle minoranze, mentre è stato quasi completamente trascurato il lato militare clandestino. Dalla fase iniziale, spontaneistica e autoctona, a quella organizzata dal BAS, fino alla fase conclusiva – la più cruenta – d’ispirazione neonazista e pangermanista, quella del terrorismo sudtirolese è una pagina rimossa della recente storia nazionale, spesso segnata da equivoci e letture riduttive. Eppure, interessò per oltre dieci anni (1956-‘67) un’area ben più vasta della regione Trentino-Alto Adige, dove ebbe il suo epicentro; i semplici numeri – oltre 300 attentati, 9 vittime tra le forze dell’ordine e almeno una decina di stragi evitate in modo fortuito – dimostrano che non fu un fenomeno circoscritto, riconducibile a un esiguo gruppo di nostalgici. Fu un tempo di guerra, con alberghi requisiti e trasformati in caserme, il coprifuoco e la necessità di visti d’ingresso dall’Austria, nonché accuse di torture praticate per estorcere confessioni, con almeno due morti sospette tra gli arrestati.

Una “questione regionale” che, oltre ai protagonisti locali, vide via via schierati la politica, l’esercito, i servizi segreti, le diplomazie d’Italia e Austria, l’intera alleanza atlantica. Con la guerra fredda il confine del Brennero era divenuto gradualmente un avamposto dell’occidente contro un’ipotetica invasione dall’Est, nel timore di un crollo della fragile Austria qualora fosse stata attaccata dalle forze sovietiche. La preoccupazione degli USA per la crescita del Partito Comunista Italiano indusse la necessità di controllare militarmente quel confine, e l’escalation terroristica nell’area fornì un’incontestabile motivazione ufficiale per farlo: recenti studi storici hanno individuato la presenza diretta e il coinvolgimento di diversi servizi segreti europei nel provocare tensioni nella regione.

Il governo italiano, con l’appoggio della NATO, finì per promuovere una lunga e segreta campagna di guerra cosiddetta non ortodossa. Le ragioni dell’irredentismo sudtirolese furono zittite e strumentalizzate e la piccola “Heimat” al di qua del Brennero divenne un laboratorio di sperimentazioni politico-militari: l’Alto Adige fu probabilmente il banco di prova per la strategia della tensione attivata dai servizi segreti internazionali in collaborazione con le diverse formazioni dell’estrema destra italiana ed europea.

Le questioni internazionali concorsero a radicalizzare gli opposti nazionalismi che si fronteggiavano attorno a quel confine sin da quando, nel novembre 1918, sulla base degli accordi internazionali stipulati prima dell’entrata in guerra, l’Italia aveva occupato l’attuale provincia di Bolzano e portato il confine a nord fino al Brennero, includendo nel nuovo stato nazionale una consistente minoranza di lingua tedesca, legata per cultura e tradizioni allo scomparso impero austriaco. Dopo un periodo incerto fino al ‘21, il brusco cambiamento fu rappresentato dall’avvento al potere del fascismo, quando essere veri italiani al cento per cento divenne obbligatorio per tutti senza condizioni. Nei quasi cent’anni successivi, nessun governo italiano si è mai ufficialmente scusato per i molti delitti compiuti dal regime fascista in Alto Adige.

Scrive oggi Wu Ming 1:

Sul confine […] è tutto più denso, più netto e più estremo. Il nazionalismo italiano di confine è molto più forte; a Trieste e Bolzano i fascisti sono superfascisti. Ogni fenomeno si manifesta in modo più radicale perché è un territorio di conflitto tra narrazioni, e la mia narrazione deve essere ben tornita, densa, dura per poter essere usata come oggetto contundente contro l’altro. Partendo dai margini, dalle estremità, la visione è molto più chiara di quella che avresti partendo dal centro. La storia d’Italia la capisci meglio dai confini – da Trieste, da Bolzano, dalla Val Susa. La storia dell’unificazione nazionale, la storia delle guerre, dei confini rinegoziati la capisci dai confini stessi, non la capisci da Roma.

L’Italia ha un confine di terra quasi completamente montuoso. Il fatto che sui loro crinali corra il confine nazionale ha sovraccaricato le Alpi di una congerie di significati simbolici, allegorici: sono diventate prima territori da contendere, poi i baluardi della nazione. Eppure, l’identificazione della linea di confine con il crinale di una montagna o la linea di displuvio è un fenomeno recente, del XVIII secolo; prima di allora, in genere i confini includevano le montagne, per il semplice motivo che il potere politico le ignorava: non erano considerate importanti, non erano simboli e quindi non potevano essere marcatori di nulla.

Sarà il nazionalismo italiano e poi il fascismo a farsi portatore di discorsi sulla montagna che in realtà riguardavano l’identità nazionale, lo “spazio vitale” della nazione: si costruì una narrazione secondo la quale Alto Adige e Istria erano “naturalmente” italiani, e dovevano solo essere riportati dalla parte giusta. A voler essere precisi, come rileva lo storico Matteo Melchiorre, il confine culturale e storico tra mondo mitteleuropeo e mondo mediterraneo non è mai stato al Brennero, ma molto più giù, tra Veneto e Trentino, dove un tempo correva la frontiera tra la Repubblica di Venezia e l’Impero austroungarico: oggi è solo un confine regionale, ma fino al 1918 era una falda geopolitica, e le tracce di quel passato aiutano a capire il territorio, la sua storia, come si è evoluto e conformato.

C’è poi un altro aspetto paradossale, nella retorica nazionalista attorno ai patri confini montani: essi coincidono con lo spartiacque alpino per buona parte della loro lunghezza. Lo spartiacque attraversa ghiacciai perenni, molti dei quali si stanno sciogliendo a causa del cambiamento climatico prodotto dall’uomo. Quando i ghiacciai cambiano morfologia lo spartiacque si sposta, e con esso si spostano i confini, che in molti casi non coincidono più con le loro rappresentazioni sulla cartografia ufficiale. Per affrontare il problema, l’Italia, l’Austria e la Svizzera hanno introdotto il concetto di “confine mobile”, riconoscendo implicitamente l’instabilità di elementi topografici, come lo spartiacque, che si pensava fossero permanenti. E in nome dei quali ancora oggi si ritiene di poter affermare, con la forza militare o della legge, una politica di supremazie nazionali, sopraffazioni e poteri di esclusione.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; M. Ferrari, E. Pasqual, A. Bagnato, “A Moving Border”, Columbia Books on Architecture and the City; “La visione dal basso. Una conversazione tra Wu Ming 1 e Italian Limes su clima, territorio, confini, esplorazioni”, www.wumingfoundation.com; G. Flamini, “Brennero connection”, Editori Riuniti, 2003; www.piantiamolamemoria.org; R. Bianchin, “Quel killer fu pagato dai servizi”, https://ricerca.repubblica.it; www.labottegadelbarbieri.org; G. Punzi, “Alto Adige, passaporti e dinamite, due destre per lo stesso territorio”, www.remocontro.it; M. Marcantoni, G. Postal, “Südtirol. Storia di una guerra rimossa (1956-1967)”, Donzelli ed., 2014

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