1944, bombe su Berlino

Il Governo di Sua Maestà non farà mai ricorso ad attacchi indiscriminati e deliberati contro donne, bambini e civili, eseguiti a scopo terroristico.

(Arthur Neville Chamberlain, Primo Ministro inglese, 1939)

 

Nella notte tra il 20 e il 21
gennaio 1944, oltre 700 aerei della Royal Air Force inglese sganciarono circa
2300 tonnellate di bombe sulla città di Berlino: l’azione, che sotto il profilo
strategico non risultò particolarmente efficace, non era la prima e non fu
l’ultima.

Le forze aeree alleate avevano infatti intrapreso una campagna di bombardamenti strategici sulla Germania allo scopo di fiaccare il morale della popolazione e indebolire l’industria bellica.
Alcune incursioni aeree sulla capitale tedesca erano già state compiute nel
1940, durante la battaglia d’Inghilterra, quando gli inglesi avevano reagito
agli attacchi dell’aviazione del Reich, ma un vero e proprio piano di
bombardamenti su larga scala della Germania cominciò a diventare operativo solo dal 1942.

La conferenza di Casablanca (gennaio ’43) sancì l’inizio di un’offensiva combinata con le forze da bombardamento pesante della United
States Army Air Force che, sotto la guida del generale Carl Spaatz, contribuirono a distruggere, con continui attacchi diurni in grandi formazioni, obiettivi sensibili (quali raffinerie, stabilimenti e vie di comunicazione), per poi concentrarsi sui caccia tedeschi e ciò che vi ruotava attorno (aeroporti, fabbriche aeronautiche, riserve di carburante); la RAF continuò invece a colpire le città.

L’affinamento delle tecniche d’incursione
aerea, anche con l’impiego di bombe incendiarie e agenti chimici come il
fosforo bianco, dispiegò i suoi devastanti effetti sulla Germania nazista fino
a culminare negli attacchi ad Amburgo del 1943 e a Dresda del febbraio
1945, in cui furono volutamente perseguite tattiche per far registrare un
altissimo numero di perdite umane.

In particolare, quella che viene
ricordata come la battaglia aerea di Berlino ebbe inizio nel novembre del 1943, diretta dall’Air Marshall Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command della RAF inglese. Di lui si racconta che nella notte del bombardamento di Londra, nel ‘40, osservando la città in fiamme, avesse detto a un suo subalterno:

Chi semina vento, raccoglierà tempesta.

Sir Harris non fece mai mistero del
suo intento di spezzare completamente la resistenza della Germania, impiegando i bombardieri per distruggere in modo sistematico anche zone non ritenute obiettivi bellici, e a tale proposito, nel suo libro “Bomber Offensive” scrisse:

non abbiamo mai scelto una determinata
fabbrica, come obiettivo […]; la distruzione d’impianti industriali è qualcosa di più, una specie di premio, il nostro vero bersaglio era sempre il centro della città.

D’altra parte, Roosevelt e
Churchill avevano da poco firmato un documento redatto dal Comitato dei Capi
degli Stati Maggiori delle nazioni alleate, nel quale si demandava ai comandi
delle aviazioni americane e inglesi “la distruzione e la disorganizzazione del
sistema militare, industriale ed economico nonché la demoralizzazione del
popolo tedesco, fino a ridurne le capacità di resistenza armata”; il documento lasciava inoltre una “certa libertà d’azione nelle incursioni aeree”.

Per una vittoria finale sul terzo
Reich, Harris non credeva nei bombardamenti di precisione che gli americani effettuavano di giorno, ad alta quota, su obiettivi militari, perciò l’aviazione inglese si accollò, in generale, le operazioni notturne, lasciando ai colleghi statunitensi quelle diurne; egualmente, egli non riponeva molta fiducia nell’impiego dell’Esercito, né tantomeno della Marina: la sua strategia
d’elezione furono i bombardamenti indiscriminati.

In una guerra convenzionale, la
popolazione civile poteva essere esposta al rischio non perché attaccata
direttamente, ma per la sua prossimità a una battaglia o a una struttura
d’interesse militare. Un bombardamento aereo poteva essere diretto contro
obiettivi connessi allo sforzo bellico del nemico (forze e opere militari,
comandi, industrie, fonti energetiche, comunicazioni, depositi, trasporti,
centri governativi) e comportare possibili ma non intenzionali vittime civili; al contrario, era considerato bombardamento indiscriminato un attacco che non prevedesse alcun obiettivo militare definito e fosse rivolto contro la popolazione, in genere con l’intento di corroderne il morale. La differenza fra i due tipi di attacchi risiedeva nelle rispettive finalità, belliche nel primo caso e terroristiche nell’altro, e non nel numero dei civili uccisi.

Nel periodo compreso tra novembre
1943 e marzo 1944 il Bomber Command compì sedici attacchi su Berlino. Quell’inverno fu particolarmente nuvoloso e contribuì a celare le città tedesche agli occhi degli equipaggi inglesi: le condizioni climatiche, la distanza della città dalle basi britanniche e l’efficacia della caccia tedesca protessero parzialmente la città. Nonostante le devastazioni, la battaglia di Berlino non fu un successo per gli angloamericani. Le perdite di velivoli furono costantemente alte, con punte anche del 10% rispetto gli aerei impiegati, il Bomber Command perse 2.690 uomini e circa 1.000 furono i prigionieri di guerra, la produzione industriale tedesca continuò ad aumentare fino all’estate del ‘44 e la guerra continuò. Berlino non aveva un centro storico antico, i suoi viali erano larghi e le case erano spesso dotate di pareti tagliafuoco; inoltre la
città era potentemente difesa dalla contraerea e i suoi servizi antincendio
erano oltremodo efficienti; non si ebbero quindi gli effetti registrati ad Amburgo, né la percentuale di vittime sulla popolazione urbana fu paragonabile
a quella di Amburgo o  Dresda, nondimenosi stima che tutta l’offensiva abbia causato un totale di 25.000 vittime nella città.

La Germania fu la prima nazione
su cui fu sperimentata la guerra aerea in modo sistematico; i tedeschi
utilizzarono ogni riparo scavato nel sottosuolo per sopravvivere alla guerra
aerea: cave, grotte, pozzi, magazzini a volta, cantine.

Il solo bombardamento notturno a
tappeto da parte dell’aviazione inglese causò in tutto il Paese la morte di almeno
570.000 civili (635.000, secondo altre fonti), dei quali 100.000 con un’età
inferiore ai 14 anni. Sotto le bombe degli Alleati caddero anche circa 42.000
lavoratori coatti nelle fabbriche del Reich: ebrei, malati infettivi,
prigionieri di guerra e lavoratori stranieri (coatti e non) non erano ammessi nei rifugi antiaerei e, dopo l’8 settembre, il privilegio di accesso fu
revocato anche agli italiani. Alle vittime si aggiunsero più di dieci milioni
di senzatetto. Quaranta agglomerati urbani, oltre a centinaia di piccoli
centri, furono annientati per oltre il 50%. Le devastazioni subite dalla Germania nel corso della seconda guerra mondiale per mano delle forze aeree Alleate riguardarono anche il patrimonio artistico-culturale del paese: ogni città colpita registrò ingenti danni o crolli a monumenti, palazzi antichi, chiese, luoghi di interesse storico-artistico, musei e interi centri storici.

Stando al nazista Alfred
Rosenberg, la guerra aerea aveva il merito di far partecipare attivamente il
popolo al conflitto; Hitler sostenne in seguito che

quanto meno la popolazione
ha da perdere, tanto più fanaticamente combatterà.

In base agli ordini emanati
dal ministro della Propaganda Joseph Goebbels, i morti causati dagli attacchi
aerei furono chiamati “caduti”, come i militari al fronte, sepolti con gli
onori militari e, a volte, premiati con la Croce di Ferro alla memoria.

 

Sei ancora quello della pietra

e della fionda

uomo del mio tempo.

Eri nella carlinga, con le ali maligne,

le meridiane di morte,

t’ho visto, dentro il carro di fuoco,

alle forche, alle ruote di tortura.

T’ho visto eri tu,

con la tua scienza esatta

persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo.

Hai ucciso ancora,

come sempre,

come uccisero i padri […].

(Salvatore Quasimodo, “Uomo del
mio tempo”, 1946)

 

Silvia Boverini

Fonti:

A. Rao, “Bombardate il Terzo Reich!”, www.storiologia.it; www.comedonchisciotte.org; www.it.wikipedia.org; S. Quasimodo,
“Uomo del mio tempo”, in “Giorno dopo giorno”

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