1939, invasione tedesca della Cecoslovacchia

La mattina del 15 marzo 1939, le truppe tedesche entrarono nei territori cecoslovacchi di Boemia e Moravia, senza incontrare resistenza; il giorno seguente, dal Castello di Praga Hitler proclamò l’istituzione di un protettorato tedesco sulle due regioni.

Così, tra tensioni interne, aggressioni straniere e disinteresse di comodo delle maggiori potenze europee, la Cecoslovacchia indipendente che era stata idealizzata dai suoi padri fondatori come unico baluardo della democrazia, circondata da regimi fascisti e autoritari, finì di essere annientata. Era stata condannata dai suoi detrattori come insostenibile creazione artificiale degli intellettuali: in effetti, la Cecoslovacchia interbellica comprendeva terre e popoli ben lontani dall’essere integrati in un moderno stato-nazione; inoltre, la componente dominante dei cechi, che avevano sofferto la discriminazione durante la dominazione asburgica, non fu in grado di relazionarsi con le istanze delle altre nazionalità, anche se è da riconoscere che alcune delle richieste delle minoranze servirono come mero pretesto per giustificare l’intervento della Germania nazista. Ciononostante, la Cecoslovacchia era stata in grado di mantenere un’economia fiorente, con un PIL superiore anche a quello italiano degli anni Trenta, e un sistema politico democratico.

Il pretesto per la spartizione del territorio cecoslovacco furono le supposte privazioni sofferte dalla popolazione tedesca residente nelle regioni di confine nel nord e nell’ovest, i cosiddetti “tedeschi dei Sudeti” (più di tre milioni di persone). La Cecoslovacchia, formatasi dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico con il Trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919), era uno stato multietnico costruito intorno a una regione abitata prevalentemente da Cechi e da Slovacchi; altre minoranze di lingua ungherese, polacca, rutena e tedesca si trovavano sparse lungo i confini e nessuna di esse gradiva l’atteggiamento egemone dell’elemento ceco, nemmeno gli slovacchi, i più vicini ai cechi per lingua e cultura: questo rendeva fragile lo stato.

In particolare, i tedeschi dei Sudeti, che rappresentando il secondo gruppo etnico più popoloso ambivano allo status di nazione riconosciuta, diedero luogo a un crescente attrito con la maggioranza ceca. Nell’ottobre ‘33 a Konrad Henlein fu richiesto di dirigere un nuovo movimento che assorbisse gli altri partiti tedeschi, il Fronte Patriottico dei Sudeti, che si portò progressivamente su posizioni sempre più filo-hitleriane, fino a diventare uno strumento del Drang nach Osten, ovvero della politica nazionalsocialista di espansione verso est, ottenendo quasi subito un vasto consenso elettorale. Nel ‘38 Henlein fu incaricato da Hitler di avanzare pretese inaccettabili in nome dei tedeschi dei Sudeti, con lo scopo di aumentare la tensione interna e destabilizzare la fragile democrazia cecoslovacca, affinché i Sudeti potessero “ritornare nel Reich”.

Dopo l’ingrandimento del Terzo Reich con l’Anschluss,  l’annessione dell’Austria del marzo 1938, il territorio cecoslovacco era venuto a trovarsi in una nuova posizione strategica, come la punta di una freccia che penetrava fin quasi al centro della grande Germania, e, in un’ottica bellica, veniva considerato come una potenziale portaerei straniera al servizio degli stati nemici dei tedeschi, come Francia e Regno Unito, legati diplomaticamente e militarmente allo stato slavo: di qui l’urgenza, da parte di Hitler, di occupare questo stato prima di altri, nell’ambito della sua politica di espansione territoriale verso i territori slavi, condotta cercando di evitare il più a lungo possibile uno scontro armato con le potenze nemiche.

Di fatto, anche Francia e Regno Unito apparivano restie a confliggere apertamente, e lo stesso Anschluss non suscitò significative prese di posizione. Il governo inglese era disponibile ad accettare una revisione dei confini tedeschi fissati nel 1919, a patto che ciò non alterasse eccessivamente l’equilibrio politico europeo nel suo complesso: il primo ministro Neville Chamberlain sosteneva la politica dell’appeasement, disponibilità alla pace a qualunque costo. Essa nasceva dalla consapevolezza che, se fosse scoppiata una nuova guerra, l’Inghilterra ne sarebbe uscita stremata e, anche in caso di vittoria, con ogni probabilità avrebbe perso l’impero. Chamberlain credette che le richieste dei tedeschi dei Sudeti fossero giuste e che le intenzioni di Hitler fossero limitate, e il governo francese non volle affrontare la Germania da solo.

Sia Gran Bretagna che Francia consigliarono alla Cecoslovacchia di accondiscendere alle richieste dei sudeti, ma il presidente Beneš resistette. Dopo tentativi di mediazione falliti, mobilitazioni di truppe sul confine, ultimatum, capitolazioni e tumulti popolari, il 28 settembre Chamberlain chiese a Mussolini di intervenire presso Hitler per convincerlo a partecipare a una conferenza che avrebbe affrontato il problema. Si incontrarono il giorno successivo a Monaco di Baviera, con i capi di governo di Francia e Regno Unito; il governo cecoslovacco non fu invitato né consultato. Il 29 settembre fu siglato l’Accordo di Monaco da Germania, Italia, Francia e Regno Unito. Il governo cecoslovacco capitolò il 30 settembre, e acconsentì ad adeguarsi all’accordo, che prevedeva che la Cecoslovacchia dovesse cedere il territorio dei Sudeti alla Germania.

A Monaco si trattò di un incontro tra grandi potenze, ognuna delle quali seguiva un proprio programma consono ai propri obiettivi generali: l’interesse della Cecoslovacchia come stato non risultò mai in primo piano. I rappresentanti delle potenze occidentali si sforzarono di trovare un modus vivendi con la Germania, senza rendersi conto del fatto che dalla sicurezza della Cecoslovacchia dipendeva la loro stessa sicurezza. Il governo cecoslovacco fu così condannato ad  accettare il Diktat; l’opinione pubblica mondiale, in quel periodo, era lungi dal preoccuparsi per un piccolo paese dell’Europa centrale.

La politica delle grandi potenze occidentali non fu catastrofica soltanto per la Cecoslovacchia, ma spianò la strada all’espansionismo hitleriano su tutto il continente. Nel discorso pronunciato al suo ritorno da Monaco, Chamberlain proclamò: “Credo che sia la pace per il nostro tempo”; pessimisticamente lungimirante, Winston Churchill non fu dello stesso avviso: “Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra.”.

Come stabilito, Hitler annesse i territori dei Sudeti nell’ottobre del 1938. Quasi in contemporanea la Polonia costrinse la Cecoslovacchia a cedere alcune aree mentre l’Ungheria occupò in novembre alcuni territori slovacchi e, nel marzo ‘39, la Rutenia subcarpatica. Nel novembre ‘38, Emil Hácha fu eletto Presidente della Seconda Repubblica, rinominata Ceco-Slovacchia e consistente di tre parti: Boemia e Moravia, Slovacchia e Ucraina carpatica. A causa della mancanza di frontiere naturali e avendo perso tutto il costoso sistema di fortificazioni di confine, il nuovo stato era militarmente indifendibile.

Hitler, che puntava alla guerra con la Polonia, necessitava di eliminare prima la Cecoslovacchia; pianificò l’invasione di Boemia e Moravia, negoziando con slovacchi e ungheresi per preparare lo smembramento della repubblica. In base a tali accordi, il 14 marzo ’39 la Slovacchia si dichiarò indipendente, con la protezione tedesca. L’Ucraina carpatica dichiarò anch’essa l’indipendenza, ma le truppe ungheresi la occuparono il 15 marzo; il 23 marzo occuparono invece la Slovacchia orientale. Hitler convocò il Presidente Hácha a Berlino e lo informò sull’imminente invasione tedesca; minacciando un attacco della Luftwaffe su Praga, lo persuase a ordinare la capitolazione dell’esercito cecoslovacco.

Le truppe tedesche entrarono a Praga, annettendo il resto della Boemia e della Moravia, trasformate in un protettorato tedesco; a est fu creato un regime-fantoccio in Slovacchia: quasi tutta la Cecoslovacchia si trovava sotto il controllo di Hitler. Anche se nessuna reazione immediata venne da Francia o Regno Unito, di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale. Chamberlain cambiò atteggiamento e condannò finalmente il “tradimento” di Hitler. Litvinov, ministro degli esteri sovietico, a nome del suo governo, propose a Gran Bretagna, Francia, Turchia, Polonia e Romania di costituire una coalizione per fermare altre aggressioni tedesche: erano evidenti le mire naziste, ma gli inglesi giudicarono prematura l’iniziativa e la Polonia non accettò di entrare in una coalizione alla quale partecipasse l’URSS.

Con la Cecoslovacchia veniva cancellato dalla carta geografica uno dei pochi stati democratici rimasti in Europa, nonché l’unico in Europa centro-orientale. La conferenza di Monaco aveva posto le basi per la fine di una millenaria convivenza, in Boemia e Moravia, tra popolazioni ceche e tedesche: dopo il secondo conflitto mondiale, queste ultime saranno espulse dal paese.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.italia-resistenza.it; F. Vighi, “Quel maledetto 1939”, www.patriaindipendente.it; S. Romano, “Francia nel 1939 e Italia nel 1943: un confronto”, www.corriere.it; “L’occupazione dell’Austria e della Boemia”, www.assemblea.emr.it; www.it.wikipedia.org

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