1922, Strage di Torino

Il 18 dicembre Torino (e l’Italia dotata di memoria storica) ricorda la strage compiuta in città da squadre fasciste nel 1922: nell’arco di tre giorni, secondo le fonti ufficiali, undici antifascisti furono uccisi e una trentina feriti, nel corso di quella che all’epoca fu accreditata come una rappresaglia per l’uccisione di due fascisti, ma probabilmente fu una vera e propria azione punitiva preordinata contro gli oppositori politici e la stessa città di Torino, poco incline al neo-costituito regime.

Il Piemonte, nel suo complesso, era stato sufficientemente “normalizzato” dalle aggressioni mirate alle sedi di partito, di sindacato, dei circoli e della stampa della sinistra, che raggiungevano spesso lo scopo di intimidire e disperdere militanti e simpatizzanti, i quali finivano in buona parte per non partecipare più alla pubblica attività  politica, lasciando il campo libero ai fascisti e a coloro che nel fascismo avevano creduto di individuare la forza che avrebbe liberato l’Italia dal “pericolo rosso”. Era stato il caso di città come Alessandria, Biella, Novara, ma non di Torino.

In autunno il nuovo prefetto della città, Carlo Olivieri, aveva fatto perquisire la sede del giornale gramsciano “L’Ordine Nuovo”, guadagnandosi la benevolenza degli industriali che da più di un anno finanziavano il Fascio torinese. Il 28 ottobre squadre fasciste torinesi avevano disarmato una cinquantina di alpini davanti alla Caserma Rubatto, allontanandosi indisturbati con il bottino. Il giorno dopo fu devastata la sede de “L’Ordine Nuovo” sotto gli occhi del capo della squadra politica della Questura e del vice-questore; seguirono assalti e saccheggi dei negozi alimentari gestiti dall’Alleanza Cooperativa Torinese, storica cooperativa della sinistra cittadina, diretta espressione dell’Associazione Generale Operaia, conclusi con l’incendio della Camera del Lavoro nella notte del 2 novembre. Il 29 novembre veniva ucciso il comunista Pietro Longo.

Intanto nella FIAT la fine delle grandi commesse di guerra aveva gettato sulla strada 1.300 operai e il rinnovamento tecnologico aveva aumentato la produttività senza che a essa seguissero incrementi salariali. Rimaneva il problema delle commissioni operaie presenti nelle fabbriche e molto meno accomodanti dei sindacalisti riformisti; l’ex tribuno socialista Benito Mussolini – che da otto anni percepiva finanziamenti da agrari e industriali – minacciava: “gli operai hanno creduto di doversi e potersi rendere estranei alla vita nazionale […]. Se vi saranno minoranze ribelli e faziose che cercheranno di opporsi, esse saranno inesorabilmente colpite”. Quest’ordine non era certo nuovo, sulla bocca di Mussolini, ma ora aveva il crisma dell’ufficialità  e dell’autorevolezza data dal potere conferitogli dal re e dalla maggioranza del Parlamento.

In questo clima sociale e politico, la sera del 17 dicembre 1922, Francesco Prato, comunista militante noto per il temperamento battagliero e insofferente ai soprusi, fu atteso per strada da tre fascisti che gli spararono colpendolo a una gamba; si difese sparando a sua volta, ferendone mortalmente due.

La mattina dopo, 18 dicembre, si potevano vedere nelle strade del centro “gruppi di camicie nere provenienti da altre città : essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti.”. Una cinquantina di camicie nere della squadra d’azione “La Disperata”, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fecero irruzione all’interno della Camera di Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, furono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.

Di qui ebbe inizio una serie di incursioni, sia nelle strade che nelle abitazioni: i fascisti iniziarono ad attaccare con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine avevano deciso di adottare in un vertice in Prefettura poche ore prima.

 

 

 

 

 

 

Il primo ad essere colpito fu Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, caricato in macchina e portato in aperta campagna, per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.

Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fece irruzione in un’osteria di via Nizza, perquisendo e identificando i presenti: Ernesto Ventura, in possesso della tessera del partito Socialista, e Leone Mazzola, il gestore del locale che tentò di opporsi, furono uccisi, così come l’operaio Giovanni Massaro, rincorso fin dentro la sua abitazione.

In serata Matteo Chiolero, fattorino e comunista, venne freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi della moglie e della figlia di due anni. Il comunista Andrea Chiomo fu prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada per i capelli e massacrato di botte, finito con una fucilata alla schiena. Emilio Andreoni, operaio di 24 anni, fu prelevato dalla sua abitazione (devastata alla presenza della moglie e del figlio di un anno) e ucciso poco fuori Torino. Matteo Tarizzo, 34 anni, venne sorpreso nel sonno dall’irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua. Furono uccisi anche l’ex brigadiere dei carabinieri Angelo Quintagliè, colpevole di avere stigmatizzato l’ assassinio del Berruti, l’artigiano Cesare Pochettino, “denunciato calunniosamente come comunista”, e l’operaio Evasio Becchio.

Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città, ma di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, fu sequestrato e picchiato selvaggiamente; verso mezzanotte, incapace di muoversi ma ancora vivo, fu legato a un camion e trascinato sull’asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.

Durante la giornata del 18 dicembre e per i due giorni successivi molte altre persone vennero ferite, anche in modo grave, e furono assaltati il Circolo comunista di Borgata Nizza e il Circolo dei Ferrovieri.

Alla luce di quanto accaduto, l’omicidio dei due fascisti compiuto da Francesco Prato apparve a molti un mero pretesto per mettere in atto un piano preordinato con la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine. Lo stesso Brandimarte dichiarò a “Il Popolo di Roma” due anni dopo che l’operazione era stata “ufficialmente comandata e da me organizzata […]: noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia”.

Il 22 dicembre il governo Mussolini emanò un decreto con cui i responsabili di reati di natura politica venivano amnistiati, a condizione che i fatti delittuosi fossero stati commessi “per un fine, sia pure indirettamente, nazionale”. Pertanto, i crimini fascisti, essendo stati commessi per fini “non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale”, non erano punibili, mentre lo erano quelli eventualmente commessi da “sovversivi”, essendo essi volti ad “abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale”. Questo mostro giuridico fu subito controfirmato da re Vittorio.

Messi così al sicuro i responsabili degli omicidi, il fascismo poteva anche permettersi un’inchiesta sui fatti, non per accertare il loro reale svolgimento, ma per definire e sistemare i rapporti di potere all’interno del Fascio torinese. Una parte di quei dirigenti non sopportava infatti lo strapotere del quadrumviro De Vecchi e cercò, con il pretesto degli “eccessi” delle azioni squadristiche, di limitarne il ruolo e, se possibile, di farlo cadere in disgrazia presso lo stesso Mussolini. La documentazione della seduta del Gran Consiglio che esaminò la relazione Giunta-Gasti non è pervenuta: fu evidentemente distrutta a suo tempo per eliminare quanto di penalmente rilevante poteva essere contenuto in quei verbali. Ma le decisioni prese attestano che De Vecchi riuscì vincitore nello scontro con i suoi avversari interni: il Fascio torinese fu sciolto ma ricostituito ai vertici con uomini della sua corrente. De Vecchi, rimasto comandante della Milizia e ras piemontese, confermò Piero Brandimarte come console della Milizia e quadrumviro del Direttorio torinese.

Diventato console della Milizia, al momento della caduta del fascismo nel ‘43 Brandimarte fu denunciato per borsa nera; nella sua abitazione venne rinvenuto un vero tesoro di generi alimentari, di liquori, di oggetti preziosi, di denaro; a salvarlo furono l’occupazione tedesca e la Repubblica di Salò. Il massacratore di Torino si fece poi sorprendere, alla Liberazione, mentre si nascondeva a Brescia; rinviato a giudizio per gli omicidi di Torino, cinque anni dopo veniva condannato a 26 anni e tre mesi, benché avesse negato di avere organizzato la strage. Nell’aprile del ‘52, tuttavia, la Corte di Appello di Bologna lo assolse per insufficienza di prove. Ancora peggio si sarebbe fatto alla sua morte, nel 1971, quando gli furono resi gli onori militari: “Brandimarte, che nel frattempo s’era messo a fare il rappresentante, se ne andò come un eroe”.

Alle vittime è stata intitolata a Torino la piazza XVIII Dicembre, sulla quale si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa. Sul cantone dell’edificio all’angolo con via Cernaia, fu apposta una lapide commemorativa, di fronte alla quale, ogni anno, il 18 dicembre, si svolge una commemorazione ufficiale da parte del Comune, dei Sindacati e delle Associazioni della Resistenza. Una seconda lapide è stata fissata, nel 2006, al piano interrato dell’ingresso nord alla stazione della metropolitana “XVIII dicembre”. Sulla lapide si legge: “Ai martiri dell’eterna libertà”.

 

Silvia Boverini

Fonti:
“18 Dicembre 1922: la strage di Torino”, www.infoaut.org; M. Novelli, “1922 Torino: la prima strage nera”, www.ricerca.repubblica.it; www.anpi.it; www.ita.anarchopedia.org

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