17 novembre 1973: repressa nel sangue la “Rivolta del Politecnico” di Atene

“Venite a prenderle”: così, usando le stesse parole di Leonida alle Termopili, il 17 novembre 1973 gli studenti in rivolta asserragliati nel Politecnico di Atene risposero ai militari che intimavano loro di deporre le armi.

Il movimento studentesco greco era uno dei gruppi sociali più esposti nella contestazione contro la Giunta dei colonnelli, che aveva preso il potere sei anni prima: la prima tangibile manifestazione dell’intensità di quella resistenza, con una vasta risonanza internazionale, si era avuta nel 1970, in piazza Matteotti a Genova, quando lo studente di geologia Kōstas Geōrgakīs si uccise dandosi fuoco in segno di protesta.

Il golpe militare del 21 aprile 1967 fu l’esito di trent’anni di lacerazione e incertezze. In base agli accordi di Jalta, nel dopoguerra l’influenza politica nella penisola era stata attribuita per il 70% al Regno Unito (in accordo con gli Stati Uniti) e per il restante 30% ai sovietici; in assenza di un indirizzo politico chiaro e di una casa reale autorevole, le preesistenti tensioni sociali sfociarono in una guerra civile (1945-49). In realtà, Stalin considerava la Grecia una pertinenza occidentale e fornì scarso supporto alle formazioni comuniste locali, mentre il Regno Unito intervenne militarmente favorendo la vittoria del governo monarchico, per poi disimpegnarsi dall’area lasciandola, di fatto, sotto l’influenza statunitense. L’ingerenza americana negli anni della Guerra Fredda produsse una forte struttura anticomunista nei servizi segreti militari greci, con tutte le caratteristiche di un’operazione stay-behind.

Alla metà degli anni Sessanta il governo di centro di Andreas Papandreou entrò in crisi, reso ancora più instabile dalla congiuntura economica e dalle divergenze con il nuovo sovrano, il giovane Costantino II; iniziò una stagione turbolenta, di governi incapaci di ottenere la fiducia in parlamento, tentativi di alleanze improbabili e proteste popolari. In tale clima, fu gioco facile, per un gruppo di colonnelli e generali dell’esercito greco, dare il via ad un fulmineo colpo di stato che lasciò esterrefatto il paese, irritati i sovietici e “ironicamente divertiti” gli americani, che in ciò vedevano la nascita di un altro dichiarato alleato contro il comunismo. Atene e i ministeri della capitale caddero in poche ore, così come i vertici dell’esercito. Nel pomeriggio la stessa residenza del re fu assediata dai blindati e i colonnelli impiegarono qualche ora a convincere il giovane sovrano a legittimare la giunta militare come nuova guida del paese.

Il nuovo governo soppresse immediatamente le libertà civili e di stampa, mentre iniziavano gli arresti di massa, che nei giorni successivi al golpe arrivarono a oltre 10.000 tra oppositori, vecchi leader politici e intellettuali. Si instaurò un regime para-fascista guidato da Georgios Papadopulos: i riferimenti ideologici erano chiaramente ispirati al militarismo mussoliniano, la propaganda era simile a quella del ventennio, si invitavano i giovani alla carriera militare, si mitizzava la storia antica della Grecia, si reprimevano tutte le forme di libera associazione ed espressione.

Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Čechov, Gorki e tutti i russi, il “chi è?”, la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera “Ζ” che vuol dire “è vivo” in greco antico.
(Voce narrante nel film “Z – L’orgia del potere”, Costa-Gavras, 1969)

Sul piano internazionale, la Giunta dei colonnelli si mantenne ancorata alla NATO, con il benestare di USA, Gran Bretagna e Germania Ovest, nonostante gli appelli all’ONU dei paesi scandinavi per le violazioni continue dei diritti umani. L’alleanza con gli Stati Uniti portò nei primi anni della dittatura a una certa spinta in campo economico, con sostanziosi investimenti americani nell’industria e nelle infrastrutture, mentre Papadopoulos cercò di stimolare il turismo internazionale e ridare lustro all’immagine del paese, offuscata dalle notizie circa il largo impiego di violenze e torture contro gli oppositori.

La crisi economica dei primi anni ’70 e i primi periodi della distensione internazionale fecero mancare gradualmente il terreno sotto i piedi al governo dei colonnelli. In aggiunta alla prevedibile opposizione da sinistra, il regime dovette anche affrontare il dissenso dei vecchi partiti della destra fedeli alla corona e degli uomini d’affari danneggiati dall’isolamento internazionale in cui venne a trovarsi la Grecia, oltre al malcontento della classe media, colpita dalla crisi economica che i militari furono incapaci di affrontare, malgrado i consistenti aiuti provenienti dagli USA.

 

 

 

 

 

 

 

 

I tentativi di Papadopoulos di modernizzare il paese e concedere alcune libertà democratiche generarono una spaccatura all’interno della giunta golpista, oltre a rafforzare la capacità organizzativa degli oppositori e in primis degli studenti, che furono all’origine della rivolta del Politecnico di Atene del novembre 1973.

La mobilitazione degli universitari contro il regime seguiva di alcuni mesi quella attuata dagli studenti di giurisprudenza e il successivo brutale sgombero dalla facoltà manu militari. Questa volta l’apparato repressivo della dittatura non riuscì a intervenire immediatamente e migliaia di lavoratori, studenti medi e di altre facoltà accorsero al quartiere Exarchia in sostegno agli occupanti; durante le giornate del 14, 15 e 16 continuarono a susseguirsi assemblee, iniziative, furono barricati gli ingressi dell’università, venne attivata una stazione radio che trasmetteva in tutta la zona di Atene. Psomi – Paideia – Eleftheria (pane, istruzione, libertà) le parole d’ordine della rivolta che risuonavano per la capitale, mentre un messaggio ripetuto chiamava a raccolta la popolazione:

Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza e della nostra sofferenza contro la dittatura e per la democrazia.

La Giunta dei colonnelli impose la legge marziale e sospese la fornitura di energia elettrica a tutta la città, ma il Politecnico era dotato di generatori di emergenza, subito messi in funzione, e la protesta crebbe di intensità e partecipazione, tanto da spingere il governo a far circondare il quartiere dall’esercito, in modo da fermare l’afflusso di gente.

Alle tre di notte del 17 novembre, furono inviati i carri armati contro gli occupanti. Gli studenti, arrampicati sui cancelli dell’entrata principale, cercarono di bloccare l’avanzata dei tank appellandosi ai soldati, con gli altoparlanti e alla radio: “Fermatevi … non potete assassinarci, siamo vostri fratelli, combattiamo per la libertà. Soldati, fratelli nostri, com’è possibile che spariate sui vostri fratelli? Che sia versato sangue greco? Fratelli no …”; altri cantavano l’inno nazionale, interrotto bruscamente dal carro armato che sfondò l’ingresso del Politecnico.

La repressione fu brutale. Contemporaneamente allo sgombero, nel resto della città si moltiplicarono le barricate e gli scontri. Ventiquattro persone furono uccise tra i manifestanti all’esterno dell’edificio (molte di più, secondo altre fonti), i feriti furono centinaia; tra le vittime anche un bambino di 5 anni, ucciso dal colpo di fucile di un soldato durante i rastrellamenti che seguirono; il diciannovenne Michael Mirogiannis fu assassinato a sangue freddo con un colpo di pistola alla testa a pochi metri dal Politecnico dal colonnello Nikolaos Dertilis, secondo la testimonianza dell’autista del militare al processo che si sarebbe tenuto anni dopo, a democrazia ripristinata.

Al termine degli scontri, l’ala dura della Giunta decise la deposizione di Papadopoulos, sostituito dal generale Dimitrios Ioannidis, che pretese di ritornare alla “purezza” originaria del regime, imponendo nuovamente coprifuoco, legge marziale, repressione poliziesca.

Invisa ormai alla maggioranza dei paesi occidentale e agli Stati Uniti che le avevano voltato le spalle, la dittatura scivolò sul fallimentare tentativo espansionistico nei confronti di Cipro del luglio ’74; l’insuccesso portò alla deposizione di Ioannidis e al ritorno in patria del leader moderato in esilio Karamanlis, che guidò la Grecia verso il ritorno alla democrazia vincendo largamente le elezioni politiche del novembre 1974. I militari golpisti furono sottoposti a regolare processo e condannati; il generale Ioannidis fu anche riconosciuto responsabile per il massacro del 17 novembre.

La rivolta del Politecnico di Atene viene celebrata ogni anno con tre giorni di festeggiamenti. Le manifestazioni in ricordo degli eventi del 17 novembre 1973 si concludono con il tradizionale corteo verso l’ambasciata americana nel centro di Atene, una protesta simbolica per il sostegno offerto al regime dei colonnelli da parte degli Stati Uniti.

 

Silvia Boverini

Fonti: www.wikipedia.org; “La rivolta del Politecnico ad Atene”, www.ilpost.it; “17 novembre 1973: lo sgombero del Politecnico occupato ad Atene”, www.infoaut.org; “Εδώ Πολυτεχνείο! – Qui Politecnico! La rivolta degli studenti del Politecnico di Atene (1973), www.puntogrecia.gr; G. Casagrande, “Atene 17 novembre del 1973: venite a prenderle”, www.globalist.it; E. Frittoli, “Grecia: 50 anni fa il golpe dei colonnelli”, www.panorama.it; E. Terzi, “Ieri accadde: laureati in libertà al Politecnico di Atene”, www.articolo21.org; D. Bellegra, www.nuovaresistenza.org

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