Cos’è che trasforma un mondo libero in una cupa prigione

10 novembre, ore 12,45 Port Horcourt: 9 appesi

Era un drammaturgo, uno scrittore e un poeta. Era e non è più. Infatti, nel 1995, all’età di 54 anni (era nato il 10 ottobre 1941), il 10 novembre alle 12,45 il boia, piuttosto inesperto, avendo fatto male il nodo scorsoio, impiccò per ben cinque volte l’intellettuale Ken Saro-Wiwa, prima che il suo collo si spezzasse, uccidendolo in pochi secondi. Durante i quattro precedenti tentativi di esecuzione, il poeta, mezzo soffocato, era rimasto vivo.

Con lui vennero impiccati altri 8. Non erano scrittori, drammaturghi e poeti come Ken Saro-Wiwa, ma come lui vennero giustiziati quel 10 novembre di 23 anni fa, in una caserma di Port Harcourt, città della Nigeria meridionale.

La condanna da parte del tribunale militare si basò sulla testimonianza di alcune persone (che successivamente ritrattarono, ammettendo di essere state costrette a dichiarare il falso), secondo le quali Ken Saro-Wiwa aveva ordinato l’uccisione di quattro persone, durante degli scontri avvenuti nell’ambito di un tentativo di assalto al palazzo in cui si svolgeva un vertice di capi di alcune comunità del Biafra.

Ammazzati perché mettevano «sotto processo la Shell»

Ken Saro-Wiwa aveva fondato il Movimento non violento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, circa 500 mila persone che vivono nel Delta del Niger, in quella zona della Nigeria che costituisce uno stato interno ad essa e che si chiama Rivers.

Gli Ogoni si opponevano pacificamente alla devastazione dell’ambiente e, in particolare, a quella distruzione dell’ecosistema del Delta, che è provocata dalle perdite di petrolio dagli stabilimenti presenti nella regione: dal 1958 la Shell, infatti, estraeva petrolio nel territorio del delta del fiume Niger e gli Ogoni, oltre ad essere avvelenati dall’inquinamento provocati dagli impianti industriali, erano stati costretti con la violenza a sgomberare.

Un “tipico” esempio di sfruttamento, rapina e devastazione neocoloniale: la stretta connessione tra razzismo ambientale e genocidio

Questa emigrazione realizzata manu militari e la devastazione del territorio e dei suoi abitanti costituiscono un esempio da manuale del neo-colonialismo: danno, cioè, l’esatta evidenza di come esso nient’altro sia che rapina e omicidio su larga scala.

Il Delta del Niger, infatti, è ricchissimo, ma le sue risorse non finivano allora, come non finiscono ora, nelle tasche della sua popolazione, né portavano alcuna forma di progresso o beneficio per gli Ogoni e per gli altri nigeriani. Solo l’1% della popolazione nigeriana traeva (e trae) giovamento – anzi si arricchiva notevolmente – dall’estrazione del petrolio in quell’area. Si trattava (e si tratta) dei vertici dell’amministrazione civile e militare della Nigeria, governata allora dal generale e presidente Sani Abacha, uno dei più spietati, corrotti e avidi dittatori africani.

Il “reato” commesso da Ken Saro Wiwa era, quindi, quello di puntare i riflettori sulla corruzione letale dei governi nigeriani e sulla bieca “politica” della Shell che faceva nella sua terra ciò che mai e poi mai le sarebbe avrebbe osato e le stato permesso di compiere in occidente.

Non a caso la sua era un’accusa esplicita di razzismo ambientale e di genocidio. E per avere reso i suoi concittadini ed il mondo intero consapevole di questa verità ha perso la vita. La Shell l’accusava di essere “troppo emotivo”.

Ken Saro-Wiwa non poteva accettare che una terra così ricca non desse di che vivere ai suoi abitanti, arricchendo, invece, soltanto i grandi azionisti delle società petrolifere straniere e i pochi governanti nigeriani implicati negli affari delle compagnie petrolifera, grazie ad un capillare sistema di corruzione.

Così, Saro-Wiwa scrisse drammi, romanzi, poesie e anche fiction televisive, riscuotendo un apprezzabile successo. Ma non era sufficiente. Il furto e l’avvelenamento proseguivano indisturbati, così come le violenze dirette e indirette sul popolo.

Signor Presidente – scrisse –, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perché io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l’ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni.

La grande manifestazione: 300 mila in piazza

Il 4 gennaio del 1993, dopo essere stato rilasciato dalla prigione, dove era stato rinchiuso senza aver subito un processo, Saro-Wiwa, con il suo movimento non violento riuscì a portare in piazza oltre 300 mila persone. Protestavano contro le devastazioni ambientali e la cacciata di migliaia di contadini e pescatori dalle zone da parte della anglo-olandese Shell.

Arrestato ancora, l‘ultima volta nel maggio del ‘94,  venne accusato di aver incitato all’omicidio di alcuni presunti oppositori del Movimento. Come abbiamo visto, venne impiccato con altri 8 attivisti prima che scadessero i termini per la presentazione di ricorsi alla condanna.

Nel ‘96  un avvocato del Center for Constitutional Rights di New York fece causa alla Shell per dimostrarne il coinvolgimento nell’impiccagione di Saro-Wiwa. Nel maggio 2009 la Shell patteggiò accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari, dichiarando però il risarcimento non costituiva un’ammissione colpevolezza, ma un contributo al “processo di riconciliazione”[1][3]

Le ultime parole di Saro-Wiwa

Prima di morire Saro Wiwa affermò

«Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra».

Il corpo di Saro-Wiwa non fu restituito ai famigliari, ma venne sepolto in una fossa comune. Però, il funerale fu celebrato e nella bara vennero posti i suoi libri e la sua pipa.

L’opposizione alla distruzione del Delta del Niger non è finita con la morte di Ken Saro-Wiwa, ma la forma della lotta politica e non violenta ha assunto la fisionomia e il carattere di una guerriglia. Falde acquifere, corsi d’acqua, foreste, mangrovie e campi coltivati, indispensabili per il sostentamento degli abitanti, subiscono, infatti, un inquinamento costante. Aggravato dal gas flaring, un processo in cui il gas associato alla produzione di petrolio viene bruciato liberando ingenti quantità di anidride carbonica.

Il Delta del Niger oggi

Dal febbraio 2006 il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (Mend) ha attaccato gli oleodotti e le installazioni industriali delle JointVenture di cui fanno parte la Shell e l’Agip, realizzando il sequestro di tecnici lì impiegati, inclusi quelli stranieri.

Una sentenza della Corte di Giustizia della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) del dicembre 2012 ha stabilito che le compagnie e le Joint Venture petrolifere che operano in Nigeria (Nigerian National Petroleum Company, Shell Petroleum Development Company, ELF Petroleum Nigeria ltd, AGIP Nigeria PLC, Chevron Oil Nigeria PLC, Total Nigeria PLC and Exxon Mobil) sono responsabili, grazie all’appoggio e alla copertura del governo, di gravi e ripetuti abusi.

Sul Fatto Quotidiano Maria Rita D’Orsogna ha scritto:

La Shell aveva promesso come parte del suo “chiedere scusa” per la morte di Ken Saro Wiwa che la pratica del gas flaring in Nigeria sarebbe finita. E invece le fiamme sono ancora lì che ardono. Il rapporto Onu del 2011 sull’inquinamento di terra, aria, acqua nel Paese testimonia l’enormità dei danni petroliferi, oggi come allora. Ci vorranno trent’anni per ripulire il tutto se mai si inizierà. In alcuni casi i livelli di benzene, un cancerogeno, sono 900 volte superiori alla norma. Non ci sono registri tumore nel Paese. E la Nigeria è ancora povera. Ma qualcosa, ricorda il figlio, è cambiato. Vari tribunali di Londra e New York hanno riconosciuto che la Shell è stata colpevole di inquinamento e dovrà risarcire i residenti. E il solo fatto che l’Onu abbia presentato un rapporto dettagliato e preciso della condizione ambientale della Nigeria è una piccola vittoria. Nessuno potrà dire che non è vero. La Shell ha promesso che verserà un miliardo di dollari per iniziare. Se veramente lo farà non lo sappiamo, ma il mondo sa che è sua responsabilità farlo. La voce di Ken Saro Wiwa non è stata zittita e anzi il suo messaggio è più forte che mai, con una nuova generazione di attivisti che crescono. Soprattutto il mondo oggi sa della tragedia degli Ogoni e questo è grazie a Ken Saro Wiwa.

“La vera prigione”

Questo è il testo della sua poesia La vera prigione

«Non è il tetto che perde

Non sono nemmeno le zanzare che ronzano

Nella umida, misera cella.

Non è il rumore metallico della chiave

Mentre il secondino ti chiude dentro.

Non sono le meschine razioni

Insufficienti per uomo o bestia

Neanche il nulla del giorno

Che sprofonda nel vuoto della notte

Non è

Non è

Non è.

Sono le bugie che ti hanno martellato

Le orecchie per un’intera generazione

E’ il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida

Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari

In cambio di un misero pasto al giorno.

Il magistrato che scrive sul suo libro

La punizione, lei lo sa, è ingiusta

La decrepitezza morale

L’inettitudine mentale

Che concede alla dittatura una falsa legittimazione

La vigliaccheria travestita da obbedienza

In agguato nelle nostre anime denigrate

È la paura di calzoni inumiditi

Non osiamo eliminare la nostra urina

E’ questo

E’ questo

E’ questo

Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero

In una cupa prigione».

 

Alberto Quattrocolo

 

Fonti:

www.corriere.it/esteri/09_giugno_09/risarcimento_shell_morte_nigeria_scrittore_9b0a16b6-54d1-11de-b645-00144f02aabc.shtml

www.girodivite.it

www.legambientepotenza.it

www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2017/11/10/news/nigeria_lo_scrittore_e_poeta_che_fini_impiccato_dopo_un_processo-farsa-180797861/

www.africa.blog.ilsole24ore.com/2009/06/nigeria-shell-paga-155-milioni-per-uccisione-di-ken-sarowiva.html

www.wikipedia.org

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